La naturalissima alluvione delle Marche e le speculazioni sui cambiamenti climatici

L'Alluvione delle Marche è l'ennesimo evento estremo, ma naturale, della storia del nostro Paese e anche oggi dobbiamo fronteggiare le solite improbabili speculazioni dei catastrofisti climatici

MeteoWeb

Ormai da diversi anni in occasione di eventi meteorici estremi che colpiscono il nostro Paese causando tragiche a1luvioni e frane, si legge sui giornali o si ascoltano alla televisione frasi del tipo “la causa di questi eventi è il riscaldamento globale del nostro Pianeta“. Riscaldamento globale ovviamente causato dall’Uomo con la immissione in atmosfera dei cosiddetti gas serra, CO2 soprattutto.

Così ad esempio, alcuni anni fa, il noto politologo Giovanni Sartori in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera affermava che i disastri abbattutisi in Sardegna erano senza precedenti collegati con l’impazzimento del clima e il progressivo riscaldamento del nostro Pianeta. Non è proprio così. Si veda in merito il recente libro di Sergio Pinna, professore ordinario di Geografia a1l’Università di Pisa, dal titolo “La falsa teoria del clima impazzito”.

Nel 1951 la Sardegna fu colpita da una drammatica alluvione conseguenza di una fase piovosa con picchi giornalieri mostruosi come 1431mm a Sicca d’Erba (Arzana), quantità 2-3 volte maggiori ai 1ivelli eccezionali dell’autunno precedente. Sparirono ponti, strade, due paesi (Gairo ed Orsini), come riferito in un libro della scrittrice sarda Giovanna Mulas. Fortunatamente ci furono solo 5 morti, ma all’epoca pochi viaggiavano in auto o vivevano negli scantinati.

Questa tragedia in territorio sardo viene poco ricordata perché negli stessi giorni la Sicilia e la Calabria furono colpite da un tremendo evento con circa 1770mm dì pioggia caduti in 4 giorni; si ebbero oltre 70 morti, 4.500 senza tetto, quasi 1.700 abitazioni crollate o rese inabitabili.

Così in occasione dei drammatici eventi che hanno colpito recentemente anche il Trevigiano Ermete Realacci, Presidente onorario di Legambiente ha dichiarato: “la bomba d’acqua nel Trevigiano conferma purtroppo tragicamente la necessità di contrastare i mutamenti climatici e gestire bene il territorio. Una politica utile e lungimirante deve dare priorità alla riduzione dei gas serra“. Eppure anche in passato sono stati registrati fenomeni analoghi o addirittura di maggiore intensità. segno evidente che il riscaldamento globale del nostro Pianeta non ha alcuna rilevanza in riguardo. Secondo i dati forniti dal1’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isac-Cnr) di Bologna a livello nazionale il luglio 2014 risulta il 27esimo più piovoso dal 1800 ad oggi. Anche in passato, quindi, sono state registrate fasi di pioggia e temperature fresche in luglio, senza dovere invocare il riscaldamento globale.

Queste informazioni sono importanti e non vanno sottaciute per testimoniare la grande fragilità del nostro territorio, e soprattutto per dimostrare che questi fenomeni sono purtroppo sempre accaduti. Non è quindi corretto affermare che sono senza precedenti e metterli in correlazione con i cambiamenti climatici, che sempre ci sono stati nel rispetto del comportamento della Natura, comportamento legato a cause ancora scientificamente non pienamente individuate.

Tanto per portare un contributo di conoscenza storica del grave fenomeno del dissesto idrogeologico (frane ed alluvioni) in Italia, a ulteriore documentazione di quanto finora detto. ricordo l’alluvione del Polesine del 1951, e quella che nel 1966 colpì Firenze. Questo ultimo evento è importante perché subito dopo il Governo nominò una commissione, la famosa Commissione De Marchi (professore di Ingegneria Idraulica), costituita con lo scopo per analizzare i problemi relativi alla sistemazione idraulica e difesa del suolo in Italia. Il rapporto di quella Commissione, poderoso e ben documentato, prevedeva una spesa di 8.923 miliardi di lire per un trentennio a fronte di uno stato di dissesto ampiamente diffuso nel territorio italiano.

Ricordo ancora il libro bianco dell’Ordine Nazionale dei Geologi Italiani del 1975; una inchiesta sulle calamità naturali promossa presso tutti gli 8.051 comuni italiani: oltre 4.000 lamentavano di essere soggetti a frane ed alluvioni. Poi, ancora, la documentata rassegna di Vincenzo Catenacci, geologo del Servizio Geologico d’Italia, che prende in esame la situazione dal dopoguerra fino al 1990: ben 4.568 comuni risultavano interessati da fenomeni di dissesto idrogeologico, con 3.4448 vittime, tra cui 345 per alluvioni, 2.447 per frane e 696 per dissesti non meglio identificati, con un tasso medio di 6,8 moti al mese. Gli eventi più luttuosi sono stati quelli del Salernitano (1954), Vajont (1963) e Val di Stava (1985), rispettivamente con 297, 1.917, 269 vittime. E si potrebbe ancora continuare, purtroppo!

Tutti i nostri Governi hanno avuto ben presente il grave impatto socio-economico di frane ed alluvioni. Per comprendere la portata del problema, basti ricordare che l’Italia con circa 59 vittime all’anno per frane nel secolo scorso, è al 4° posto nel mondo dopo i Paesi andini, la Cina e il Giappone, mentre a livello di danni è addirittura è al 2° posto insieme a India e Usa, dopo il Giappone. A fronte di questa situazione, dall’Unità d’Italia ad oggi, tutti i Governi sono intervenuti con leggi, iniziative e finanziamenti. Con il passaggio poi delle competenze alle Regioni il quadro normativo si è fatto molto complesso. Tutta questa azione tesa a difendere il nostro territorio da questi eventi catastrofici ha prodotto risultati importanti? A giudicare da quanto tuttora accade in occasione di piogge eccezionali che flagellano il nostro territorio, la risposta purtroppo è negativa. Ancora si muore per frana ed alluvione. Non è possibile! Cosa fare? Il problema non è di facile soluzione: attualmente è acuito per lo scellerato utilizzo del territorio che ha portato la nostra società moderna ad utilizzare geologicamente fragili, realizzando infrastrutture, aree industriali, complessi edilizi in zone fortemente vulnerabili dalla Natura. Un fiume ha bisogno di aree di espansione naturale; oggi non può uscire dall’argine senza arrecare danni. Così una frana non può avvenire senza fare notizia. Tutto il sistema territoriale è diventato rigido e non può esprimersi secondo Natura senza procurare danni.

Ormai da tempo si è affermato il concetto che bisogna correre davanti alle calamità naturali, ossia occorre attuare provvedimenti di previsione per prevenirne le conseguenze nefaste. Tutto questo è possibile attraverso la conoscenza fisica del Territorio. Occorre tenere però bene a mente che ogni porzione di territorio è un vero organismo, che si sviluppa e quindi modifica secondo le sue regole. Non possiamo fermarne la naturale evoluzione; le frane e le alluvioni (come del resto anche i terremoti) sono le regole proprie, intrinseche del suo modo di comportarsi. Allora bisogna prendere coscienza che occorre sapere convivere con questo organismo, non violentandolo come purtroppo abbiamo fatto nel passato ed innescando così le sue reazioni. Queste reazioni vanno conosciute in modo da evitarne gli inconvenienti che puntualmente lamentiamo quando si verificano. Tutto ciò è possibile attraverso una conoscenza fisica capillare, puntuale del territorio, ossia mediante una relativa diffusa conoscenza geologica. E’ allora necessario che ogni Comune, o insieme di piccoli Comuni, che sono i veri gestori del territorio, si dotino di un geologo, che da tempo ho chiamato geologo condotto, a modello della vecchia figura del medico condotto. Il geologo condotto come medico dell’organismo territorio, che ne conosce in dettaglio i comportamenti, è in grado di prevedere cosa può accadere quando cadono 50 mm di pioggia, oppure 100, 200 e così via. Oggi con le conoscenze geologiche e l’utilizzo di appropriati modelli matematici possiamo tenere sotto osservazione un territorio soprattutto per salvare vite umane. Solo con un vivere in armonia con la Natura potrebbero evitarsi tante tragedie di cui ci lamentiamo dopo ogni evento catastrofico.

Da ultimo mia sia concessa una riflessione. La opinione pubblica è sollecitata in questi ultimi anni da una dilagante sollecitazione catastrofista contro il cambiamento climatico, di cui i politici dovrebbero tenere conto; si propongono interventi terribilmente costosi per un falso problema, ossia la responsabilità dell’Uomo nel determinare il riscaldamento globale. Il clima, come Organismo naturale, evolve per proprie cause ed è illusorio contrastarne la sua evoluzione. Al contrario bisognerebbe contrastare gli effetti di questa naturale evoluzione e destinare le ingenti somme previste “per combattere il clima”, per difenderci dai veri disastri che ci affliggono, e che sono i dissesti idrogeologici (frane e alluvioni) e i terremoti. Si pensi che nel secolo scorso in Italia ci sono stati più di 120 mila morti per terremoti e non si è fatto nulla per difenderci.