E’ stato pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il testo, aggiornato rispetto alla versione del 2018, sarà ora sottoposto alla consultazione pubblica prevista dalla procedura di Valutazione Ambientale Strategica.
“Si tratta – spiega il Ministro Gilberto Pichetto – di uno strumento di programmazione essenziale per un Paese come il nostro, segnato da una grave fragilità idrogeologica. Le recenti tragedie di Ischia e delle Marche hanno ricordato quanto sia assolutamente necessaria in Italia una corretta gestione del territorio e la realizzazione di quelle opere di adattamento per rendere le nostre città, le campagne e le zone montuose, le aree interne e quelle costiere più resilienti ai cambiamenti climatici”.
“Il Piano – sottolinea il Ministro – era in lavorazione da tempo: da quando si è insediato il nuovo Governo, con il supporto di ISPRA, abbiamo accelerato le procedure e, come assicurato nelle scorse settimane, entro la fine dell’anno siamo riusciti a velocizzare l’iter che ci dovrà portare a definire un Piano atteso e necessario per la tutela del nostro territorio”.
Più in particolare, l’obiettivo del Piano è fornire un quadro di indirizzo nazionale per implementare azioni volte a ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici, nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche. La proposta di Piano è stata già illustrata alle Regioni nel corso di due riunioni che si sono tenute il 7 novembre e il 20 dicembre scorso.
Esaminate le osservazioni e conclusa la procedura di VAS, il testo andrà all’approvazione definitiva con decreto del Ministro. Si procederà poi all’insediamento dell’Osservatorio Nazionale, che dovrà garantire l’immediata operatività del Piano attraverso l’individuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori. L’Osservatorio definirà le priorità, individuerà i soggetti interessati e le fonti di finanziamento, oltre che le misure per rimuovere gli ostacoli all’adattamento. I risultati di questa attività potranno convergere in piani settoriali o intersettoriali, nei quali saranno delineati gli interventi da attuare.
Piano di adattamento ai cambiamenti climatici: Italia vulnerabile nell’hot spot mediterraneo
“I cambiamenti climatici rappresentano e rappresenteranno in futuro una delle sfide più rilevanti da affrontare a livello globale ed anche nel territorio italiano”. L’Italia “si trova nel cosiddetto ‘hot spot mediterraneo’, un’area identificata come particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici“. Il territorio nazionale è inoltre “notoriamente soggetto ai rischi naturali (fenomeni di dissesto, alluvioni, erosione delle coste, carenza idrica) e già oggi è evidente come l’aumento delle temperature e l’intensificarsi di eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici (siccità, ondate di caldo, venti, piogge intense, eccetera) amplifichino tali rischi i cui impatti economici, sociali e ambientali sono destinati ad aumentare nei prossimi decenni“. È quanto si legge nel Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.
È quindi “evidente l’importanza dell’attuazione di azioni di adattamento nel territorio per far fronte ai rischi provocati dai cambiamenti climatici“, segnala il piano. Essendo il tema “fortemente trasversale”, la pianificazione di azioni adeguate necessita di “una base di conoscenza dei fenomeni che sia messa a sistema; un contesto organizzativo ottimale; una governance multilivello e multisettoriale“. L’obiettivo principale del PNACC è “fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche”, si legge ancora.
Il Ministero della Transizione Ecologica, ora dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha recepito gli indirizzi nei vari atti di fonte internazionale e dell’UE e, coerentemente con essi, oltreché con quanto previsto dalla Strategia nazionale di adattamento di adattamento hai cambiamenti climatici, ha intrapreso “rilevanti iniziative sul tema dell’adattamento, consistenti, in particolare, sia nel lancio della Piattaforma nazionale sull’adattamento, sia nel proseguire gli sforzi intrapresi sin dal 2017 per giungere all’adozione di un Piano nazionale sull’adattamento”. Nell’ottobre 2022 in collaborazione con l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ha pubblicato la Piattaforma nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, poi successivamente all’adozione della SNAC, nel 2022 è stato istituito un apposito Gruppo di lavoro con l’obiettivo di accelerare le attività per l’approvazione del Piano di adattamento. L’obiettivo è “uno strumento con cui l’Italia fornirà il proprio contributo alla realizzazione dell’obiettivo globale di adattamento ai cambiamenti climatici definito dall’Accordo di Parigi del 2015” per “migliorare la capacità di adattamento, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici nell’ambito dello sviluppo sostenibile e dell’obiettivo di contenimento dell’innalzamento della temperatura media globale”.
A seguito dell’approvazione del PNACC si aprirà la seconda fase del percorso, che ha lo scopo di “garantire l’immediata operatività del Piano mediante il lancio delle azioni”. I settori del PNACC sono Criosfera e montagna; Risorse idriche; Desertificazione e degrado del territorio; Dissesto geologico, idrologico e idraulico; Biodiversità, ecosistemi e servizi ecosistemici – terrestri – marini – acque interne e di transizione; Salute Foreste Agricoltura e produzione alimentare; Pesca marittima; Acquacoltura; Energia; Zone costiere; Turismo; Insediamenti urbani; Patrimonio culturale; Trasporti e infrastrutture; Industrie e infrastrutture pericolose. La seconda fase del percorso, che sarà gestita dalla struttura di governance, è finalizzata “alla pianificazione ed attuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori attraverso la definizione di priorità, ruoli, responsabilità e fonti/strumenti di finanziamento dell’adattamento e, infine, la rimozione sia degli ostacoli all’adattamento costituiti dal mancato accesso a soluzioni praticabili, sia degli ostacoli di carattere normativo/regolamentare/procedurale“. I risultati di questa attività convergeranno in piani settoriali o intersettoriali, nei quali saranno delineati gli interventi da attuare. Il PNACC contiene un insieme di azioni finalizzate “allo sviluppo di un contesto organizzativo ottimale a livello nazionale, oltre che al rafforzamento della capacità di adattamento, presupposti indispensabili per una corretta pianificazione di azioni efficaci“. Inoltre contiene “un insieme di azioni settoriali, presentate attraverso un Database, che troveranno applicazione nei Piani settoriali e intersettoriali, nelle modalità che saranno individuate dalla struttura di governance”.
L’istituzione di un Osservatorio nazionale permanente
La prima azione individuata nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è l’istituzione di una struttura permanente di governance: l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici che si avvale di una struttura di supporto tecnico-scientifico (segreteria tecnica) e di un organo consultivo-divulgativo (forum permanente). L’Osservatorio nazionale – si legge nel Piano – si configura come tavolo di coordinamento e confronto per l’aggiornamento nel tempo delle priorità di intervento e per la pianificazione e attuazione delle azioni di adattamento. E’ concepito come una struttura a partecipazione più¹ ampia rispetto a quella prevista nel decreto di adozione della SNAC. È prevista la partecipazione di altri ministeri o altri enti aventi competenza nei settori d’azione posti all’ordine del giorno delle riunioni della struttura. Il supporto operativo sarà garantito dalla Direzione generale competente per la tematica dell’adattamento ai cambiamenti climatici.
L’Osservatorio nazionale ha il compito di aggiornare nel tempo delle priorità di intervento e le azioni di adattamento individuate dal PNACC; programmare l’utilizzo le fonti di finanziamento, il cronoprogramma degli interventi; curare le attività di monitoraggio dello stato di avanzamento e del l’efficacia degli interventi individuati per perseguire le azioni del PNACC, oltre che le attività di reporting e valutazione di approvare le proposte di interventi presentate dalle Regioni, dagli enti locali o altri enti pubblici con le proposte d’azione individuate nel PNACC.
La segreteria tecnica, organo di supporto tecnico-scientifico, ha il compito di analizzare e veicolare alla struttura di coordinamento le informazioni tecniche di base necessarie alla pianificazione, all’attuazione, al monitoraggio delle azioni del PNACC e valutare la coerenza delle proposte di interventi presentate dalle Regioni e dagli Enti Locali con le azioni del PNACC. Il forum permanente, invece, organo consultivo-divulgativo, è dotato di un Comitato direttivo composto da membri della struttura di coordinamento e dell’organo di supporto tecnico-scientifico, oltre a rappresentanti di altri enti regionali e locali. Il Comitato direttivo potrà invitare a partecipare alle proprie iniziative i rappresentanti delle categorie produttive, di organismi nazionali, internazionali e dell’Ue, del settore della ricerca, della società civile, altri portatori di interessi. Il forum si riunisce una volta l’anno. Il Comitato direttivo ha il compito di organizzare l’incontro annuale, di predisporre il relativo Programma e di elaborare un resoconto sugli esiti del suddetto incontro da trasmettere alla Struttura di coordinamento anche al fine di individuare proposte normative finalizzate ad implementare le azioni di adattamento.
Inoltre, il forum svolge anche i seguenti compiti: favorire il dialogo, il confronto, il raccordo e il coordinamento tra Autorità centrali e Regioni, Province autonome ed Enti Locali sull’adattamento; informare la società civile e i portatori di interessi sul tema dell’adattamento, agevolando e sollecitando la partecipazione attiva sull’adattamento; promuovere la tutela dei diritti e degli interessi coinvolti: il Forum favorisce, nelle appropriate circostanze e secondo le previste modalità, l’accesso alle informazioni, la partecipazione ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia; favorire lo scambio di informazioni tra gli organi deputati alla programmazione in materia di adattamento. Lo strumento di riferimento per la diffusione dell’informazione e il coinvolgimento della società civile e dei portatori di interessi è costituito dalla Piattaforma nazionale adattamento ai cambiamenti climatici. La Piattaforma, sviluppata dall’ISPRA, è stata pubblicata nel mese di ottobre 2022 con l’obiettivo di informare, sensibilizzare e rendere disponibili dati e informazioni provenienti da diverse fonti, utili a supportare gli Enti coinvolti nel processo decisionale sul tema dell’adattamento.
“In Italia, la temperatura aumenterà tra 1 e 5°C entro il 2100”
In Italia la temperatura media aumenterà tra 1 e 5°C entro il 2100. Lo riporta il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo il testo, “entro il 2100 è attesa mediamente sull’area italiana una crescita” della temperatura “con valori compresi tra 1°C“, in base allo scenario climatico migliore, e “5°C” in base allo scenario climatico peggiore. Nello scenario migliore, le “emissioni” vengono “dimezzate entro il 2050″ e “si avvicinano allo zero più o meno in 60 anni a partire da oggi”. Nello scenario peggiore, la “crescita delle emissioni” continua “ai ritmi attuali“, e “entro il 2100″ le “concentrazioni atmosferiche di CO2” sono “triplicate o quadruplicate rispetto ai livelli preindustriali”; si continua sulla strada di “un consumo intensivo di combustibili fossili” e non vengono adottate politiche di mitigazione.
Piano di adattamento ai cambiamenti climatici: i ghiacciai hanno già perso dal 30 al 40% del loro volume
La criosfera, l’insieme di neve, ghiacciai e permafrost, “è fortemente impattata dai cambiamenti climatici”. Infatti “negli ultimi decenni la durata e lo spessore della neve si sono fortemente ridotti così come lo stock idrico nivale che si accumula ogni anno a fine inverno“. In conseguenza di ciò “i ghiacciai hanno già perso dal 30 al 40% del loro volume”. Lo riporta il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Per i sette corpi glaciali considerati – Careser, Ciardoney, Basodino, Sforzalina, Dosde Orientale, Fontana Bianca, Vederetta Pendente – si verifica “una generale tendenza alla deglaciazione e alla fusione, anche se con andamento discontinuo“. Il trend di bilancio decisamente più significativo “è quello espresso dalla lunga serie storica del Caresèr (Trentino-Alto Adige): si tratta di un ghiacciaio di dimensioni maggiori rispetto agli altri, seppure sia in decisa riduzione areale”.
La durata della copertura nevosa nei fondo-valle e sui versanti meridionali fino a 2.000 metri “si ridurrà di 4/5 settimane e di 2/3 settimane a 2.500 metri“. Il ritiro dei ghiacciai “continuerà ad accelerare così come la degradazione del permafrost”, si legge ancora nel piano. Il cosiddetto “peak water”, il fenomeno di aumento temporaneo della portata dei torrenti di montagna causata dall’incremento della fusione glaciale che si esaurisce quando il ghiacciaio si estingue o si ritira a quote talmente elevate da non poter più fondere, “è già stato raggiunto nella maggior parte dei bacini glaciali italiani“. “La temperatura del permafrost sta aumentando in modo significativo in tutti i siti di misura alpini così come lo spessore dello strato di terreno o roccia che annualmente viene scongelato”.
Queste tendenze “continueranno nei prossimi decenni in funzione dell’intensità dell’aumento delle temperature globali“. Dal punto di vista della correlazione con l’andamento climatico, “sebbene l’informazione di bilancio annuale possieda un valore intrinseco elevato, la risposta del ghiacciaio ai principali fattori climatici (temperatura e precipitazioni) risulta non essere sempre lineare in quanto le caratteristiche del singolo bacino glaciale possono incidere sul bilancio annuale in modo diverso“. Nel complesso si delinea “un quadro molto articolato, dove la fusione dei ghiacciai rappresenta la risultante del fattore termico a cui si combinano le variazioni della distribuzione delle precipitazioni nel corso dell’anno e le condizioni climatiche peculiari“, precisa il piano.
È soprattutto per la presenza di neve e ghiaccio che le montagne sono considerate “water towers” capaci di fornire acqua ai territori a valle e alle pianure compensando la riduzione delle precipitazioni estive tipiche dei climi italiani. Il contributo della fusione di neve e ghiaccio al deflusso totale dei fiumi italiani può variare dal 5% nelle regioni meridionali al 50-60% del bacino padano, precisa il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. La riduzione della neve e la scomparsa dei ghiacciai “comprometteranno questo fondamentale ruolo tampone andando ad incrementare le crisi idriche estive”. È infatti nei mesi estivi che si verifica il picco della domanda di acqua per uso civile, sensibile alle enormi fluttuazioni di presenze nelle destinazioni turistiche, irriguo ed industriale, innescando conflitti d’uso multiscala (locale, regionale e nazionale) e intersettoriali (primario, secondario e terziario).
Le montagne “sono un territorio particolarmente sensibile ai pericoli naturali legati essenzialmente all’intensificazione del ciclo dell’acqua ed ai cambiamenti della criosfera entrambi fattori importanti nel controllo della stabilità di pareti e versanti”. Rispetto ad altre aree montane, “le regioni alpine sono particolarmente vulnerabili a causa dell’alta densità di popolazione, della significativa frequentazione turistica e dell’elevata estensione della superficie interessata da ghiacciai e permafrost”. La degradazione del permafrost “può ridurre la stabilità dei pendii e incidere sulla stabilità delle infrastrutture in alta montagna (funivie, rifugi, edifici, tralicci)”. Le valanghe di ghiaccio, la caduta di seracchi e lo svuotamento improvviso di sacche d’acqua glaciali “sono processi legati all’interazione tra il riscaldamento globale e la naturale evoluzione dei ghiacciai”.
Livello del mare
Le variazioni del livello del mare attese per il periodo 2036-2065 “risultano essere pari a circa 16 cm nell’Adriatico, nel Tirreno e nel mar Ligure e 17 cm nel Mar Ionio e nel canale di Sicilia, mentre nel Mediterraneo occidentale arrivano ai 19 cm”. L’anomalia della temperatura superficiale invece mostra che “tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperatura rispetto al periodo di riferimento 1981-2010″. Tale aumento varia “da un minimo di 1,9 gradi nelle zone del Mediterraneo Centrale e Occidentale e nel Mar Ligure ad un massimo di 2,3 gradi nell’Adriatico settentrionale e centrale“. L’aumento è pressoché costante durante tutto l’anno mantenendo quindi invariata la stagionalità di ciascuna zona. Lo riporta il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Analogamente alla temperatura superficiale dell’acqua, “l’aumento del livello del mare durante il periodo 2036-2065 caratterizza tutte le aree costiere”, si legge ancora. Rispetto al periodo di riferimento 1981-2010, “i valori vanno da un minimo di +16 cm per le tre sottoregioni del bacino Adriatico, fino ad un massimo di 19 cm nei mari Tirreno e Ligure e nel Mediterraneo occidentale“. Le anomalie della temperatura superficiale del mare indicano “un aumento generale su base annuale che varia da circa 1,9 gradi nel Mar Tirreno a circa 2,3 gradi nell’Adriatico”. Il mare Adriatico presenta “il cambiamento più significativo della temperatura media pari a circa +2,3 gradi, con variazioni nel periodo invernale e primaverile che potranno raggiungere +2,6 gradi”.
Mutamenti e fattori antropici aggravano il dissesto idrogeologico
I fenomeni di dissesto geologico, idrologico e idraulico (inondazioni, frane, erosioni e sprofondamenti) “sono diffusi e frequenti in Italia“, dove hanno già provocato vittime e gravi danni ad ambiente, beni mobili e immobili, infrastrutture, servizi e tessuto economico e produttivo con ingenti conseguenze economiche (più di due miliardi di euro all’anno). “Sebbene le peculiarità naturali del territorio italiano (caratteristiche geologiche, geomorfologiche meteorologiche e climatiche) giochino un ruolo fondamentale nell’origine di tali fenomeni, diversi fattori antropici contribuiscono in maniera determinante all’innesco o all’esacerbazione delle loro conseguenze”. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
I potenziali incrementi indotti dai cambiamenti climatici sulla frequenza e intensità di alcune tipologie di eventi atmosferici (piogge di breve durata ed elevata intensità), che regolano l’occorrenza dei fenomeni di dissesto, “potrebbero rappresentare un sostanziale aggravio delle condizioni di rischio corrente” mentre “altri fenomeni potrebbero presentarsi con minore frequenza in virtù di variazioni di segno o effetto opposto (ad esempio, l’incremento delle perdite per evaporazione e traspirazione)”. Attualmente, “notevoli e diverse fonti di incertezza (tra le altre, la quantità e qualità delle serie storiche di osservazioni, carenze delle attuali catene modellistiche di simulazione climatica, contemporanee variazioni nell’uso e nella copertura del suolo e dei livelli di antropizzazione)” rendono “complessa e incerta la stima della variazione di occorrenza e magnitudo dei fenomeni di dissesto a causa dei cambiamenti climatici“.
L’elevata vulnerabilità del Paese è sottolineata dai dati dell’ultimo Rapporto ISPRA ‘Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio’: quasi il 94% dei comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni e/o erosione costiera e oltre 8 milioni di persone abitano nelle aree ad elevata pericolosità. Nel 2021, oltre 540mila famiglie e 1.300.000 abitanti vivono in zone a rischio frana mentre sono circa 3 milioni di famiglie e quasi 7 milioni gli abitanti residenti in aree a rischio alluvione. Le regioni con i valori più elevati di popolazione che vive nelle aree a rischio frane e alluvioni sono nell’ordine Emilia Romagna, Toscana, Campania, Veneto, Lombardia e Liguria. “Dal momento che queste valutazioni si riferiscono allo scenario attuale, e non sono già calibrate rispetto agli scenari climatici futuri“, si legge nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, “va tenuta presente l’eventualità che l’incremento degli eventi meteorologici estremi, previsto per i prossimi decenni a causa dei cambiamenti climatici, possa determinare una modifica delle aree a pericolosità“. Fermo restando che i fenomeni di dissesto geologico, idrologico e idraulico traggono origine da diversi fattori (caratteristiche geologiche e morfologiche dei versanti e/o dei bacini idrografici, urbanizzazione, copertura vegetale eccetera), “in molti casi un ruolo determinante viene svolto dalle precipitazioni”.
Tra i casi che mostrano il “ruolo determinante” svolto dalle precipitazioni, ci sono quelli che più recentemente hanno colpito il Trentino-Alto Adige (agosto 2022), Senigallia (settembre 2022), Maratea (ottobre 2022) e Ischia (novembre 2022) con perdita di vite umane, danni a beni mobili e immobili, al patrimonio culturale, a infrastrutture e servizi, blackout energetici. Molti degli esempi citati “hanno visto il coinvolgimento del suolo, ossia la coltre più superficiale costituita da componenti minerali, materia organica, acqua, aria e organismi viventi“. Essendo “praticamente assenti dati sperimentali e una rete di monitoraggio adeguata a valutare la perdita di suolo per l’erosione idrica“, si ricorre comunemente a modelli che utilizzano fattori legati alle caratteristiche dei suoli, al clima, alla vegetazione, all’uso del suolo e alla forma del paesaggio. Dal momento che l’impatto del cambiamento climatico sul rischio geologico, idrologico e idraulico “si estrinseca principalmente attraverso il cambiamento delle temperature e del regime delle precipitazioni, che si verifica con modalità fortemente variabili nello spazio e nel tempo, ed è influenzato da condizioni naturali e antropiche locali”, ciò comporterà “una variazione di frequenza dei fenomeni di dissesto idraulico nei bacini di estensione minore, dei fenomeni franosi superficiali e profondi in terreni caratterizzati da coltri di spessore ridotto e/o elevata permeabilità“. La degradazione del permafrost “potrà manifestarsi in modo differente a seconda dei substrati interessati, delle condizioni morfologiche dei versanti e delle pareti rocciose e delle possibili interferenze con infrastrutture antropiche”.
“È atteso un incremento dei fenomeni di dissesto connessi ai crolli/ribaltamenti in roccia, a colate detritiche e altri fenomeni superficiali, oltre a variazioni nelle caratteristiche idrogeologiche dei versanti di alta quota, con impatti talvolta significativi sulle caratteristiche quantitative e qualitative delle acque superficiali“, prosegue il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. La frequenza delle piene fluviali “sarà maggiormente impattata nei bacini a permeabilità ridotta che rispondono più velocemente alle sollecitazioni meteoriche e hanno ridotto effetto attenuante nei confronti delle precipitazioni di breve durata e forte intensità”. L’urbanizzazione e l’uso del suolo “possono avere un impatto negativo, contribuendo all’aggravarsi dei fenomeni di dissesto”.
Dal 2009 accelera l’acqua alta a Venezia
Il livello medio del mare a Venezia è in tendenziale aumento sin dall’inizio delle rilevazioni (1872). Nel corso dell’intero periodo la curva non ha però mostrato sempre una pendenza costante, con fasi caratterizzate da relativa stabilità o addirittura controtendenza (approssimativamente tra il 1915 e il 1925 e tra il 1965 e il 1995) e altre caratterizzate invece da una forte pendenza (tra gli anni 30/60 e il periodo che va da metà anni 90 ad oggi). Se nel lungo periodo (1872-2021) il tasso di innalzamento del medio mare si attesta mediamente sui 2,5 mm/anno il tasso è “quasi raddoppiato nell’ultimo periodo”. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici
Dal 1993 al 2021 l’innalzamento del livello medio mare si è infatti attestato sui 4,7 mm/anno. Il ritmo di crescita ha subito “un’ulteriore forte accelerazione nell’ultimo decennio tale per cui dal 2009 si sono registrati i valori massimi di livello medio del mare annuale dall’inizio delle registrazioni sistematiche della marea a Venezia“. Il 2019 però “verrà a lungo ricordato per il numero straordinario di eventi meteo-marini eccezionali che si sono susseguiti tra novembre e dicembre”.
A Venezia il picco raggiunto il 12 novembre 2019 (189 cm) rappresenta il secondo livello più alto dal 1872 e in una sola settimana (12-17 novembre) la marea ha superato per ben 4 volte il livello di 140 cm, registrando così livelli che entrano tra i primi 20 degli ultimi 150 anni. In tutto il 2019 il livello del mare ha superato per ben 28 volte i 110 cm, livello in cui si allaga il 12% della città di Venezia, con una permanenza complessiva pari a circa 50 ore nel solo mese di novembre. Numeri che superano ampiamente i valori massimi raggiunti nei 150 anni precedenti, pari a 18 eventi in un anno (2010) e 24 ore complessive di permanenza (2012) sopra i 110 cm.
Nei tempi più recenti è stato messo in funzione il MOSE, che consiste in 4 barriere costituite da 78 paratoie mobili tra loro indipendenti in grado di separare temporaneamente la laguna dal mare e di difendere Venezia sia dagli eventi di marea eccezionali e distruttivi, sia da quelli più frequenti. Quest’opera potrà proteggere Venezia e la laguna “da maree alte fino a 3 metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 cm nel prossimo secolo“, secondo il Consorzio Venezia Nuova.
Clima, i mutamenti impattano sul ciclo dell’acqua
Gran parte degli impatti dei cambiamenti climatici “sono riconducibili a modifiche del ciclo idrologico e al conseguente aumento dei rischi che ne derivano”. Le risorse idriche “sono fondamentali per uno sviluppo equo e sostenibile e la sicurezza idrica è un requisito fondamentale per lo sviluppo economico, la produzione alimentare, l’equilibrio sociale, la competitività delle imprese e la tutela dell’ambiente naturale“. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
In riferimento al trentennio 1991-2020, in Italia si è stimato un apporto di acqua piovana di circa 285 miliardi di m3, corrispondente ad un’altezza di precipitazione media annuale di circa 943 mm. Il 53% delle precipitazioni (circa 498 mm) è ritornato in atmosfera per evapotraspirazione; il restante 47%, rimasto al suolo, viene ripartito tra infiltrazione nel sottosuolo (21%) e deflusso superficiale (26%). Nel 2020 si è registrato un calo delle precipitazioni rispetto al periodo climatico 1971-2000. In particolare, si è verificata una precipitazione totale annua pari a 661 mm corrispondente ad una diminuzione di precipitazione di -132 mm.
Le precipitazioni annue totali per le diverse regioni italiane, mostrano anomalie di distribuzione significative sul territorio in linea con le previsioni messe in luce nell’ultimo rapporto IPCC 2022, che stanno determinando, sia a scala globale che nazionale, delle anomalie meteoclimatiche critiche ed estreme. La quantità delle risorse idriche rinnovabili in Italia corrisponde a circa 116 miliardi di m3. Non sono disponibili i dati recenti sui volumi di acqua effettivamente utilizzabili, stimati dalla SNAC (Strategia nazionale adattamento climatico) attorno ai 52 miliardi di m3. I principali settori utilizzatori della risorsa sono l’agricoltura (circa 20 miliardi di m3 ì), l’idropotabile (9,5 miliardi di m3) e l’industria manifatturiera (5,5 miliardi di m3). L’impiego nella produzione di energia non comporta maggiori consumi idrici rispetto alla disponibilità attuale. Il raffreddamento degli impianti termoelettrici utilizza circa 18,4 miliardi m3, di cui soltanto l’11,5% da acque interne. Da questo quadro emerge un impiego di oltre il 30% delle risorse rinnovabili.
Clima: abbandono e mutamenti peggiorano incendi boschivi
Una delle principali minacce per il comparto forestale europeo e, in particolare, per l’Europa meridionale è quella degli incendi boschivi, indirettamente correlati ai cambiamenti climatici. “La combinazione di cambiamenti climatici e abbandono delle aree rurali e forestali, se non affrontato correttamente, potrà esacerbare la problematica degli incendi e provocare eventi sempre più intensi e significativi, in grado di determinare ingenti perdite economiche, ambientali e sociali”. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
In Italia, le aree che storicamente hanno subìto i danni più rilevanti in termini di superficie bruciata sono localizzate principalmente nella parte meridionale della penisola, nelle isole maggiori e nella fascia costiera ligure e toscana. Il fenomeno degli incendi boschivi in Italia, che tra l’altro contribuiscono all’emissione in atmosfera di quantità non trascurabili di anidride carbonica, “presenta nel tempo un andamento altalenante – si legge nel Piano – si osserva un periodo critico a metà degli anni ottanta, cui sono seguiti anni in cui il livello del fenomeno si è mantenuto complessivamente elevato“. I miglioramenti osservati in alcune annualità “potrebbero essere imputabili anche a una maggiore prevenzione e un miglior controllo del territorio, oltre che a una maggiore tempestività nelle operazioni di intervento in caso di emergenza“. I dati relativi alle cause “confermano l’origine volontaria della maggior parte degli incendi, essendo oltre la metà di quelli totali registrati, arrivando anche a superare il 60% in alcuni anni”.
Negli ultimi quattro decenni si è registrato un valore medio di superficie territoriale percorsa dal fuoco pari a 107.289 ettari, si legge nel Piano. L’anno 2017 è stato il più critico dell’ultimo decennio e tra quelli con i danni più gravi a partire dal 1980, per un totale di superficie percorsa dal fuoco pari a oltre 160.000 ha, con circa 8.000 eventi. In tema di minacce per il settore forestale derivanti dal cambiamento climatico, “va necessariamente ricordato l’evento meteorologico estremo denominato ‘Tempesta Vaia“, segnala il Piano, che ha interessato il Nord-Est italiano (area montana delle Dolomiti e delle Prealpi venete) tra il 26 e il 30 ottobre del 2018. Pur essendo denominato “tempesta”, l’evento ha comportato venti che hanno raggiunto la velocità di uragano (100-200 km/h) “provocando la caduta di decine di milioni di alberi (dato mai registrato in Italia in epoca recente) e la distruzione di decine di migliaia di ettari di foreste alpine di conifere: un vero e proprio disastro naturale con devastanti conseguenze ambientali, sociali ed economiche (danni stimati per la Regione più colpita, il Veneto, pari a quasi 2 miliardi di euro)”.
Energia, impatti su idroelettrico e termoelettrico
La principale relazione tra cambiamenti climatici ed energia riguarda “l’incremento della domanda di raffrescamento che determina un aumento dei consumi di energia elettrica nel periodo estivo” direttamente collegato all’innalzamento delle temperature medie. Lo stesso fenomeno determinerà “una minore richiesta di energia per soddisfare la domanda di riscaldamento nel periodo invernale”. Ciò detto, in relazione alla produzione di energia elettrica “il tendenziale incremento dell’intensità e della frequenza degli eventi estremi di precipitazione, se accompagnato da una riduzione della precipitazione cumulata, può incidere direttamente sulla produzione idroelettrica” ma l’aumento della temperatura “inciderà sul settore della produzione termoelettrica anche in relazione al fabbisogno idrico del settore per il raffreddamento degli impianti“. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Per l’idroelettrico “un fattore di enorme rilevanza è la variabilità delle precipitazioni e l’aumento della frequenza dei periodi siccitosi con conseguenti problemi dal punto di vista gestionale, soprattutto se alcuni invasi dovessero essere chiusi per la mancanza di condizioni economiche per il loro sfruttamento“. Tale impatto “è direttamente correlato alla fusione dei ghiacciai in atto ed alla conseguente variazione del regime dei corsi d’acqua da questi alimentati”. Da questo punto di vista “il 2022 si sta rilevando un anno particolarmente siccitoso e il dato TERNA aggiornato a ottobre 2022 vede una riduzione progressiva annua di produzione da idroelettrico pari al -37,6% rispetto al 2021“.
L’aumento della temperatura inciderà sul settore della produzione termoelettrica anche in relazione al fabbisogno idrico del settore per il raffreddamento degli impianti, precisa il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Inoltre, “le variazioni climatiche attese sul nostro territorio potranno innalzare, in dipendenza della particolare posizione geografica, la temperatura dell’acqua di raffreddamento in ingresso agli impianti, sia essa di origine marina oppure fluviale”. Se si dovesse presentare uno scenario di questo tipo, “le centrali avrebbero bisogno di una maggiore quantità di acqua per garantire sia la loro operatività, sia il rispetto della normativa vigente”.
La siccità in corso nel 2022 ha messo in evidenza come la carenza idrica stia avendo un impatto anche sul settore termoelettrico. Alcuni impianti di produzione sul fiume Po sono stati costretti allo spegnimento per mancanza di acqua necessaria al loro raffreddamento. Il prelievo di acqua per la produzione termoelettrica congiunto all’incremento della frequenza di periodi siccitosi pone un problema di rilevante importanza. Un ulteriore impatto sulla trasmissione e distribuzione elettrica dovuto all’aumento della temperatura “è il previsto incremento della resistenza dei cavi, e quindi delle perdite di rete, e una più difficile dissipazione del calore”. Da evidenziare anche “il rischio di interruzione della trasmissione di energia dovuto ad eventi metereologici estremi”.
Turismo
Nel 2021 si è avviata la ripresa del settore turistico ma la situazione del turismo italiano è “destinata a cambiare in conseguenza dei cambiamenti climatici” con “effetti diretti e indiretti“. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il settore turistico è infatti “particolarmente sensibile alle caratteristiche meteorologiche e di comfort climatico, soprattutto nel caso di TURISMO balneare e montano“. Le stime delle possibili variazioni dei flussi turistici basati sulla semplice variazione delle condizioni di comfort termico associato alle temperature future indicano che “in uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, si stima una riduzione del 15% degli arrivi internazionali, del 21,6% in uno scenario di incremento di 4°C”. Tenendo conto anche del comportamento dei turisti nazionali, l’impatto netto sulla domanda totale italiana “risulta comunque in una contrazione del 6,6% e dell’8,9% con perdite dirette per il settore stimate in 17 e 52 miliardi di euro nei due scenari climatici, rispettivamente”.
Per il segmento turistico invernale secondo l’OCSE “già in caso di una variazione moderata di temperature (+1°C), nessuna delle stazioni sciistiche del Friuli Venezia-Giulia avrebbe una copertura nevosa naturale sufficiente a garantire la stagione“. Lo stesso accadrebbe “al 33%, 32% e 26% delle stazioni in Lombardia, Trentino e Piemonte, rispettivamente”. Ma “con un aumento di 4°C solo il 18% di tutte le stazioni operanti nel complesso dell’arco alpino italiano avrebbe una copertura nevosa naturale idonea a garantire la stagione invernale”.
Dopo l’eccezionale contrazione del settore turistico nel periodo “pandemico” 2020, quando l’incidenza del comparto sul valore aggiunto totale a prezzi correnti era scesa al 4,5%, dal 6,2 nel 2019, le entrate turistiche in Italia sono state pari all’1,2% del PIL nel 2021, appena al di sotto della media della UE. Numeri a rischio in quanto gli impatti principali del cambiamento climatico sul turismo in Italia sono collegabili ad “una possibile perdita di attrattiva del clima mediterraneo che diverrebbe ‘troppo caldo’ o instabile (ondate di caldo, eventi estremi), alla riduzione dei giorni di copertura nevosa nelle tipiche destinazioni del turismo invernale, all’erosione delle coste ed eventi meteorologici estremi che mettono a rischio le infrastrutture turistiche balneari e non”, precisa il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Per quanto riguarda gli impatti indiretti, “la pressione antropica aumenterà la vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici delle coste italiane, in termini d’innalzamento del livello del mare e dell’incidenza degli eventi estremi, riducendo la capacità di resilienza naturale degli ambienti costieri”. Gli impatti indiretti attesi riguardano “l’aggravarsi dei fenomeni erosivi, e la conseguente scomparsa di aree costiere e d’infrastrutture rilevanti per le attività turistiche, la desertificazione/diminuzione delle risorse idriche (e maggior rischio di incendi), la crescente competizione tra usi energetici alternativi (con conseguenti maggiori costi per i servizi turistici), l’esplosione demografica di organismi quali alghe e meduse, che mal si conciliano con il turismo, e l’incremento dell’incidenza di eventi estremi“. Per il turismo estivo alpino, sono attesi sia impatti negativi (cambiamenti del paesaggio, scarsità d’acqua, aumento dei rischi naturali, fioriture algali nei laghi e riduzione della loro navigabilità) che positivi (maggiore attrattività in primavera ed estate).
La resa dell’agricoltura può perdere 12,5/30 miliardi al 2050
Le riduzioni attese nelle rese agricole a causa dei mutamenti climatici “sono stimate portare ad una riduzione del valore della produzione aggregata pari a 12.5 miliardi di euro nel 2050 che potrebbero aumentare fino a 30 miliardi”. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il danno, soprattutto alle produzioni pregiate, “potrebbe inoltre portare ad una progressiva perdita di valore fondiario dei terreni agricoli“. Le stime variano tra un deprezzamento “dell’1-11% al 4-16% a fine secolo“. Altri riportano stime ancora più pessimistiche di “una perdita di valore del 10% dei valori fondiari per grado di aumento della temperatura“.
Gli agrosistemi, infatti, “saranno soggetti a variazioni in termini di durata del ciclo fenologico, produttività e potenziale spostamento degli areali di coltivazione tipici (verso nord e quote più elevate), con risposte differenti in intensità e segnale a seconda della specie e delle aree geografiche di riferimento“, avverte il Piano. Le colture “risentiranno dell’incremento di temperatura riducendo la lunghezza del ciclo di crescita con conseguente minore accumulo di biomassa e quindi riduzione della resa”. Le maggiori riduzioni di resa sono previste per le colture a ciclo primaverile-estivo (mais, girasole, soia), specialmente quelle non irrigate come il girasole. Tuttavia, colture classificate come C3, come ad esempio il frumento, il riso, l’orzo, “potranno in parte compensare gli impatti negativi delle mutate condizioni climatiche in quanto capaci di rispondere più efficientemente agli effetti diretti dell’aumento della concentrazione atmosferica di CO2 rispetto alle specie C4 (come mais, sorgo, miglio)”. Per le colture arboree, come ad esempio vite e olivo, “la variazione del regime delle precipitazioni e l’aumento della temperatura potranno determinare una riduzione qualitativa e quantitativa delle produzioni nelle aree del sud Italia e potenziali spostamenti degli areali di coltivazione verso regioni più settentrionali o altitudini maggiori”.
Il 18% dei beni culturali italiani a rischio frane
I Beni Culturali complessivi a rischio frane in Italia sono pari al 17,9% del totale (banca dati VIR al 7 giugno 2021) e rispetto alle classi di pericolosità elevata P3 e molto elevata P4 i Beni Culturali esposti sono pari al 5,9%. Lo rileva il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Con riferimento all’esposizione dei beni culturali al pericolo di frana è stata effettuata una stima intersecando le aree a pericolosità con i Beni Culturali architettonici, monumentali e archeologici italiani del Sistema VIR – Vincoli in Rete del MiC (ISPRA, 2021). Il numero più elevato di beni culturali a rischio frane in aree a pericolosità P3 e P4 si registra in Campania, Toscana, Marche, Emilia-Romagna e Lazio. In relazione alla pericolosità da alluvione, se si considerano i beni culturali ricadenti nella perimetrazione delle aree di rischio, le elaborazioni fornite da ISPRA identificano che la percentuale di beni che ricadono in aree a pericolosità elevata (HPH) raggiunge il 7,8% del totale nazionale (6,8% al 2017); quelli esposti a pericolosità media (MPH) sono il 16,5% (15,3% al 2017) e infine i beni culturali che rientrano in aree a pericolosità bassa (LPH) sono il 24,3% (19,4% al 2017) del totale nazionale (ISPRA, 2021).
Impatto economico su trasporti +1900% entro 2040-70
“Per il settore dei trasporti si stima che l’attuale impatto economico diretto associato agli eventi climatici estremi (0,15 miliardi di euro all’anno) potrebbe aumentare del 1900% circa entro il 2040-2070″. E’ quanto si legge nel Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. “La mobilità costituisce un sistema cardine all’interno della società, del territorio italiano e della sua economia, dal quale dipende il livello di produttività industriale, lo scambio delle merci, la qualità di vita degli abitanti, il tessuto connettivo in grado di creare valore aggiunto – viene spiegato nel documento -. La stretta correlazione del settore dei trasporti e delle infrastrutture con la maggior parte degli altri settori è inevitabile: tra tutti il dissesto idrogeologico, l’aria, il sistema idrico, gli insediamenti urbani, l’industria, il turismo, l’energia. Costruire un’analisi unitaria della vulnerabilità del sistema della mobilità è necessario ma non facile. L’infrastruttura fisica è formata da archi e nodi, si esprime sul territorio diffusamente e con densità diverse, spesso correlate con utilizzi diversi (nel territorio densamente urbanizzato con spostamenti più brevi e frequenti, nelle aree a bassa densità sotto forma di lunghe percorrenze). La tipologia delle infrastrutture varia in base ai modi di trasporto, all’orografia e alle esigenze di connessione”.
Meno 410mila posti lavoro al 2050 senza interventi
Uno degli scopi principali della strategia e del Piano nazionale sull’adattamento al cambiamento climatico è evitare che gli effetti negativi socioeconomici derivanti dagli impatti climatici creino o aumentino disuguaglianza sociale ed economica, creando disparità in termini di accesso alle risorse, al lavoro, e più, in generale, alla prospettiva di una vita dignitosa. “Un recente studio prevede la perdita di 410.000 posti di lavoro entro il 2050 se non verranno adottate misure di adattamento”. Così il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
La perdita di ricchezza e posti di lavoro “colpiscono i cittadini di comunità già fragili con alti tassi di disoccupazione e basso pil/pro capite, dove non è possibile immaginare, spesso anche a causa della media anagrafica elevata, un’autonoma riqualificazione professionale o possibilità migratorie“. Oltre alle fasce di popolazione a più basso reddito e a quelle meno scolarizzate, “e quindi con meno strumenti per poter far fronte all’aumento del costo della vita e alle necessità di riqualificazione professionale”, ci sono inoltre delle categorie sociali che rischiano di essere maggiormente colpite e di pagare un prezzo più alto di altre. Si tratta “delle donne, a causa delle disparità occupazionali e salariali, gli individui con disabilità, gli anziani, e infine i più giovani e le nuove generazioni”, sui quali grava “da una parte la consapevolezza di un avvenire difficile ed incerto e dell’altra il peso degli oneri economici e finanziari delle azioni necessarie alla mitigazione degli effetti di un cambiamento climatico del quale non sono stati responsabili”.
Servono “azioni sistemiche”, raccomanda il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, “che attraverso lo stanziamento di risorse in modo strutturato vadano a mitigare gli impatti negativi sulle comunità che subiscono gli eventi climatici estremi, e a lunga insorgenza, causando ricadute in termini di capacità produttiva e perdita di posti di lavoro con conseguente necessità di riqualificazione professionale” con “maggiori incentivi, anche fiscali, per i sistemi di produzione innovativi, sostenibili ed a impatto climalterante ridotto”.
La Bioeconomia “è una risposta alle sfide ambientali contemporanee, capace di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e ridurre l’uso di combustibili fossili”. La Bioeconomia è anche “uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana, generando circa l’11% del fatturato e dell’occupazione nazionale“. Con un fatturato annuo di 345 miliardi e due milioni di occupati (dati 2018), è la terza in Europa. L’Italia “vanta una lunga esperienza nel campo della Bioeconomia circolare, ovvero di quella componente dell’economia circolare stessa che usa le risorse biologiche della terra e del mare quali materie prime per la produzione di cibo e mangimi animali nonché di composti chimici, materiali biobased ed energia”.
La promozione inoltre del riuso, e più in generale dell’economia circolare, “non può non essere considerata sinergica alle azioni di riduzione degli effetti negativi del cambiamento climatico“, prosegue il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. In tal senso “è necessario un coordinamento con le azioni già previste dalla Strategia Nazionale per l’economia circolare“. La riqualificazione professionale, inoltre, “assume un ruolo centrale e strategico nelle politiche da adottare per la mitigazione degli effetti socioeconomici derivanti dal cambiamento climatico“. In un mercato del lavoro sempre più dinamico, infatti, “garantire la possibilità di aggiornarsi e di essere competitivi e di aggiornare la professionalità in accordo con i nuovi standard dei cosiddetti ‘green jobs’ è fondamentale per permettere alle aziende di essere in compliance con i requisiti normativi nazionali, europei e internazionali”. Non soltanto quindi la promozione di corsi di laurea e master dedicato all’economia ambientale e sostenibile, “ma anche programmi di aggiornamento in sinergia con gli enti locali, aziende, sindacati e gli attori maggiormente coinvolti”.
E’ possibile consultare il PNACC a questo link.


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