Neuroscienze: dove scatta l’idea nel nostro cervello?

Dalla fine degli anni Novanta fino ai giorni nostri, diversi studi effettuati con risonanza magnetica funzionale (fMRI), elettroencefalogramma (EEG) e dell'oculometria, hanno permesso di fare luce circa le basi neurali dell'idea
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Cosa avviene nel nostro cervello quando abbiamo un’idea? Come viaggiano le informazioni nel nostro sistema nervoso? I primi che hanno cercato di dare una risposta a questa domanda sono stati i Gestaltisti, nella prima metà del secolo scorso. Gli esperti della teoria della Gestalt, infatti, ritenevano che l’insight (ovvero la percezione del mondo interno e del mondo esterno) fosse dovuto alla rielaborazione di un problema iniziale. Questo processo venne descritto come l’abilità di correlare concetti che, in un primo momento, non sembrano essere tra loro correlati.

Dalla fine degli anni Novanta fino ai giorni nostri, diversi studi effettuati con risonanza magnetica funzionale (fMRI), elettroencefalogramma (EEG) e dell’oculometria, hanno permesso di fare luce circa le basi neurali dell’illuminazione. I risultati ottenuti hanno permesso di avere un quadro complessivo di cosa avviene nel cervello, nel percorso che va dallo stimolo iniziale all’idea finale.

Cosa dicono le neuroscienze

Secondo queste ricerche, il cervello si attiva per una manciata di millisecondi prima che le persone si rapportano al problema iniziale. Nello specifico, viene attivata un’area del cervello, situata nei lobi frontali, chiamata cingolo anteriore. La funzionalità primaria di quest’area consiste nel mantenere attive, al di sotto della soglia di coscienza, quelle informazioni derivanti da domini di conoscenza diversi da quello che il soggetto sta utilizzando, e di correlarle al problema. Questo significa che i più creativi hanno l’abilità di connettere facilmente le informazioni e concetti che tra loro non sono solitamente correlati.

In questa “fase di preparazione”, il nostro cervello isola l’informazione proveniente dall’ambiente esterno, al fine di agevolare lo stato di concentrazione. Questa correlazione tra concetti da ambiti diversi e che, se associati, producono un’idea nuova e creativa, è favorita dalla capacità di filtrare il rumore visivo esterno.

Il blocco delle aree visuali

Questa spiegazione è supportata dalla diminuzione di attività elettrica registrata nelle aree visive prima del lampo di genio da una aumento del numero e durata di blink (chiusura degli occhi). L’insight è quindi preceduto da una soppressione delle informazioni visive che, se non venissero bloccate, potrebbero interferire nell’elaborazione della soluzione. Quest’ultimo risultato è facilmente riscontrabile anche a livello comportamentale.

Infatti, mentre le persone stanno pensando alla possibile soluzione di un problema, vagano con lo sguardo in diversi punti del campo visivo, spesso senza avere uno specifico oggetto d’osservazione. Assorti nell’ intensa attività di pensiero, fissano lo sguardo verso un angolo o un oggetto inanimato che si trova in loro prossimità, finché la soluzione compare alla mente.

La risoluzione dei problemi

Questo fenomeno di visualizzare ovvero di “guardare senza avere un oggetto di osservazione”, permetterebbe alla nostra mente di ridurre l’interferenza causata dagli input visivi, favorendo l’elaborazione interna delle informazioni.

Al contrario, quando non risolviamo problemi tramite insight ma in maniera analitica, il nostro cervello si prepara ad elaborare gli input visivi focalizzando l’attenzione verso l’ambiente esterno, prima ancora di vedere il problema. Le soluzioni analitiche sono infatti associate ad una maggiore attività delle aree visive (lobo occipitale, situato nella parte posteriore del cervello) e ad un aumento dei movimenti oculari.

I movimenti oculari

Quindi, il discriminate tra una soluzione analitica o per insight risiede proprio nella pre-attivazione di due diversi circuiti neurali. In altre parole, la nostra mente si prepara deliberatamente all’ideazione di una risposta creativa. Come? Evitando elementi di distrazione, al fine di favorire una maggior concentrazione. Questi stessi risultati (de-attivazione delle aree visive e aumento dei blink) sono stati identificati anche qualche secondo prima dell’arrivo di un insight.

Infatti, i dati dei movimenti oculari hanno mostrato un comportamento che mima questa tendenza a guardare in aree vuote del campo visivo, proprio come facciamo quando pensiamo alla possibile soluzione di un problema, guardando fuori dalla finestra o ad un muro bianco, senza avere uno specifico oggetto d’osservazione. Evitare gli stimoli visivi sembra quindi essere cruciale per riuscire ad avere idee creative, e vedere connessioni tra concetti su cui altrimenti non ci si soffermerebbe.

Il potere delle distrazioni

In altre parole: abbiamo più intuizioni creative quando evitiamo distrazioni. Per fare questo vaghiamo con lo sguardo senza realmente guardare niente. Quando la nostra mente vaga, filtra le informazioni esterne tenendo consapevolmente o meno lo sguardo lontano da fonti di distrazione. E infatti l’immagine per eccellenza dei creativi e dei sognatori è quella di persone con “la testa tra le nuvole”.

Ricerche più approfondite effettuate con fMRI (risonanza magnetica funzionale), hanno circoscritto l’area attivata durante l’insight alla parte “anteriore-superiore” del giro temporale destro. Sebbene non si prevedesse un’attivazione così specifica, i ricercatori non sono stati sorpresi nel rilevare il coinvolgimento proprio di quest’area, che è associata ad aspetti della comprensione linguistica, come l’interpretazione delle metafore o la comprensione delle battute di spirito. E’ infatti una peculiarità dell’emisfero destro del nostro cervello quella di connettere informazioni derivate da una vasta area della corteccia, le quali combinate tra loro, incrementano la possibilità di associare concetti tra loro poco simili formulando quindi idee creative.

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