Alto Adige, le grandi dighe e la lotta alla siccità | FOTO

"Per capire la grave siccità che colpisce il nostro paese bisogna salire sui grandi bacini idroelettrici in Alto Adige, Piemonte e Valtellina. Girare in mezzo a fiumi, laghi e ghiacciai storicamente ricchissimi d’acqua per rendersi conto della siccità in atto"

  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
  • DIGA ALTO ADIGE
/

Secondo il report raccontato da Marco Alfieri sul Sole 24 Ore c’è tanto da dire e da approfondire sul tema siccità, soprattutto nelle grandi dighe tra la Val Venosta e l’Alto Adige, in cui la situazione è ormai stabile a assetata da tempo. “Di solito i primi scioglimenti cominciano verso metà aprile, gradualmente, e proseguono fino a luglio inoltrato, fornendo la “benzina” necessaria a ricaricare le falde, all’approvvigionamento energetico e all’agricoltura. Ma in questi giorni fa già caldo, troppo caldo. È un mezzogiorno soleggiato di fine marzo e ai 1.823 metri del lago Venina ci sono 11 gradi di temperatura.”

“In Val Venosta, Alto Adige, nella diga di San Valentino l’acqua del lago di Resia, famoso per il campanile a forma di matita che spunta fuori, sopravvissuto al mondo di ieri, è così bassa che si vedono i canali di collegamento tra i due vecchi laghetti uniti dopo la Seconda guerra mondiale, quando la Montecatini decise di allagare tutto l’invaso per fare solo un grande bacino (il più grande lago dell’Alto Adige) e spostare l’abitato di Curon sul fianco della montagna.”

“Anche alla diga di Larecchio, nell’alta valle Isorno sopra Domodossola, il lago artificiale è piuttosto scarico. “Capita in questi periodi di svasarlo per fare posto alla neve che si scioglie e alle piogge che di solito cadono abbondanti. Da queste parti ci chiamano la valle del pianto…”, dice con un filo di nostalgia un tecnico della società Idroelettriche Riunite (gruppo Beltrame) che lavora nella vicina centrale di Pontetto. Ma ora il bacino è desolatamente basso e così resterà ‘visto che di neve, e di acqua, anche a 1.853 metri di altitudine, se ne vede pochissima.’ “

Alle sorgenti della siccità

“Per capire la grave siccità che colpisce il nostro paese bisogna salire sui grandi bacini idroelettrici in Alto Adige, Piemonte e Valtellina. Girare in mezzo a fiumi, laghi e ghiacciai storicamente ricchissimi d’acqua e parlare con la gente di montagna, o con chi la conosce bene perché ci lavora da anni. Di solito hanno pensieri chiari e memoria lunga. Lo scenario che troviamo salendo in quota ribalta qualsiasi rotazione stagionale tipica di questi mesi. Niente precipitazioni abbondanti che spesso hanno causato esondazioni, allagamenti e dissesti idrogeologici, ma un paesaggio da cartolina quasi estiva.”

“Sull’autostrada del Brennero, tra Affi e Avio, l’Adige nei punti in cui fa le anse è ridotto ad un fiumiciattolo. Nella conca di Bolzano se alzi lo sguardo non si vede uno straccio di neve a perdita d’occhio. Per trovarne una spruzzata bisogna arrivare in fondo alla Val Venosta, a Malles, dove un paio di persone stanno sciando su una lingua di neve artificiale in mezzo ai prati. Anche il laghetto del paese è già tutto scongelato. Qui di solito si pattina. a fino ad aprile inoltrato. Per la cronaca, ai 3.200 metri del ghiacciaio del Senales, da qualche anno non si pratica più lo sci estivo. La calotta si sta ritirando. Ormai si comincia a settembre.”

Dall’alto della grande sete

“Cambiando lato dell’arco alpino, per raggiungere la diga di Larecchio sul torrente Isorno, in alto Piemonte, decidiamo di partire in elicottero da Castelnuovo di Garfagnana, per vedere quanto è grave la siccità anche sugli Appennini. Il paesaggio è terribile. La dorsale tosco-emiliana è totalmente brulla.Sul passo del Cerreto non c’è ombra di neve. Il lago artificiale di Paduli è ridotto uno stagno. Verso Parma il fiume Taro è quasi in secca e a Bobbio, sotto il ponte storico, il Trebbia praticamente non c’è più, ridotto ad un letto di ghiaia e sabbia.”

“Superato il lago Maggiore e le sue isole, risalendo il Toce verso la val Formazza, troviamo i canaloni spogli di neve. C’è un po’ di bianco sopra i duemila metri, in direzione San Domenico e la Svizzera, ma è neve recente, marzolina, di quella che si scioglie presto. “In Piemonte c’è già un gran numero di Comuni che sta alimentando con le autobotti i propri acquedotti. Mai vista una cosa del genere a marzo”, dice il tecnico di Idroelettriche Riunite. Mentre siamo ancora in elicottero la radio di bordo ci avvisa che alcuni Canadair stanno volando per spegnere incendi nei dintorni, neanche fossimo in piena estate.”

La fine della neve

“Negli ultimi 30 anni registriamo precipitazioni più intense e irregolari ma in valore assoluto non possiamo dire che sia caduta meno pioggia”, ragiona Mario Trogni, ceo di Alperia, la società energetica della provincia autonoma di Bolzano. “Quel che è evidente dalle statistiche, invece, è che è diminuita molto la neve e la causa è l’aumento delle temperature, come si vede anche arrivando a Bolzano.”

“La neve è il vero tesoro delle montagne perché protegge i ghiacciai e quando fa freddo si scioglie più lentamente, migliorando la ricarica delle falde. Pensate che “in un anno di nevosità normale – continua Trogni – non ci preoccupiamo delle piogge almeno fino ai primi di agosto. La neve di adesso, invece, a causa della siccità, si scioglie a inizio primavera quindi devi sperare che piova in estate.”

“Racconta Trogni che quest’anno, con l’Osservatorio dell’Autorità di bacino Alpi Orientali, si sono dovuti riunire già a febbraio. “Da inizio marzo siamo ufficialmente entrati nello stato di severità idrica media, un unicum nella storia.” Giusto per capirsi: negli anni proprio grami si arrivava a questo stadio a fine aprile. O a partire da giugno, quando aumentano i consumi. “A metà marzo non era mai successo.” Il risultato è che la fragile catena dell’acqua, dalle alpi alla pianura, messa sotto forte stress da 15 mesi di precipitazioni praticamente impalpabili, si è ormai inceppata, accumulando tensioni lungo tutta la filiera.”

La fragile catena dell’acqua

“Cadendo poca neve, in anni di siccità come il 2022 e il 2023, scatta un maggiore fabbisogno di acqua per l’irrigazione. Tradizionalmente gli agricoltori in val padana, a marzo, guardano i grandi laghi del nord e i livelli dell’Adda, del Ticino o dell’Adige per capire che stagione sarà, e se possono o meno seminare i loro campi. Anche quest’anno sarà una stagione molto complicata.

“Ricordiamo che i grandi laghi subalpini – il Garda, il Maggiore e il Lario su tutti – sono laghi regolati. La loro regolazione consente di utilizzare le acque a valle per l’uso irriguo. Dietro i laghi subalpini ci sono i grandi bacini imbriferi. E sopra i bacini imbriferi ci sono i grandi impianti di accumulo (laghi e invasi artificiali) nati in gran parte per scopi idroelettrici”, spiega Roberto Barbieri, gran capo dell’idroelettrico di Edison.

Già l’anno scorso questi laghi sono scesi sotto i livelli minimi di invaso per contribuire ad alimentare per quanto possibile i corsi d’acqua di valle per finalità irrigue, e per il mantenimento della biodiversità. Ma se non piove mai, per quanto può funzionare questo sistema di vasi comunicanti?”

La crisi idroelettrica

“Secondo i dati di Terna, l’operatore che si occupa della gestione delle reti per la trasmissione dell’energia elettrica, primi due mesi del 2023 la generazione di elettricità dall’acqua ha fatto segnare un drammatico – 51%, con febbraio che ha sfiorato il – 60%. Il rischio è di chiudere un anno peggiore del 2022, quando la lunga siccità aveva ridotto la produzione in Italia del 37,7%. Se poi si considera che alcuni operatori utilizzano l’acqua anche per raffreddare gli impianti termoelettrici, con un livello dei fiumi così bassi molti di loro si vedranno costretti a fermare anche alcuni impianti a gas.

La tensione, ovviamente, investe a cascata anche i piccoli e medi operatori. Nel vasto territorio di Montecrestese, paesino a nord di Domodossola, il gruppo Idroelettriche Riunite controlla e gestisce un sistema con 5 centrali che comincia ai 1.850 metri della diga di Larecchio, sul lago omonimo, e termina a 300 metri a valle con l’impianto di Pontetto, dopo un salto di quasi 1.500. In Piemonte la produzione media di Idroelettriche Riunite si aggira sui 100 milioni di Kilowatt/annuo ma “da inizio anno ne hanno prodotti appena 3”, spiega Paolo Taglioli, direttore di asso-idroelettrica, un’associazione di categoria che raccoglie 427 piccoli e medi player di settore. “Nel 2022 il gruppo ha prodotto il 43-45% della media degli ultimi 20 anni. E quest’anno sarà pure peggio, sono quasi fermi.” Le centrali lavorano non più di 2 ore al giorno. Questo vuol dire che il paese dovrà compensare producendo più energia da fonti fossili e indebolire il mix energetico, considerando che l’idroelettrico vale circa il 40% della produzione nazionale da rinnovabili.”

I guardiani del territorio

“La seconda cosa che colpisce è che i grandi player non sono solo produttori di energia, ma anche i custodi dell’acqua e dei territori dove tutto comincia. I grandi invasi non aiutano solo l’agricoltura a valle ma garantiscono anche servizi anti-incendio, la laminazione delle piene, la pulizia delle strade di montagna per prevenire frane e smottamenti o l’alimentazione dei cannoni sparaneve per sostenere il turismo locale.

In Alto Adige senza il prezioso servizio anti-brina attivo quando i meleti sono in fioritura, semplicemente non esisterebbe il distretto della Val Venosta. In Valtellina, gli impianti Edison fungono da presidio di primo soccorso per gli escursionisti che battono le alpi Orobie, grazie ad una rete geolocalizzata di de-fibrillatori. “I villeggianti in difficoltà vanno nelle case dei guardiani delle dighe quando gli elicotteri non volano”, continua Barbieri.”

Paradossi italiani

“Il paradosso tutto italiano è che, nonostante la siccità, restiamo un paese che ha più piogge e più corsi d’acqua di ogni altro paese europeo.  Non solo. Nei 600 mila chilometri di rete idrica nazionale perdiamo per strada il 42% di acqua. 

Nuovi invasi, nuovi bacini di raccolta e stoccaggio, impianti di pompaggio, sistemi di irrigazione tecnologici, colture più efficienti e moderne. Anche questo dovrebbe fare il Pnrr. “Finanziare la rete delle reti, che sono le vie d’acqua. La rete idrica è essenziale. Siamo rimasti all’Ottocento, al Canale Cavour, ma ora bisogna avviare un nuovo cantiere di opere come è stato fatto alla fine di quel secolo e negli anni ’50 e ’60 del dopoguerra. È un lavoro enorme, ma va fatto”, si sgola D’Angelis.”

Il Paese del No

“Invece troppo spesso in Italia siamo il paese del “No”. Non programmiamo nulla e viviamo sulle emergenze. “Nel 2017 abbiamo litigato tutta la primavera per via della siccità poi a luglio e agosto ha piovuto tanto, la contingenza è rientrata, e ci siamo dimenticati il problema”, allarga le braccia Trogni. Fino alla emergenza successiva.

È in tempo di “pace” che si devono fare gli investimenti di cui parla anche D’Angelis, mettendo fieno in cascina per la brutta stagione. Non è questione di montagna contro pianura. Solo che i nodi vanno risolti in modo strutturale, se non vogliamo che l’acqua diventi definitivamente un tema di sicurezza nazionale.”