Campi Flegrei, INGV: “allo stato nessuna indicazione di eruzione”

Le precisazioni degli esperti dell'INGV sullo studio sul progressivo indebolimento nella crosta della caldera dei Campi Flegrei

“Al momento il complesso dei dati frutto del costante monitoraggio dell’Istituto non fornisce alcuna prova che faccia pensare ad un aumento del rischio di una eruzione nella zona dei Campi Flegrei. I risultati dello studio in questione vanno valutati alla luce di tutte le informazioni che ci derivano dal nostro monitoraggio e sebbene sia possibile, se il trend descritto nel lavoro dovesse continuare, che si abbia una rottura della crosta maggiormente rilevante, ciò non vuol dire che necessariamente si avrà una eruzione. Anzi, come detto, il complesso dei dati fa pensare ad un’origine non magmatica dell’indebolimento della crosta”. Lo dice all’AGI Francesca Bianco, Direttrice del Dipartimento Vulcani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) riguardo la pubblicazione di un recente studio a firma di ricercatori dell’University College London (UCL) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), apparso su ‘Communications Earth and Environment’ di Nature, secondo il quale il susseguirsi degli episodi di sollevamento degli ultimi decenni ha causato un progressivo indebolimento nella crosta della caldera dei Campi Flegrei, rendendone maggiormente possibile la rottura nei prossimi anni.

Il rischio di rottura che potrebbe diventare rilevante se il susseguirsi di eventi che abbiamo analizzato dovesse persistere – aggiunge Stefano Carlino dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV (INGV-OV) e coautore dello studio – non implica che in caso di rottura si avrà un’eruzione. Bisogna capire cosa stia alimentando in profondità questi fenomeni, se magma, e in quel caso il rischio eruzione sarebbe più elevato, o fluidi di altro genere, come gas a pressione. Anzi per quelli che sono i dati a nostra disposizione, pur non potendo escludere la presenza di magma, tendiamo a credere che si tratti di fluidi e che se magma è presente, lo sia in quantità ridotte. È poi da aggiungere che, piuttosto che a una eruzione, l’incremento osservato della fratturazione potrebbe portare ad una depressurizzazione e quindi ad un arresto del sollevamento del suolo e alla ripresa della lenta subsidenza”.

Va poi ricordato, ha precisato Nicola Alessandro Pino, primo ricercatore INGV-OV e coautore anch’egli dello studio, “che i fenomeni che abbiamo studiato sono concentrati, nello specifico nella zona centro-orientale della caldera, nell’area Solfatara-Pisciarelli, e che quindi, se rottura ci dovesse essere, questa sarebbe l’area più probabile. Ben differente dall’area complessiva del cosiddetto ‘supervulcano’ dei Campi Flegrei, un termine rappresentativo delle maggiori eruzioni avvenute nell’area in epoche remote ma non di quelle, meno violente, delle ultime migliaia di anni, che si estende ben al di là della zona di ‘maggiore fratturazione'”.

Il complesso di queste informazioni e analisi “non comporta quindi nessuna necessità di alzare il livello di allerta per la popolazione e per i responsabili di Protezione Civile – conclude la Dottoressa Francesca Bianco – quello che è certo invece è che si avrà la possibilità di un confronto ulteriore tra esperti sui risultati dello studio e che l’Istituto continuerà la sua costante attività di monitoraggio”.