“Dal Dissesto Idrogeologico al rischio idrogeocementizio. L’Associazione Italiana di Ingegneria Naturalistica conia, da oggi, tale nuovo termine. Siamo in presenza di Rischio idrogeocementizio. Campi Bisenzio è un comune della Piana Firenze-Prato-Pistoia, la zona più urbanizzata della Toscana secondo il rapporto ISPRA sul Consumo di Suolo. Il nome del paese sta sicuramente a significare “campi coltivati attraversati dal fiume Bisenzio”, ma oggi abbiamo un corso d’acqua ristretto e rettificato da argini che proteggono importanti infrastrutture produttive (i ben noti capannoni). A dimostrazione che siamo ancora un paese civile e solidale, le strade di Campi (come qui si abbrevia) sono invase da ragazzi e adulti che volontariamente aiutano i cittadini colpiti (quale miglior medicina all’”ansia climatica” …), mentre è in corso la conta dei danni. Dalle prime stime si parla di 300 milioni di danni in quel comune su un’area di 800 ettari, a fronte dei 500 milioni in Toscana: cerchiamo di fare anche noi qualche conto. Se avessimo ancora avuto il Bisenzio libero di scorrere fra campi coltivati, avremmo avuto 10 o 100 volte meno danni. Ma c’est la vie: lo sviluppo ha portato infrastrutture che valgono di più di un ettaro di terreno o un mancato raccolto. Si tratta quindi di un danno pari a circa 400 euro al metro quadro edificato, quasi la metà di quanto speso per costruire, persi in un colpo solo (in realtà ci sono anche le automobili da buttare, le materie prime e la merce danneggiate nei magazzini, le foto di famiglia che galleggiavano negli scantinati, etc.)”. Lo ha affermato Federico Preti, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneria Naturalistica, Docente di idraulica, esperto di difesa del territorio dell’Università di Firenze.
“È arrivata tanta acqua, ma da dove e quanta? Questa è la domanda che bisognerebbe porsi. Le piogge avevano un tempo di ritorno stimato in un centinaio di anni (secondo dichiarazioni del Lamma), ma localmente dovrebbe essere stato superato, visto che le opere idrauliche sono progettate per piene duecentennali. Il fatto è che a parità di pioggia l’acqua sarebbe arrivata in minor quantità e in più tempo se fosse stata trattenuta a monte (calcolato in circa il 10%: quanto ora dobbiamo stoccare nelle casse di espansione a valle). Significa che la stessa quantità di acqua ora arriverebbe ogni 70 anni, invece ogni 100 anni ne arriva un altro quasi 10% in più. Il problema è che la pericolosità è così aumentata del 50% (i processi in natura nono sono direttamente proporzionali, sovente): invece di 300 milioni di danni ne avremmo avuti 200, anche se non ci sono più solo campi da allagare. Quanto sopra è un esempio pratico della valutazione del rischio, data dalla moltiplicazione fra il valore economico dei beni esposti vulnerabili e della pericolosità”, continua Preti.
“Sempre ISPRA, pubblica ogni anno il rapporto sul dissesto idrogeologico in cui si elencano Comuni colpiti e purtroppo vittime. In realtà erosione, frane, piene ed esondazioni sarebbero fenomeni naturali – ha aggiunto Preti – ma creano danni se si costruisce e vive in zone a rischio. Facciamo allora chiarezza: i due rapporti sul Consumo di Suolo e sul Dissesto Idrogeologico dovrebbero, insieme, costituire un unico rapporto, quello sul rischio idrogeocementizio. Coniamo questo termine, che è più chiaro ed onesto. Meglio di “idrogeoedilizio” (non addossiamo la colpa a chi si è costruito la sua casetta, autorizzata da qualche “Ente preposto”, magari in virtù di opere idrauliche che, purtroppo, a volta inducono a sentirsi più sicuri). Meglio anche di “idrogeoantropico” (è vero siamo ormai nell’Antropocene, cambi climatici compresi e senza limiti al cosiddetto sviluppo, ma l’uomo aveva anche creato un Paesaggio armonico e sostenibile, fino ad un certo punto, speriamo che non sia di non ritorno): ad esempio, nel caso dell’erosione si distingue fra “naturale” (che porta la sabbia alle nostre spiagge) o “normale” (quella che è controllata o ridotta dalle sistemazioni idraulico-agrarie o forestali), ben diverse da quella “accelerata”, fuori controllo)”, ha concluso Preti, che propone come soluzione l’ingegneria naturalistica e le Nature Based Solutions, promosse e realizzate “concretamente con esperienza pluridecennale” dall’AIPIN.


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