C’è una popolazione specifica di neuroni in un’area del cervello chiamata CA2, nell’ippocampo, che permette al cervello di codificare il ricordo e memorizzare i volti, distinguendo tra individui noti e volti sconosciuti. A individuarla uno studio, pubblicato sulla rivista Neuron, condotto dagli scienziati dello Zuckerman Institute della Columbia.
Memoria sociale
Il team, guidato da Stefano Fusi, ha esplorato la memoria sociale, ovvero la capacità di ricordare gli incontri con gli altri. Il cervello umano, spiegano gli esperti, possiede la straordinaria capacità di distinguere rapidamente un estraneo da un volto familiare, riportando al contempo alla memoria i dettagli di un viso conosciuto.
In questa indagine, il gruppo di ricerca ha utilizzato un modello murino per comprendere come il cervello possa gestire queste informazioni. Gli studiosi hanno individuato una singola popolazione di neuroni responsabili dei processi distinti legati alla distinzione tra individui noti e sconosciuti, e al ricordo di dettagli relativi ai volti familiari.
“In genere“, sottolinea Steven A. Siegelbaum, collega e coautore di Fusi, “individuiamo facilmente un viso noto, ma possiamo sperimentare delle difficoltà nel ricordare dove e come ci si conosce, specialmente se ci incontriamo al di fuori del contesto abituale“.
La rivoluzione di CA2
Gli scienziati hanno studiato un’area del cervello chiamata CA2, parte dell’ippocampo, di un modello murino. Utilizzando una serie di tecniche di imaging e metodi computazionali, gli autori hanno analizzato circa 400-600 neuroni che sembravano direttamente responsabili di questi processi.
Inaspettatamente, i neuroni hanno utilizzato diversi modelli di attività a seconda del livello di familiarità dei topolini. In particolare, riportano gli scienziati, quando gli animali venivano esposti ad esemplari che non conoscevano l’attività risultante nella CA2 era relativamente semplice. Al contrario, il contatto con compagni di cucciolata familiari era associato a una forma di attività più complessa.
Questa disparità, secondo il team, è legata alla ricerca di dettagli legati alla conoscenza. “Quando incontriamo qualcuno che non conosciamo“, osserva Lorenzo Posani, altra firma dell’articolo, “tendiamo a usare categorie astratte per classificare il nuovo volto, memorizzando, ad esempio, caratteristiche associate all’età, al genere, o all’aspetto fisico. Successivamente, nella nostra memoria si forma un ricordo più complesso della persona che abbiamo davanti“.
“La nostra speranza“, conclude Siegelbaum, “è che il nostro lavoro possa rappresentare la base per una conoscenza più approfondita della memoria sociale e allo sviluppo di interventi specifici per contrastare questo tipo di deficit“.


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