Pregliasco: “test e vaccini per essere pronti a nuova pandemia”

"Ecco perché è necessaria una sorveglianza sempre più stringente sugli animali"

È indispensabile farci trovare pronti, preparati a una nuova possibile futura pandemia. Bisogna approntare in fretta test rapidi per la diagnosi, farmaci antivirali e soprattutto vaccini da poter somministrare all’occorrenza, in un momento in cui in generale si sta dando poca importanza alla prevenzione vaccinale“. Così Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell’Università degli studi di Milano e direttore scientifico di Osservatorio Influenza, sulla diffusione del virus dell’influenza aviaria nelle mucche in Usa.

La possibile pandemia di aviaria

Nelle ultime settimane, ricorda l’Osservatorio Influenza, sono state rinvenute nelle acque reflue quantità significative di materiale virale e tracce genetiche del virus H5N1 in un alto numero di campioni di latte in vendita. Ciò potrebbe indicare una diffusione del virus più ampia di quella fotografata dai contagi segnalati. Anche se al momento il rischio per la popolazione generale è considerato basso, resta il timore che le numerose interazioni tra bovini aumentino le probabilità che il virus H5N1 possa mutare in un ceppo in grado di infettare più facilmente l’uomo e trasmettersi da una persona all’altra.

Un pericolo da non trascurare

Con milioni e milioni di particelle virali in un millilitro di latte, questo virus sta comprando molti biglietti della lotteria“, sintetizza su X il giornalista di Science Kai Kupferschmidt con una metafora che racchiude le preoccupazioni di molti scienziati: senza interventi più incisivi, la circolazione silente del virus tra le mucche lo porterà prima o poi a imbattersi nella combinazione giusta che gli permetterà di diffondersi nell’uomo.

Questi timori oggi hanno trovato voce su Nature, in un’analisi in cui diversi scienziati sottolineano le lacune nella gestione dell’emergenza. Lamentano, in particolare, la scarsa quantità di dati, i ritardi nella loro raccolta e la poca trasparenza con cui vengono diffusi ai cittadini e alla comunità scientifica. Per i ricercatori interpellati dalla rivista britannica, fin dall’inizio la gestione dell’epidemia ha mostrato delle falle. Il virus circola nelle mucche da novembre, ma solo a marzo sono stati colti i primi segnali. Ciò fa pensare che il sistema di sorveglianza non sia sufficientemente sensibile da coglier tempestivamente i segnali di allarme.

Poi, le prime sequenze virali sono state diffuse con grave ritardo. Inoltre, anche i dati genetici attuali mancano di dettagli importanti, come i luogo e la data in cui sono stati raccolti i campioni analizzati: ciò non consente alla comunità dei ricercatori di comprendere come si sta muovendo l’epidemia. Questi dettagli fanno temere che ci siano più casi di quanti finora certificati, non solo nelle mucche ma anche nell’uomo. In realtà, nei giorni scorsi i Cdc americani hanno reso disponibili on line i dati derivanti dalla sorveglianza delle acque reflue. Nulla sembra al momento suggerire la presenza anomala di virus dell’aviaria.

La sorveglianza degli animali

Intanto non decolla la sorveglianza negli animali e nei lavoratori degli allevamenti. La scorsa settimana il Governo americano ha approvato un pacchetto di incentivi: serve a compensare gli agricoltori i cui allevamenti sono colpiti da aviaria e quelli che decidono di collaborare agli studi. Si spera che aiuterà a vincere i timori delle ricadute economiche che potrebbero derivare se emergesse la positività degli animali o dei lavoratori.

Ecco perché è necessaria una sorveglianza sempre più stringente sugli animali – non soltanto i volatili – sugli alimenti di origine animale consumati dall’uomo e sugli uomini stessi cominciando a fare controlli, magari a campione, anche sull’uomo in modo da capire quanto nel mondo l’aviaria stia circolando, anche con sintomi non significativi“, conclude Pregliasco.