Il 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont, una tragedia annunciata

Questa tragedia, che poteva essere evitata, ha lasciato una ferita profonda nella memoria collettiva del Paese

Il 9 ottobre 1963 rimarrà per sempre una data indelebile nella storia d’Italia, segnata dal tragico disastro del Vajont, che portò via la vita di 1.917 persone e distrusse interi paesi. Quel giorno, una frana colossale si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale del torrente Vajont, causando un’onda catastrofica che spazzò via la cittadina di Longarone e altri centri abitati della valle. Le cause di questo disastro, che avrebbe potuto essere evitato, risiedono in una serie di errori umani, valutazioni geologiche errate e la mancanza di misure preventive efficaci.

Il Vajont è il torrente che scorre nella valle di Erto e Casso, a cavallo tra le province di Pordenone e Belluno, e confluiva nel Piave. Tra il 1957 e il 1963 la sua valle fu profondamente modificata dalla costruzione di una diga imponente: alta 261,60 metri e lunga 190 metri, destinata a creare un lago artificiale di circa 170 milioni di metri cubi. La diga, tra le più grandi del mondo all’epoca, era stata progettata per raccogliere le acque dai bacini circostanti e convogliarle verso la centrale elettrica di Soverzene, a scopo idroelettrico.

Un pericolo non considerato

Durante la costruzione della diga, la normativa vigente non prevedeva la valutazione della stabilità dei versanti montuosi circostanti i nuovi bacini. Ciò lasciò incompleti i primi studi geologici, trascurando un elemento cruciale: la frana che già in epoca preistorica si era verificata lungo il versante settentrionale del Monte Toc, proprio sopra il futuro invaso. Solo dopo una frana minore avvenuta nel vicino bacino di Pontesei, nel marzo del 1959, si decise di condurre analisi più approfondite, che confermarono i rischi legati alla stabilità della zona.

Nonostante il rapporto geologico finale del giugno 1960, stilato dal geologo austriaco Leopold Müller insieme agli italiani Edoardo Semenza e Franco Giudici, evidenziasse la presenza di una frana antica sul Monte Toc, i lavori continuarono. Il 22 marzo del 1960, sul versante apparve una crepa a forma di “M”, lunga più di 2 km e larga circa un metro, chiaro segno di instabilità. Nel novembre dello stesso anno, una prima frana di circa 700.000 metri cubi di materiale si riversò nel bacino, sollevando un’onda di 10 metri.

Le autorità decisero di svuotare parzialmente il bacino per rallentare i movimenti franosi, ma la situazione rimase tesa e le successive prove di invaso riattivarono periodicamente la frana.

Vajont, la tragedia del 9 ottobre 1963

Il 26 settembre 1963, a fronte di un aumento dei movimenti del terreno, si decise nuovamente di svasare l’invaso, ma l’effetto fu nullo: il movimento della massa continuava ad accelerare. Il 9 ottobre, la frana sul Monte Toc aveva raggiunto una velocità di 30 cm al giorno. Alle 22:39, un volume di circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccò dal versante e precipitò a 70-90 km/h nel lago artificiale, provocando una serie di onde devastanti.

L’onda principale, stimata in circa 50 milioni di metri cubi d’acqua, superò la diga con un’energia immensa e si abbatté sulla valle sottostante. Longarone fu completamente rasa al suolo, insieme ai paesi di Pirago, Maè, Villanova e Rivalta, non lasciando scampo a migliaia di abitanti. In pochi minuti, le acque devastarono anche altri centri, come Frasèin, Col delle Spesse e Pineda, causando una distruzione senza precedenti.

Le conseguenze e la memoria

Il disastro del Vajont non solo causò una terribile perdita di vite umane, ma portò alla distruzione di 895 abitazioni, 205 unità produttive, e danni infrastrutturali massicci, inclusa la distruzione di tratti della ferrovia Belluno-Calalzo e della strada statale SS51. Inoltre, furono spazzati via interi seminativi, con una perdita del 30% del bestiame. Tra il 1964 e il 1993, lo Stato italiano ha speso oltre 986 milioni di euro (aggiornati al 2011) per i lavori di ricostruzione e i risarcimenti.

Questa tragedia, che poteva essere evitata con un’attenta valutazione geologica e misure preventive, ha lasciato una ferita profonda nella memoria collettiva del Paese. Oggi, il disastro del Vajont è un monito, un episodio drammatico che richiama l’importanza di rispettare la natura e le sue leggi, ricordando come l’uomo debba sempre agire con responsabilità e coscienza di fronte alla forza dell’ambiente.