Sui 1.500 edifici esaminati dell’Autorità di bacino distrettuale del Po nel post alluvione 2023 in Emilia Romagna, 400 sarebbero da delocalizzare. È uno dei temi, col Piano speciale di ricostruzione, al centro di un convegno organizzato questa mattina a Rimini a Ecomondo, la fiera della green economy di Italian Exhibition Group. Come precisa il segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del Po Alessandro Bratti, “siamo in fase di approvazione del piano definitivo consegnato quest’estate al Commissario e da lì ai diversi Ministeri coinvolti. Ci sono alcuni aspetti da chiarire ma siamo in dirittura di arrivo, è questione di qualche settimana”. Da chiarire, precisa, non ci sono aspetti tecnici, ma piuttosto “aspetti giuridici che riguardano il Ministero dei Trasporti e questioni economiche”, con il fabbisogno stimato in 7 miliardi di euro.
I dettagli del Piano
Andrea Colombo, della segreteria tecnico operativa dell’Autorità, si augura di “approvare a breve il Piano speciale ricostruzione, perché l’elenco delle opere da fare non basta, serve pianificazione“. Per i fiumi in pianura, entra nello specifico, si punta sull’adeguamento degli argini, sulla manutenzione straordinaria dei sedimenti sui piani golenali, sull’arretramento delle arginature. E poi sulle tracimazioni controllate. Per il reticolo idrografico secondario, invece, potenziamento delle opere di scarico e connessione, miglioramento del deflusso, casse di espansione, ottimizzazione delle possibilità di invaso esistenti, adeguamento del reticolo.
La Struttura commissariale, aggiunge il direttore generale Cura del territorio della Regione Paolo Ferrecchi, “intendeva il Piano speciale come un elenco di interventi, ma l’abbiamo convinta a inserire anche alcuni aspetti di pianificazione“, così da anticipare la moratoria sugli interventi edili fuori dal territorio urbanizzato, sia nelle aree alluvionate che in quelle di dissesto.
Nelle zone urbane, invece, “siamo in attesa delle fasce di rispetto per cui non si realizzino nuove edificazioni dove ci sono stati allagamenti, salvo ci siano le condizioni idrauliche“. Servono poi, continua, “approfondimenti specifici sulle delocalizzazioni necessarie, non legate tanto al danno subito ma a una mappatura che chiarifichi il quadro dei rischi. L’atteggiamento è prudente anche perché non c’è la copertura finanziaria per gli edifici con danni minimi. Ma in alcuni casi non ci sono alternative“.
Di certo, la gestione di montagna e collina “va ripresa – rimarca Ferrecchi – l’abbandono aggrava il dissesto. Inoltre occorre trovare un punto di equilibrio sulla vegetazione ripariale, tra esigenze idrauliche e di mantenimento“. Il Piano affronta anche il tema delle infrastrutture in ambito fluviale, segnalando la necessità di dare maggiore luce ai ponti mentre le pile hanno una interferenza importante; così come la questione degli animali fossori. Gli interventi principali per i prossimi tre anni, rispetto ai 12 totali, valgono 867 milioni di euro.
Dal Commissario Figliuolo – gli fa eco Armando Brath dell’Università di Bologna – arriva “una serie di raccomandazioni poi recepite nei Piani speciali”, quali aumentare le aree di laminazione realizzando vasche e invasi in montagna, restituire spazio ai fiumi, prevedere aree di esondazione controllata potenziando gli argini e prevendo i punti di tracimazione. Con queste misure, i danni da un evento catastrofico, quantificati in 7,8 miliardi di euro, si ridurrebbero di due terzi.
Infine la società pubblica Sogesid ha mappato 173 interventi, di cui 89 sulle frane, 10 sugli allagamenti e 13 sui ponti, mentre sono in corso indagini geologiche in 24 Comuni, con 400 carotaggi effettuati, che andranno avanti fino a dicembre e poi si faranno tutte le attività di progettazione pronte per aprile-maggio. Per poi andare all’affidamento dei lavori.
“Quello che è successo a Valencia può accadere anche da noi – conclude – anche per questo si lavora agli Stati generali sulla gestione della risorsa idrica, perché la difesa idraulica deve essere un tema europeo”.


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