Un team di ricerca, guidato dal Prof. Li Mingsong presso l’Università di Pechino, ha fornito nuove informazioni sul massimo termico del Paleocene-Eocene (PETM) e sui suoi effetti sulla chimica degli oceani. Lo studio, pubblicato su Nature Geoscience, ricostruisce l’acidificazione degli oceani durante questo antico evento climatico, offrendo parallelismi con le tendenze attuali legate alle emissioni di CO2 causate dall’uomo.
Il massimo termico del Paleocene-Eocene (PETM), 56 milioni di anni fa, è stato un importante evento di rilascio di carbonio che ha provocato un rapido riscaldamento globale e una significativa acidificazione degli oceani. Questo studio evidenzia parallelismi con l’attuale cambiamento climatico, sottolineando la necessità di comprendere gli eventi passati per prevedere gli impatti futuri.
Acidificazione degli oceani
Il team ha utilizzato l’assimilazione dei dati paleoclimatici (DA), integrando dati proxy e simulazioni del modello del sistema terrestre per ricostruire la chimica del carbonato nell’oceano. La CO2 atmosferica è aumentata drasticamente da 890ppm a 1980ppm durante il PETM. L’acidificazione è stata più grave nelle regioni ad alta latitudine, in modo simile alle tendenze attuali nell’Artico, dove la saturazione dell’aragonite è in calo.
Il PETM è stato innescato da un massiccio rilascio di carbonio, che ha causato un rapido riscaldamento e sconvolto gli ecosistemi. Il pH dell’oceano è diminuito di 0,46 unità, da 7,91 a 7,45, causando diffuse alterazioni della vita marina. L’acidificazione dell’oceano ha portato all’estinzione del 30-50% dei foraminiferi bentonici e a una significativa perdita di biodiversità marina.
“Le attuali emissioni di CO2 stanno aumentando più rapidamente rispetto al PETM, minacciando gli ecosistemi marini e sottolineando la necessità di un’azione urgente per il clima”, concludono gli autori dello studio. “I risultati sottolineano l’urgenza di affrontare il problema delle emissioni di CO2 provocate dall’uomo per proteggere gli ecosistemi marini, in particolare nelle regioni vulnerabili come l’Artico”, concludono.


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