Un’inchiesta condotta dalla BBC ha svelato un inquietante legame tra alcune passate di pomodoro etichettate come “italiane” e pomodori provenienti dalla Cina, con una parte significativa della produzione raccolta attraverso il lavoro forzato. Tra i prodotti coinvolti, figurano marchi che vantano un’origine italiana, come la “Purea di pomodoro italiana” di Tesco, il doppio concentrato di Asda, che indica “Purea di pomodori coltivati in Italia“, e la “Purea di pomodoro essenziale” di Waitrose, descritta come “passata di pomodoro italiana“. L’indagine ha esaminato 17 prodotti venduti nei supermercati del Regno Unito e della Germania, scoprendo che alcuni di essi contengono tracce di pomodori cinesi.
“Disinformazione e bugie”
Gran parte di questi pomodori proviene dalla regione dello Xinjiang, in Cina, un’area tristemente nota per l’uso del lavoro forzato, in particolare tra le minoranze uigure, per lo più musulmane. Nonostante le accuse di torture e abusi da parte dell’ONU, il governo cinese ha negato ogni addebito, definendo le affermazioni come “disinformazione e bugie“.
I supermercati coinvolti nei test hanno contestato i risultati dell’inchiesta, ma la realtà è che la Cina, che produce circa un terzo dei pomodori a livello mondiale, coltiva la maggior parte della sua produzione proprio nella regione dello Xinjiang, un’area con un clima ideale per questa coltivazione. Inoltre, lo Xinjiang è al centro di un controverso programma di detenzione di massa che ha avuto inizio nel 2017, con oltre un milione di uiguri arrestati in strutture descritte dalla Cina come “campi di rieducazione“.
Il racconto dei testimoni
La BBC ha intervistato 14 testimoni, tra cui Ahmed (nome fittizio), il quale ha raccontato che le autorità carcerarie gli avevano spiegato che i pomodori raccolti erano destinati all’esportazione. Se i lavoratori non raggiungevano le quote stabilite, che potevano arrivare fino a 650 kg al giorno, venivano puniti con scosse elettriche. Un altro testimone, Mamutjan, un insegnante uiguro imprigionato nel 2015 per questioni legate ai suoi documenti di viaggio, ha raccontato di essere stato picchiato per non aver raggiunto le alte quote di pomodori richieste. “Mi hanno appeso lì e mi hanno detto: ‘Perché non riesci a finire il lavoro?’ Mi hanno picchiato le natiche molto forte, mi hanno colpito alle costole. Ho ancora dei segni.”
Anche se difficile da verificare, il racconto di Mamutjan appare coerente con quanto riportato in un rapporto delle Nazioni Unite del 2022, che ha denunciato torture e lavori forzati nei centri di detenzione dello Xinjiang.
L’inchiesta della BBC ha seguito il percorso dei pomodori cinesi, che viaggiano via treno attraverso il Kazakistan, l’Azerbaigian e la Georgia per arrivare in Italia. Tra i principali destinatari di questi pomodori cinesi figura l’azienda italiana Antonio Petti, che ha importato circa 36 milioni di kg di concentrato da Xinjiang Guannong tra il 2020 e il 2023. Il gruppo Petti è noto per produrre passate di pomodoro con il proprio marchio e per rifornire altri supermercati in Europa.
I campioni di pomodoro
Nel periodo dei test, tra aprile e agosto 2024, sono stati esaminati 64 campioni di passate di pomodoro in vari supermercati del Regno Unito, della Germania e degli Stati Uniti. I risultati hanno evidenziato che, sebbene molti dei prodotti analizzati contenessero pomodori italiani, 17 sembravano includere pomodori cinesi, tra cui 10 prodotti da Petti. Nonostante le affermazioni di alcuni supermercati che hanno condotto indagini interne senza trovare prove di pomodori cinesi, Lidl ha ammesso di aver venduto pomodori cinesi per un breve periodo nel 2023.
In risposta all’indagine, Petti ha negato l’acquisto di pomodori cinesi da Xinjiang Guannong dal 2020, ma ha ammesso di aver acquistato concentrato di pomodoro dalla società cinese Bazhou Red Fruit, dichiarando che “non faceva lavoro forzato“. Tuttavia, l’indagine suggerisce che Bazhou potrebbe essere una società di comodo legata a Xinjiang Guannong. “Non importeremo prodotti a base di pomodoro dalla Cina in futuro e rafforzeremo il nostro monitoraggio dei fornitori per garantire il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori“, ha dichiarato Petti.
Il lavoro forzato
La legislazione riguardante l’uso del lavoro forzato varia tra i Paesi. Mentre gli Stati Uniti hanno adottato misure severe per vietare le esportazioni dallo Xinjiang, l’Europa e il Regno Unito seguono un approccio più indulgente, lasciando alle aziende la responsabilità di autoregolarsi. Tuttavia, l’Unione Europea ha promesso leggi più stringenti, come sottolineato da Chloe Cranston di Anti-Slavery International.
Un portavoce del Dipartimento per le imprese e il commercio del Regno Unito ha dichiarato: “Siamo chiari sul fatto che nessuna azienda nel Regno Unito dovrebbe avere il lavoro forzato nella sua catena di approvvigionamento… Manteniamo il nostro approccio su come il Regno Unito possa affrontare al meglio il lavoro forzato e i danni ambientali nelle catene di approvvigionamento sotto una continua revisione e lavoriamo a livello internazionale per migliorare gli standard globali del lavoro“.
Dario Dongo, giornalista e avvocato esperto in diritto alimentare, ha commentato: “Il vero costo del cibo è una domanda fondamentale. Quando vediamo un prezzo basso, dobbiamo chiederci: cosa c’è dietro? Qual è il vero costo di questo prodotto? Chi sta pagando per questo?”
Coldiretti e Filiera Italia
Coldiretti e Filiera Italia, nel commentare l’inchiesta, hanno sollecitato l’introduzione di un’etichettatura obbligatoria dell’origine su tutti i prodotti alimentari, per tutelare il vero prodotto italiano. “Pechino ha aumentato del 38% la produzione di pomodoro nell’ultimo anno per invadere i mercati europei“, ha dichiarato Coldiretti, facendo riferimento all’export di pomodoro cinese e ai rischi di concorrenza sleale per il settore italiano.


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