Un gruppo di scienziati della Temple University ha sviluppato un approccio innovativo per ricostruire la storia evolutiva dei primati, contribuendo a una comprensione più approfondita della biodiversità del nostro pianeta. Lo studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Bioinformatics, ha visto la partecipazione di un team guidato da Jack Craig, il quale ha ideato una nuova metodologia per classificare questo vasto ordine animale, che include le sette grandi scimmie e oltre 450 specie di scimmie, lemuri, lori e galagoni.
I primati sono una delle famiglie animali più diverse, con forme e dimensioni varie e comportamenti affascinanti. Nonostante la loro abbondante presenza negli studi scientifici, fino ad oggi mancava una ricostruzione molecolare completa della loro storia evolutiva, che includesse tutti i legami tra le specie. Sebbene il più grande albero filogenetico molecolare attualmente disponibile copra solo poco più di 200 specie di primati, gli scienziati hanno compreso l’importanza di mappare accuratamente queste relazioni per la conservazione della biodiversità.
Il nuovo lavoro ha permesso di costruire un superalbero sintetico che comprende ben 455 primati. “Questo Time tree – afferma Jack Craig – rappresenta la descrizione più completa delle relazioni evolutive tra i primati fino ad oggi. Questo sforzo ha dimostrato che, mentre la storia evolutiva persino di alcune delle specie più carismatiche sulla Terra è rimasta incompletamente compresa, abbiamo gli strumenti per colmare gran parte di questa lacuna nella conoscenza. Gli alberi del tempo completi sono una risorsa fondamentale in molti campi e abbiamo scoperto che spesso possono essere costruiti a partire da informazioni esistenti“.
Gli scienziati spiegano che gli alberi del tempo non solo sono strumenti essenziali per la ricostruzione evolutiva, ma anche per testare ipotesi scientifiche in modi che sarebbero altrimenti impossibili. “Nel nostro lavoro – riporta Craig – abbiamo valutato se il numero di specie in diversi cladi di primati potesse essere meglio spiegato da tassi di speciazione unici, con alcuni lignaggi di primati che generano nuove specie molto più velocemente di altri, o se la spiegazione migliore fosse semplicemente il tempo, con tutti i lignaggi che creano nuove specie più o meno alla stessa velocità e i lignaggi più vecchi che accumulano più specie nel tempo“.
L’analisi ha rivelato che, contrariamente a quanto si pensava, i principali gruppi di primati condividevano tassi di speciazione simili. La loro età si è rivelata quindi un miglior indicatore della loro ricchezza di specie. “Tale analisi – conclude Craig – sarebbe stata quasi impossibile in assenza di una risorsa simile”.
Il progresso di questa ricerca apre nuove prospettive per la comprensione dell’evoluzione dei primati e potrebbe avere importanti implicazioni per la biologia evolutiva e la conservazione della biodiversità.


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