Le nuvole che si addensano in queste ore sul cielo di Stonehenge potrebbero minacciare l’osservazione del lunistizio maggiore, il raro evento celeste che cade ogni 18,6 anni e che proprio in questi giorni potrebbe inscenare tra i megaliti uno spettacolo straordinario simile a quelli osservati 4.500 anni fa dai costruttori del monumento. L’evento è atteso dagli archeoastronomi perché potrebbe confermare l’ipotesi che il sito megalitico sia stato costruito non solo in allineamento con il Sole, ma anche con la Luna. “Oggi e domani lo studioso Clive Ruggles dell’Università di Leicester sarà a Stonehenge per documentare il fenomeno, ma il meteo non sembra essere clemente”, racconta Giulio Magli, archeoastronomo del Politecnico di Milano.
Lo scorso novembre, Ruggles aveva partecipato a Catania al Meeting della Società europea di astronomia culturale mostrando simulazioni del cielo che illustravano l’allineamento di Stonehenge al lunistizio, un fenomeno celeste analogo ai solstizi del Sole ma legato alle posizioni estreme della Luna.
Il lunistizio
Nei solstizi, il Sole raggiunge la sua massima o minima declinazione rispetto all’equatore celeste; analogamente, il lunistizio si verifica quando la Luna raggiunge il punto più alto o più basso della sua traiettoria orbitale, toccando i punti di levata più settentrionale e più meridionale possibili.
Al lunistizio, la Luna può presentarsi in qualunque fase del ciclo lunare, ma è probabile che gli antichi fossero attratti soprattutto dalla Luna piena vicino al solstizio d’inverno, momento associato a un significato simbolico di rinascita.
Per questo, gli archeoastronomi hanno puntato la loro attenzione alla Luna piena più vicina al lunistizio del 2025, quella del 13 gennaio, che dovrebbe levarsi in linea con il lato lungo del rettangolo disegnato dai quattro megaliti posti al di fuori del cerchio di Stonehenge. La Luna sorgerà in allineamento astronomico tra le due pietre del rettangolo, apparendo come se facesse capolino dal cerchio di pietre.
Il fenomeno sarà documentato da Ruggles a capo di un team di esperti delle università di Oxford, Leicester e Bournemouth, oltre che della Royal Astronomical Society britannica e dell’English Heritage. Le loro indagini sul campo, iniziate la scorsa primavera, proseguiranno fino a metà 2025.


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