Una storia fatta di sangue, negoziati e blitz militari, che riaccende vecchie ambizioni imperiali degli Stati Uniti, torna alla memoria dopo l’annuncio del presidente Donald Trump che vuole riportare il Canale di Panama sotto il controllo degli Stati Uniti. Una vicenda complessa e allo stesso tempo drammatica, quella iniziata con la costruzione del canale, che affonda le sue radici alla fine dell’Ottocento e che ora è tornata sotto i riflettori dei media internazionali, riaprendo ferite che sembravano chiuse. Già nel 1534 – ricostruisce in un lungo articolo il Wall Street Journal – la Corona spagnola ordinò il primo studio per la costruzione di un canale che collegasse l’Oceano Atlantico e Pacifico per facilitare il trasporto dell’oro e dell’argento provenienti dal Perù. I lavori di costruzione iniziarono solo nel 1880 sotto la guida del celebre diplomatico e imprenditore francese Ferdinand de Lesseps, reduce dal trionfo di Suez. Ma la giungla ed il terreno montuoso si rivelarono ostacoli insormontabili per de Lesseps, che fu condannato per cattiva gestione e frode. Il fallimento della Francia causò la morte di circa 20mila lavoratori, la maggior parte dei quali caraibici stroncati dalla malaria e dalla febbre gialla.
Preludio alla realizzazione del canale fu nel 1903 l’indipendenza di Panama, allora provincia della Colombia, alla quale gli Usa diedero forte impulso. L’anno successivo, gli Stati Uniti presero in carico il progetto, che a differenza di Suez poneva problemi tecnici non indifferenti. I lavori durarono 10 anni e videro impiegate circa 45mila persone, oltre metà delle quali provenienti da isole caraibiche come Barbados e Martinica. Il conto finale recitò 375 milioni di dollari (all’epoca era il progetto ingegneristico americano più costoso di sempre). Il Canale aprì i battenti nel 1914 e per realizzarlo morirono più di 5.600 persone, tra cui circa 350 americani. Agli Stati Uniti fu concesso il controllo sulla Zona del Canale di Panama, un’area larga 16 chilometri e lunga 80 che divideva in due la nazione centroamericana e che molti panamensi consideravano un’occupazione coloniale. All’interno dell’area, che era gestita da un governatore nominato dal presidente degli Stati Uniti, vennero realizzate numerose strutture militari, oltre a negozi, campi da golf, uno yacht club e chiese.
Le rivolte a Panama del 1964 segnarono un momento di svolta nelle rivendicazioni del piccolo Stato sul canale. Il 9 gennaio di quell’anno 21 panamensi furono uccisi dalle forze statunitensi durante le rivolte scatenate da un gruppo di studenti che volevano piantare la bandiera di Panama nella Zona del Canale. Il presidente di Panama, Roberto Chiari, interruppe per un breve periodo i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. Quelle morti vengono commemorate ogni anno in occasione del Giorno dei Martiri, festa nazionale a Panama.
Negli anni successivi, la spinta per l’indipendenza del canale divenne sempre più forte, culminando nel 1977 con la firma di due trattati tra gli Stati Uniti e Panama sotto la presidenza Carter e ai quali i repubblicani si opposero con veemenza. Il primo trattato stabiliva che la Zona del Canale sarebbe cessata di esistere dal primo ottobre 1979 e che il controllo del Canale sarebbe stato trasferito a Panama il 31 dicembre 1999. Il secondo trattato concedeva agli Stati Uniti il diritto di intervenire militarmente per difendere la neutralità del canale, qualora fosse stata minacciata.
Una forte spallata alle relazioni tra i due Paesi la diede nel 1989 l’invasione degli Stati Uniti di Panama, che costò la vita a più di 500 panamensi e 23 soldati americani. Questa operazione militare depose il dittatore Manuel Noriega, accusato dagli Stati Uniti di traffico di droga e di aver annullato le elezioni presidenziali vinte da un candidato dell’opposizione. Noriega si rifugiò per 10 giorni presso l’ambasciata del Vaticano mentre le truppe americane ‘bombardavano’ l’area con musica metal a volume altissimo. Alla fine, Noriega si arrese e fu processato e condannato negli Usa. Nel 1999, gli Stati Uniti trasferirono ufficialmente il controllo del canale a Panama. Le chiuse originali del canale del 1914, tuttavia, erano ormai quasi obsolete perché troppo strette per molte navi della Marina americana. Panama investì più di 5 miliardi di dollari per costruire chiuse più grandi che aumentarono le entrate e il numero di passaggi delle navi fino a 36 al giorno, trasformando di fatto questo braccio di mare in un collegamento vitale per il commercio globale.
Il Canale di Panama oggi
Oggi il canale genera circa 5 miliardi di dollari di entrate annuali. Il governo ne trattiene circa la metà e il resto copre i costi operativi e gli investimenti. Le parole di Trump pronunciate a dicembre, dopo la sua rielezione, hanno scritto un nuovo capitolo di una saga lunga 150 anni. Il presidente sostiene che il canale sia in realtà sotto il controllo della Cina – accuse respinte da Panama – e che le navi americane vengano sovraccaricate di tariffe. Il presidente panamense filo-americano José Raúl Mulino – che domani è atteso in visita in Italia – ha escluso fermamente che Panama possa mai restituire il canale.
John Feeley, ex ambasciatore degli Stati Uniti a Panama, ha raccontato che l’ossessione di Trump per il canale deriva dalla sua convinzione che gli accordi firmati da Carter fossero stati gravi errori, un’opinione condivisa da molti conservatori. Nel 2017, Trump si arrabbiò quando Feeley gli disse che le navi della Marina degli Stati Uniti pagavano un pedaggio per transitare nel canale. “Non dovremmo pagare un centesimo. L’abbiamo costruito noi e Carter ha fatto un cattivo accordo“, gli disse all’epoca Trump. Secondo l’Autorità del Canale di Panama, tuttavia, la Marina degli Stati Uniti ha pagato solo 25,4 milioni di dollari negli ultimi 26 anni, una cifra che Feeley definisce “polvere di bilancio”, considerando che il budget del Dipartimento della Difesa statunitense ammonta quest’anno a quasi 900 miliardi di dollari.



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