Donald Trump ha promesso durante la campagna elettorale che – se fosse stato rieletto presidente – avrebbe imposto dazi all’Unione Europa come alla Cina, al Messico e al Canada su tutte le merci, dalle auto al cibo. A sei giorni dall’inizio del suo secondo mandato, non ha ancora dato seguito ai suoi propositi, mirati a riequilibrare le bilance commerciali con quei Paesi che – a suo dire – traggono enormi vantaggi dai loro rapporti con gli Stati Uniti. Secondo Politico, che cita tre persone a conoscenza dei ragionamenti in corso all’interno dell’amministrazione, questo ritardo è il segnale che Trump probabilmente non ha ancora deciso esattamente quale strada percorrere ovvero se prendere di mira Paesi specifici e fare delle eccezioni per determinati settori o prodotti. Per il sito specializzato sulla politica americana, quest’incertezza è il primo e più evidente esempio di divisione nella cerchia di Trump su una questione importante. Ma, avvertono i ben informati, non ci sono dubbi che l’arrivo dei dazi sia solo questione di tempo.
“I dazi arriveranno nei prossimi due mesi, dazi universali e su larga scala”, ha affermato una delle fonti a cui è stato concesso l’anonimato. “Il presidente è serio riguardo i dazi universali”, ha aggiunto una seconda persona a conoscenza delle discussioni. Perché allora, dopo sei giorni dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump non ha ancora firmato gli ordini esecutivi sui dazi? Politico spiega che ciò è dovuto al fatto che il presidente sta ricevendo consigli da due schieramenti che sulla questione hanno visioni diverse. Da una parte ci sono il candidato segretario al Tesoro, Scott Bessent, e Kevin Hassett, scelto per guidare il National Economic Council, fautori di una visione più cauta sul commercio e che sostengono dazi graduali e mirati che non spaventino i mercati o facciano impennare l’inflazione.
Dall’altra parte ci sono il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, il consigliere senior di Trump per il commercio e la produzione manifatturiera, Peter Navarro, ed il vice capo di gabinetto per le politiche, Stephen Miller. Rappresentano la parte più protezionistica, favorevole a dazi generali.
Le intenzioni
Dopo la sua elezione a novembre, Trump si è impegnato a fissare aliquote doganali sulla Cina al 10% e ha promesso di imporre dazi del 25 % sulle merci da Messico e Canada denunciando la responsabilità di questi Paesi per l’immigrazione illegale ed il traffico di droga. Alcuni degli alleati di Trump a Capitol Hill, compresi quelli provenienti da Stati con grandi produzioni agricole, sembrano sperare che il ritardo sia una tattica negoziale e che a un certo punto Trump dichiari vittoria e faccia marcia indietro.



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