Nel marzo del 1981, l’Etna fu protagonista di una delle eruzioni più rapide e distruttive della sua storia recente. Per settimane, il vulcano aveva manifestato segnali di crescente attività sismica, con migliaia di piccoli terremoti che si intensificavano in frequenza e magnitudo. Gli studiosi e i residenti del versante settentrionale seguivano con apprensione questi fenomeni, consapevoli che l’energia accumulata nelle profondità della montagna avrebbe potuto trovare sfogo da un momento all’altro.
Il 16 marzo, le agenzie di stampa internazionali riportarono la notizia dell’imminente eruzione, individuando nell’area settentrionale del vulcano il punto di massima concentrazione dell’attività sismica. Le scosse, avvertite anche dalla popolazione di Randazzo e delle località vicine, segnalavano il movimento di una massa di magma che, risalendo dalle profondità, rompeva progressivamente le rocce del fianco montuoso, aprendo la strada all’evento eruttivo.

Poco dopo mezzogiorno del 17 marzo, tra i 2625 e i 2500 metri di quota, cominciarono ad aprirsi le prime fratture lungo il versante nord dell’Etna. Il magma, liberatosi con estrema violenza, diede origine a un’eruzione di rara intensità, caratterizzata da una dinamica eccezionalmente rapida e distruttiva. I vulcanologi dell’Università di Catania e dell’Istituto Internazionale di Vulcanologia seguirono con attenzione l’evolversi della situazione, documentando un evento che, in appena due giorni, avrebbe lasciato un segno indelebile sul territorio.
Le colate laviche avanzarono con velocità impressionante, devastando boschi, vigneti, casolari e terreni coltivati. Strade e infrastrutture furono rapidamente travolte, con le linee elettriche e telefoniche distrutte e la rete ferroviaria compromessa. La cittadina di Randazzo e il vicino borgo di Montelaguardia furono minacciati direttamente dall’avanzata del flusso lavico, evocando il tragico ricordo dell’eruzione del 1928, che aveva portato alla quasi completa distruzione del paese di Mascali. L’evento rappresentò uno degli scenari più estremi per la regione etnea, un rischio concreto per i centri abitati situati sulle pendici del vulcano, soprattutto nelle aree più densamente popolate del settore meridionale.
Alle 13:37 del 17 marzo, un sistema di fratture eruttive si estese rapidamente tra i 2625 e i 2500 metri di quota, liberando fontane di lava e dando origine a esplosioni freatomagmatiche dovute al contatto tra il magma incandescente e la neve presente sul vulcano. L’attività continuò a propagarsi in direzione nord-nord-ovest, avvicinandosi sempre più al territorio di Randazzo.
In serata, una nuova frattura si aprì a 1800 metri di altitudine, liberando una colata lavica di grande volume che iniziò ad avanzare con rapidità verso Montelaguardia. Il flusso, in poche ore, distrusse numerose abitazioni rurali e interruppe tutte le vie di comunicazione principali, compresi i binari delle Ferrovie dello Stato e della Ferrovia Circumetnea, la Strada Statale 120 e altre arterie minori. L’isolamento della zona divenne totale quando le linee elettriche e telefoniche furono compromesse, lasciando Randazzo priva di energia e comunicazioni.
Dopo una corsa devastante, la colata principale rallentò il suo avanzare raggiungendo l’alveo del fiume Alcantara, fermandosi a una distanza di circa 7,5 chilometri dalle bocche eruttive senza però toccare direttamente il corso d’acqua. L’evento, pur essendo stato di breve durata, segnò profondamente il territorio e la popolazione, ricordando ancora una volta l’imprevedibile potenza dell’Etna e i rischi legati alla sua attività.


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