Montagna, Gajer: “facciamo pagare chi chiama il Soccorso Alpino per nulla”

Le parole dell’ex Presidente del Soccorso Alpino dell’Alto Adige: “serve più coraggio contro gli eccessi di un turismo menefreghista"

Ogni anno, al Soccorso Alpino arrivano centinaia di richieste di soccorso da persone in difficoltà in montagna e si contano purtroppo decine e decine di vittime. Spesso dietro queste tragedie c’è l’imprudenza e la non esperienza da parte di persone che prendono la montagna sempre più alla leggera, dimenticando come possa essere spietata, non perdonando neanche il minimo errore. Spesso si sentono notizie di escursionisti privi di abbigliamento o attrezzature adeguati, inesperti o poco informati sulle zone in cui si recano o sulle condizioni meteorologiche prima di iniziare le loro attività in montagna. Così, gli uomini del Soccorso Alpino mettono in pericolo le loro stesse vite per andare in loro soccorso.

A parlare di questa situazione è Giorgio Gajer, che dopo 9 anni ha lasciato ad Alberto Covi il ruolo di Presidente del Soccorso Alpino dell’Alto Adige. Gajer, che ha oltre 30 anni di servizio nel direttivo, arriva a chiedere una tariffa per i soccorsi non giustificati in montagna. “Una volta arrivare in montagna era più difficile, c’era una sorta di selezione naturale: chi ci andava era ‘per forza’ più preparato, fisicamente e psicologicamente. Oggi invece, complici i mega-impianti e le strade che ti fanno arrivare in auto praticamente ovunque, in tempi rapidissimi chiunque può arrivare non solo in montagna, ma pure in alta quota”, dice Gajer, secondo quanto riporta “Il Dolomiti”.

Partiamo – prosegue Gajer – da un presupposto essenziale: le montagne sono di tutti, ed è un bene che tutti possano fruirne. Il problema però è che molti, per ignoranza, superficialità o menefreghismo, sembrano non rendersi conto dei pericoli insiti nella montagna. E così troviamo gente in infradito a 3.000 metri, persone in scarpe da ginnastica che pretendono di passare sul ghiacciaio: e hanno la faccia tosta di offendersi quando gli viene fatto notare. Beh, posso assicurarvi che le tragedie in montagna avvengono anche per questa sottovalutazione continua di chi si reputa invincibile e superiore, sbagliando clamorosamente”, evidenzia Gajer.

Eppure gli strumenti per evitare questo tipo di situazione ci sono e sono disponibili a tutti. “Ci sono bollettini meteo e bollettini valanghe dettagliatissimi, una miriade di informazioni disponibili in rete in tempo reale. E l’attrezzatura stessa per chi va in montagna negli anni è cresciuta tantissimo in termini di performance: gli strumenti non salvano la vita, ma aiutano. Eppure, tanti semplicemente scelgono di non fare nulla di tutto questo”, continua Gajer, e questo determina una valanga di chiamate di soccorso per interventi del tutto evitabili.

La montagna oggi, anche a causa del cambiamento climatico, porta turismo e persone 365 giorni all’anno, in estate, inverno, primavera, autunno. Ma bisogna in qualche modo mettere un limite alla mancanza di cultura e di educazione di certe persone: non è possibile che chi si ferma in quota oltre l’orario di chiusura degli impianti ci chiami per riportarli a valle. Ho persino sentito qualcuno avere la faccia tosta di chiedere di aspettare per ‘poter vedere il tramonto’ prima di andare. Non siamo tassisti, ed essere impegnati lì significa non poter essere presenti in eventuali altri interventi magari più delicati o urgenti. Noi abbiamo un obbligo di legge a intervenire in caso di necessità, certo, ma capisco perché qualcuno ogni tanto sentendo questi aneddoti mi chieda: ‘ma chi ve lo fa fare?’”.

Multe e prevenzione

Gajer pensa alle multe (magari accompagnate da una denuncia per procurato allarme) per chi chiede l’intervento del Soccorso Alpino senza un giustificato motivo. “Credo che una tariffa più severa aiuterebbe, sarebbe se non altro un modo per far riflettere le persone. Se sai che chiamare l’elicottero per una caviglia slogata o per motivi in cui non saresti giustificato a farlo ti costa caro, magari ci pensi due volte prima di salire impreparato. Sarebbe un deterrente, un segnale chiaro: la montagna non è un parco giochi”, afferma.

Parlando di prevenzione, Gajer sostiene che “è fondamentale, anche se ogni tanto viene il dubbio che serva ancora a qualcosa… Non possiamo fare altro che insistere nel provare a trasmettere non solo la cultura della montagna, ma anche l’educazione di base e la capacità – perché no – di rinunciare”. “Informatevi, preparatevi, e se non siete pronti, rinunciate. Tornate indietro. Non è una vergogna, è rispetto: per la montagna e per chi rischia la vita per salvarvi”, conclude.