Myanmar, tra cicloni e terremoti: dove la natura colpisce senza pietà

Sebbene il sisma del 28 marzo 2025 abbia riportato l’attenzione internazionale sulle fragilità strutturali del paese, nel corso degli ultimi decenni il Myanmar è stato più volte messo in ginocchio da eventi catastrofici di entità devastante

Il Myanmar, situato tra la placca tettonica indiana e quella euroasiatica, è una nazione particolarmente esposta a disastri naturali. La sua conformazione geografica e climatica lo rende vulnerabile sia ai cicloni tropicali che ai terremoti e alle alluvioni stagionali. Sebbene il sisma del 28 marzo 2025 abbia riportato l’attenzione internazionale sulle fragilità strutturali del paese, nel corso degli ultimi decenni il Myanmar è stato più volte messo in ginocchio da eventi catastrofici di entità devastante.

Il caso più emblematico è quello del ciclone Nargis, che nel maggio del 2008 devastò il delta dell’Irrawaddy. Si trattò del disastro naturale più grave nella storia recente del paese. Con venti che raggiunsero i 200 chilometri orari e una mareggiata che sommerse vaste aree costiere, il bilancio fu apocalittico: circa 140.000 persone persero la vita o risultarono disperse, mentre oltre due milioni subirono le conseguenze dirette del ciclone. Le infrastrutture furono annientate, con oltre 700.000 abitazioni distrutte, migliaia di scuole e ospedali danneggiati e un impatto economico stimato in oltre dieci miliardi di dollari. L’assenza di un sistema efficace di allerta precoce e le difficoltà logistiche nell’intervento dei soccorsi contribuirono ad aggravare il bilancio delle vittime.

A distanza di sette anni, nel 2015, il paese fu colpito da un’altra emergenza di vasta portata: le alluvioni monsoniche che, tra luglio e agosto, provocarono devastazioni in dodici regioni. Le piogge torrenziali causarono l’esondazione di numerosi fiumi e la distruzione di infrastrutture rurali. Il bilancio fu pesante: 149 morti, oltre un milione e mezzo di persone sfollate e la perdita di migliaia di abitazioni. Le inondazioni compromisero gravemente anche la produzione agricola, aggravando una già precaria situazione socioeconomica.

Il fenomeno delle alluvioni si ripeté in maniera significativa anche nel 2016 e nel 2019. In particolare, nel mese di agosto 2019, piogge intense causarono frane e smottamenti, soprattutto nello Stato Mon, dove si contarono 82 morti e circa 200.000 persone coinvolte. Anche in questi casi, le infrastrutture stradali, le scuole e le coltivazioni furono gravemente danneggiate, rallentando i soccorsi e compromettendo la ripresa delle comunità colpite.

Il Myanmar ha dovuto fare i conti anche con cicloni successivi a Nargis, come il ciclone Giri, che nell’ottobre 2010 colpì lo Stato Rakhine con una forza distruttiva notevole. Anche se meno mortale di Nargis, Giri causò 157 vittime, lasciando dietro di sé una scia di devastazione stimata in centinaia di milioni di dollari.

Questi eventi mostrano chiaramente quanto il Myanmar sia esposto agli effetti del cambiamento climatico e alla crescente intensità dei fenomeni meteorologici estremi. Ma rivelano anche una fragilità sistemica, fatta di infrastrutture deboli, reti di comunicazione inadeguate e una capacità di risposta alle emergenze ancora insufficiente. Le regioni rurali, in particolare, risultano spesso isolate e prive di risorse per affrontare eventi di tale portata.

Alla luce delle tragedie passate e delle minacce future, emerge con urgenza la necessità per il Myanmar di investire in un sistema di prevenzione e gestione del rischio più robusto. Ciò include la creazione di efficaci meccanismi di allerta, il potenziamento delle infrastrutture resistenti ai disastri, e un piano coordinato di intervento umanitario. Solo così sarà possibile limitare le perdite di vite umane e garantire una maggiore resilienza alle comunità locali, costantemente in bilico tra sopravvivenza e catastrofe.