I terremoti nello Stretto di Messina: tra oscure maledizioni e certezze scientifiche

Geologia, tettonica e terremoti: tutto quello che fa dello Stretto di Messina un luogo unico

di Gianluca Valensise (INGV) – Poche cose mi colpiscono al mondo tanto quanto vedere lo Stretto di Messina dal traghetto o da un piccolo aereo da turismo, meglio se in una luminosa giornata invernale o primaverile. E non solo – ma certamente anche – perché è lì che si trovano le radici della mia famiglia, e neppure per il fatto che studio la geologia dello Stretto ormai da quasi 20 anni. La vera ragione è che lo Stretto è veramente un unicum, un luogo straordinario dove la geologia, la geografia e la storia si fondono, si parlano, si mescolano in un insieme indivisibile che non potrebbe mai esistere se venisse meno anche solo uno degli ingredienti che lo compongono. A volte provo dispiacere per non poter condividere questo stato d’animo con altri, e in particolare con chi non ha la fortuna di avere la Geologia come chiave d’interpretazione dell’ambiente che ci circonda.

Nello Stretto ogni centro abitato, ogni fiumara, ogni deposito roccioso, ogni spiaggia, ogni via di comunicazione è dove si trova e ha l’aspetto che ha per ragioni che possono essere sempre comprese leggendo congiuntamente la geologia e la storia. Nessun posto meglio dello Stretto smentisce categoricamente chi vede le scienze sociali separate dalle scienze della terra, la storia degli uomini dalla storia dell’ambiente in cui vivono. Perché? Cercherò di spiegarlo in poche pagine, senza pretesa di completezza e assoluta accuratezza, limitando al massimo i tecnicismi geologici ma con l’obiettivo di stimolare la curiosità del lettore con un viaggio tra mito, realtà fisica e attualità.

traghetti stretto di messina

Il mito: lo Stretto tra oscure maledizioni e certezze scientifiche

Da sempre lo Stretto di Messina evoca nell’uomo scenari leggendari e soprannaturali; dal mito di Ulisse, incatenatosi all’albero della sua nave per resistere alle lusinghe delle sirene, al cataclisma che, secondo gli antichi, avrebbe trasformato la Sicilia in un’isola staccandola in modo violento dalla penisola (Zancle quoque juncta fuisse dicitur Italiae, donec confinia pontus abstulit et media tellurem reppulit unda – Si dice che anche Zancle [l’odierna Messina, NdR] fosse unita all’Italia, fino a quando il mare ruppe i confini e le onde respinsero la terra in mezzo – Ovidio, Metam., 15). Dopo due millenni di relativa tranquillità, in cui lo Stretto era visto al massimo come un posto molto, ma molto pericoloso per i naviganti, in epoca moderna la leggenda negativa è stata alimentata dal catastrofico terremoto di Reggio e Messina del 1908, visto da molti come una autentica dannazione biblica piuttosto che come un fenomeno naturale ancorché raro.

Lo Stretto di Messina è dunque un posto maldetto? L’opinione pubblica se ne sta forse convincendo, almeno da quando lo Stretto è finito sotto i riflettori di giornalisti, divulgatori e ambientalisti in relazione alla possibile costruzione del Ponte. Viene ossessivamente ricordato il terremoto del 1908, ma raramente si ricorda che il vero dramma di quell’evento fu la presenza di due grandi e belle città a pochi chilometri dall’epicentro. Si sostiene che nello Stretto di Messina potrebbero aver luogo presto terremoti ancora più forti di quello del 1908, agitando uno spauracchio privo di qualunque fondamento scientifico e ignorando il fatto che un terremoto più grande non farebbe più danno, ma farebbe lo stesso danno in una zona più ampia. Vengono preparate fantasiose animazioni che mostrano un maremoto con onde alte come palazzi, quando sappiamo che nessun maremoto, neppure quello del 26 dicembre 2004 nel sud-est asiatico, genera onde più alte di una decina di metri. E ancora, si parla spesso di frane di proporzioni immani ma allo stesso tempo insidiosissime, perché invisibili in superficie ma capaci di far scivolare in mare interi comuni.

Ma è veramente possibile che questo ameno angolo di mondo, famoso per il suo clima dolcissimo, per gli splendidi panorami (uscendo da Messina verso Capo Peloro si incontrano tre quartieri chiamati Paradiso, Contemplazione e Pace) e per la travolgente ricchezza della vegetazione, nasconda ancora qualcosa di demoniaco e incomprensibile all’uomo? Sicuramente non la pensavano così i numerosi viaggiatori, naturalisti e scienziati che per oltre due secoli hanno percorso in lungo e in largo le coste dello Stretto osservando alcuni dei fenomeni naturali che, in parte all’insaputa dei suoi stessi abitanti, lo rendono unico anche dal punto di vista geologico. Un’esplorazione sistematica cominciata proprio nell’epoca dell’Illuminismo, quando al massimo si poteva ammettere che la natura fosse difficile da capire, ma non mai incomprensibile e men che meno demoniaca. Dopo il terremoto del 1908 altri scienziati, ancora geologi ma anche ingegneri, fisici, sismologi, alcuni dei quali partiti da paesi lontanissimi come il Giappone e l’America, hanno esplorato Reggio e Messina per capire il come e il perché e per trarre lezioni per il futuro.

Arriviamo così al presente. Il pensiero scientifico è ormai parte integrante della cultura moderna, e nessuno si sognerebbe di invocare fenomeni soprannaturali per spiegare eventi catastrofici ma ben compresi – e in parte prevedibili – come gli uragani, i terremoti, le eruzioni vulcaniche. Come si diceva in apertura, tutto questo non sembra però essere vero per lo Stretto di Messina, e capita ormai quasi ogni giorno di leggere su quotidiani, riviste aziendali, note di agenzia (mai però su riviste scientifiche accreditate) affermazioni a dir poco avventate e talora francamente sconcertanti. Se c’è un obiettivo che questo mio contributo potrebbe tentare di conseguire è proprio quello di riabilitare uno dei posti più belli e più gradevoli al mondo, contribuendo anche a far dormire sonni più tranquilli a coloro che che ci vivono e ci lavorano.

Geologia dello Stretto: le Alpi africane d’Italia

 Questa sezione inizia con un paradosso: va bene l’Italia, ma che c’entrano le Alpi? E l’Africa poi? Andiamo con ordine, e per fare questo riportiamo il calendario indietro di circa 60 milioni di anni, all’inizio dell’Era Cenozoica. A quell’epoca nell’area euro-mediterranea esistevano due grandi blocchi continentali: il blocco europeo, corrispondente approssimativamente all’Europa attuale meno l’Italia e la Grecia, e il blocco africano, che includeva l’attuale Africa meno la sua porzione nord-occidentale nota come Maghreb. In mezzo un oceano, ancora grande anche se non immenso come gli attuali oceani Atlantico e Pacifico, ultimo lembo di un oceano estesissimo e molto antico noto come Tetide. In quel momento la Sardegna, la Corsica, buona parte dell’ossatura della Calabria e, per essere precisi, anche un pezzetto di Sicilia, corrispondente alla catena dei Peloritani, erano parte dell’esteso continente europeo. Questi blocchi continentali, formati essenzialmente da rocce granitiche, si sarebbero poi staccati dal genitore europeo e, migrando verso sud-est con un lento movimento di rotazione anti-oraria, si sarebbero andati a collocare dove li vediamo oggi: in quel momento Sardegna, Corsica, Sila e Aspromonte dovevano rappresentare delle isole (le prime due lo sono ancora) sperse in un proto-Mediterraneo all’interno del quale la parte peninsulare dell’Italia era ancora solo una lontana promessa. Nel frattempo, il versante meridionale – cioè africano – della Tetide era entrato in compressione, spinto in senso approssimativamente nord-sud tra l’Africa stessa e l’Europa. Sotto lo sforzo compressivo i sedimenti oceanici che rivestivano il fondo della Tetide, con spessori anche di diversi chilometri, avevano iniziato a piegarsi su se stessi come un tappeto spinto contro un muro. La maggior parte di questi depositi avrebbe formato un arcipelago di isolette costituenti una proto-penisola italiana, ma una piccola parte di essi si sarebbe giustapposta ai graniti della Sila e dell’Aspromonte, creando le premesse per la saldatura tra i massicci calabresi e il resto dell’Italia.

Quindi, riassumendo, la Calabria è formata di materiali granitici di provenienza alpino-europea1, spinti in un dominio paleogeografico africano2, a formare parte di quella che oggi è l’Italia. E con questo abbiamo non solo giustificato il titolo di questa sezione, ma abbiamo anche creato uno di quei link tra geologia e società a cui si accennava in apertura. Già, perché il fatto che la Calabria sia europea e non africana si riflette direttamente nel fatto che le rocce di cui è fatta sono ignee, ovvero rocce derivanti direttamente dal mantello terrestre, e non sedimentarie, ovvero derivanti dallo smantellamento di altre rocce di vario tipo. Da sempre nello Stretto l’architettura ha dovuto fare i conti con una notevole disponibilità di granito, con una modesta disponibilità di argille e arenarie e con una pressoché totale assenza di calcari. E poiché, come tutti sanno, le rocce granitiche sono difficili da lavorare e da squadrare, molto spesso architetti veri o improvvisati hanno utilizzato direttamente i massi di granito così come vengono portati a valle dalle fiumare, ovvero dei grandi conci più sferici che squadrati. E’ facile capire che se i grandi blocchi squadrati delle mura ciclopiche arcaiche potevano resistere ai terremoti e all’erosione in virtù del loro stesso peso e dei loro incastri, solo delle malte tenacissime avrebbero potuto trasformare un muro fatto di ciottoli granitici presi da una fiumara in una struttura solida e duratura. Sarebbe stato possibile costruire diversamente? Forse no, e di nuovo la ragione si ritrova proprio nella storia geologica della Calabria. In tutto il mondo il granito è sinonimo di durezza e resistenza, e in molte culture – basti pensare all’antico Egitto – la pietra granitica è il fondamento di un’edilizia dalle prestazioni eccezionali. Tuttavia, proprio a causa delle numerose vicissitudini e del lungo trasporto subito, i graniti calabresi sono particolarmente fratturati, ed è solo con estrema difficoltà e costo che se ne ricavano blocchi delle dimensioni richieste in edilizia. Il fatto che i Romani si approvigionassero di granito nelle cave di Assuan in Egitto e non in Calabria, dove pure le loro navi dovevano passare, si spiega in parte con la formidabile accessibilità di quelle cave, convenientemente poste lungo il Nilo, ma probabilmente anche con il fatto che in tutta la Calabria sarebbe impossibile trovare un blocco di granito omogeneo e non fratturato come quelli che furono usati per gli obelischi.

A questo punto è forse addirittura superfluo chiedersi se questa inaspettata “parentela europea”, almeno dal punto di vista geologico, non rappresenti in effetti un ulteriore handicap per lo Stretto, in vista dei numerosi terremoti che vi hanno luogo. Le cronaca ricorda infatti che dopo tutte le grandi crisi sismiche, dal 1783 al 1894 al 1908, tecnici e visitatori italiani e stranieri hanno ripetutamente osservato come la severità del terremoto fosse stata certamente amplificata da pratiche costruttive inadeguate. Certamente a causa di condizioni generalizzate di povertà di mezzi e tecniche, ma probabilmente anche per la scarsa qualità dei materiali da costruzione, come sembra testimoniare la distruzione anche di edifici presumbilmente costruiti in modo più accurato3, tra tutti la splendida Palazzata di Messina4.

Tettonica dello Stretto I: non solo terremoti

 Finora abbiamo parlato di Geologia, ma di una geologia statica, descrittiva ma non viva, se non con riferimento a eventi troppo distanti nel tempo per essere rapportabili a qualcosa di immediatamente tangibile. Una geologia che indubbiamente presuppone movimenti tettonici, ma a una scala tale da essere difficilmente visualizzabile ai nostri occhi, come la lenta migrazione verso sud-est della Calabria. Qui ci occupiamo invece direttamente della Tettonica, un complesso di fenomeni che, riferendosi esplicitamente alla costruzione del paesaggio come appare ai nostri occhi, crea un legame che è più di una semplice assonanza tra la figura del geologo e quella dell’architetto. E in particolare parliamo della tettonica recente, o meglio ancora della tettonica attiva, che ha la massima probabilità di incidere sulle nostre vite e sulle nostre società. Non solo attraverso i terremoti, come viene subito in mente a chi sa che essi sono figli degeneri della tettonica a placche, quel grande paradigma del XX secolo che descrive l’evoluzione del pianeta come dovuta al movimento reciproco di una serie di piastroni che ne compongono la buccia esterna; ma anche attraverso movimenti lenti o anche improvvisi ma soprattutto ripetuti nel tempo, e che ripetendosi sono in grado di trasformare una brulla e inospitale plaga rocciosa in un posto bello e vivibile come lo Stretto di Messina. Ma andiamo con ordine.

Nella sezione precedente avevamo lasciato un’Italia e una Calabria abbozzate ma non finite; un arcipelago, si diceva, formato dalla culminazione di rocce prevalentemente sedimentarie di origine marina piegate, traslate su grandi estensioni, talora addirittura strizzate o rovesciate in blocco. Il motore di questa spinta compressiva, abbiamo detto, è stato lo scontro tra il continente africano e quello europeo, che ha consumato progressivamente quanto rimaneva dell’oceano interposto tra questi due continenti. In effetti, e come quasi sempre succede anche in altre aree del globo, lo scontro non è stato esattamente un fenomeno – per così dire – “paritetico” tra le due placche, ma una delle due placche, quella africana, si è “infilata” al di sotto di quella europea. Questo fenomeno, detto subduzione, è esattamente lo stesso per cui la placca dell’Oceano Indiano si infila al di sotto dell’arco insulare formato tra le altre isole da Sumatra. Sappiamo che in quelle terre lontane la subduzione è ancora del tutto attiva, come hanno dimostrato tangibilmente il catastrofico terremoto del 26 dicembre 2004 e il maremoto che ne è seguito. Nella nostra penisola la subduzione ha avuto una lunga evoluzione, la linea lungo cui è avvenuto il sottoscorrimento si è profondamente modificata e distorta, e oggi vediamo solo i resti di quello che deve essere stato un fenomeno di portata biblica come quello ancora attivo a Sumatra. Tracce geologiche, che sono ben visibili proprio in quella porzione di Mar Tirreno limitata dalle Isole Eolie e da un arco formato da Calabria meridionale e Monti Peloritani e centrato sullo Stretto; facendo dell’ironia, si potrebbe anche dire resti fumanti, perché lo stesso vulcanismo delle Eolie è una manifestazione tardiva della subduzione. Siamo così incappati nell’ennesimo – ma non ultimo – primato dello Stretto di Messina, un primato per il quale studiosi di ogni parte del mondo vengono in Calabria e in Sicilia a studiare “come muore una zona di subduzione”5.

Uno degli aspetti più tangibili delle fasi finali della subduzione è il progressivo sollevamento della litosfera. L’enorme massa di rocce impilate dal meccanismo compressivo, detta cuneo di accrescimento, altera gli equilbri isostatici obbligando la litosfera, la porzione più superficiale e fredda del pianeta, a riequilibrare le cose attraverso un meccanismo di galleggiamento. Nello specifico del nostro caso, circa un milione di anni fa buona parte della Calabria e la parte nordorientale della Sicilia (ma anche buona parte dell’Appennino) hanno iniziato un lento ma inesorabile sollevamento, con velocità dell’ordine di 1-2 metri per millennio. Ancora una volta, lo Stretto registra un record perché questo sollevamento raggiunge i suoi massimi proprio qui, e in particolare sul versante occidentale dell’Aspromonte6. Sembrano – e sono in realtà – numeri trascurabili se rapportati alla durata della vita umana, ma gli effetti sulla geografia e sul paesaggio sono quelli di una forte accelerazione di una serie di processi geologici le cui conseguenze ci riguardano molto da vicino. Descriverli tutti sarebbe lunghissimo, ma sono sicuro che per un conoscitore dello Stretto minimanente attento sarà sufficiente richiamare pochi concetti-chiave e poche osservazioni dal quotidiano per capire di cosa stiamo parlando.

La prima osservazione è che un sollevamento di circa due metri al millennio per un milione di anni fa circa duemila metri, che – forse non casualmente – è la massima quota dei rilievi aspromontani. Nel tempo il sollevamento ha fatto prima emergere e poi portato in collina rocce e forme tipiche dell’ambiente marino, appoggiate a corona sul nucleo granitico dei rilievi principali: chi di noi, camminando nella campagne e tra le colline prospicenti lo Stretto, non ha mai visto conchiglie e ciottoli che sicuramente una volta si trovavano lungo una spiaggia? Certo, in molte altre zone d’Italia e del mondo si incontrano fossili: ma una cosa è trovare un fossile, ad esempio una ammonite7, in una dura e compatta roccia calcarea sicuramente molto antica; una cosa diversa è trovare, come succede nello Stretto, conchiglie di aspetto simile a quelle che troveremmo su una spiaggia attuale, immerse in sedimenti sciolti, di aspetto recente, che si sfarinano con le mani. Si tratta di fossili recenti, e quindi specie simili o identiche a quelle viventi, portate alla luce da un veloce sollevamento che non ha lasciato il tempo alla roccia madre di litificarsi8, né alla specie fossile di estinguersi.

Ma l’effetto “principe” del sollevamento è l’erosione che esso induce. Veloce sollevamento uguale veloce erosione, resa ancora più efficace dal fatto che le rocce marine portate velocemente alla superficie sono poco litificate e quindi facilmente sgretolabili. E veloce erosione significa creazione di quei corsi d’acqua profondamente incisi, dal regime mutevolissimo e per questo molto ampi anche se normalmente asciutti, che conosciamo come fiumare. Non sono un’esclusiva dello Stretto, ma qui raggiungono i caratteri più autentici ed estremi. Può sorprendere che questo avvenga in una regione dove le montagne non sono altissime e dove la piovosità e significativa anche se non a livelli amazzonici. Tuttavia, l’efficienza dell’erosione è funzione della “energia del rilievo”, ovvero in pratica dell’acclività dei versanti, piuttosto che non dell’altezza assoluta delle montagne; ed è ben evidente che quanto ad acclività le montagne dell’Aspromonte, che passano da quasi 2.000 metri al livelo del mare in meno di 20 km, sono seconde a poche altre in tutta la penisola. Quanto poi alla piovosità, bisogna pensare all’evoluzione delle fiumare come legate ad eventi meteorici estremi, per fortuna rari nell’epoca attuale ma certamente più frequenti in altri momenti climatici del passato. Il forte sollevamento e la forte energia di rilievo inducono un’erosione essenzialmente lineare, che agisce come la lama di un coltello calato verticalmente piuttosto che come una gigantesca carta vetrata che ammorbidisce progressivamente il paesaggio. Questa caratteristica dell’erosione determina l’essenza stessa del paesaggio dello Stretto, ovvero forti incisioni, pareti verticali altissime e potenzialmente instabili, franosità. Le fiumare sono poi corsi d’acqua in forte disequilibrio dinamico, perché a causa della differenza di sollevamento tra la loro testata e il loro sbocco sul mare (per una ragione che sarà chiara nel seguito) la loro pendenza è pressoché costante, il che comporta che nessuno riesce a limitare l’irruenza del loro trasporto solido, come avviene invece per i normali fiumi al loro sbocco nelle piane costiere. Per gli abitanti questa ennesimo record della zona dello Stretto significa maggiori rischi, tortuosità delle strade che risalgono verso l’Aspromonte o verso i Peloritani, creazione di una struttura insediativa molto particolare, creazione di microclimi e di condizioni agricole particolari – non necessariamente negative – sul fondo delle fiumare stesse.

L’ultima, ma non meno importante, conseguenza del veloce sollevamento dell’area dello Stretto e di tutte le altre circostanze di cui abbiamo parlato (dalla forte acclività delle fiumare allo stato di forte fratturazione dei graniti calabresi) è la veloce produzione di sedimenti grossolani, che includono grandi ciottoli di granito strappati all’Aspromonte, immersi in una matrice sabbiosa. Parliamo delle Ghiaie di Messina, croce e delizia – ma più spesso croce – di chiunque abbia costruito infrastrutture o anche semplici residenze nelle porzioni più basse dello Stretto. Le Ghiaie di Messina sono il classico deposito che accompagna da sempre il sollevamento nello Stretto, e inutilmente per anni si è tentato di dare a questo deposito un’età geologica precisa; se le Ghiaie più antiche visibili (cioè non ri-erose a causa del sollevamento) hanno probabilmente qualcosa come 300.000-400.000 anni, nel mare tra Reggio e Messina si stanno deponendo oggi depositi del tutto analoghi come genesi, giacitura, significato paleoambientale e composizione litologica.

Sembrerebbe che a questa descrizione degli effetti diretti e indiretti della tettonica manchino ancora solo i terremoti. C’è invece un altro tema che si inserisce nell’evoluzione recente dello Stretto e che ha forti implicazioni, per fortuna stavolta favorevoli, per chi ci vive. Sappiamo ormai da alcuni decenni che il livello marino oscilla in relazione alle grandi variazioni climatiche che caratterizzano il pianeta. L’entità di queste oscillazioni, che hanno una ciclicità principale di circa 100.000 anni e una secondaria intorno a 20.000, è di circa 120 metri, e ci troviamo oggi verso uno dei momenti di massimo del livello marino di tutti i tempi. Una quota superiore di 5-10 metri a quella odierna fu raggiunta circa 125.000 anni fa9, in un momento molto particolare e ben studiato della storia climatica del pianeta. Lungo una costa stabile, quindi non nello Stretto di Messina, ci si può aspettare di trovare tracce di questo alto stazionamento del livello marino a 5-10 metri sopra il pelo dell’acqua attuale, e questo è quello che in effetti si osserva ad esempio lungo buona parte della costa tirrenica a nord della Calabria. Nello zone in forte sollevamento invece l’interazione tra sollevamento crostale e fluttuazione del livello marino produce delle morfologie particolari, i terrazzi marini. In pratica, nei momenti spesso molto lunghi in cui mare e terra salgono alla stessa velocità la forza abrasiva del moto ondoso diventa molto efficace; il mare ha buon gioco a marcare con delle ampie spianature la sua quota, rivestendo poi l’area spianata con depositi fini e fossili. Quando poi il mare inverte il suo senso di movimento e comincia a riscendere, il proseguimento del sollevamento sottrae definitivamente questa caratteristica forma dell’ambiente costiero all’ulteriore azione delle onde, facendola rimanere scolpita per sempre nel paesaggio (almeno finché l’erosione la risparmia). Ebbene, lo Stretto di Messina è uno dei posti del mondo in cui questi fenomeni sono stati registrati con maggior fedeltà, e dalla costa ai Piani dell’Aspromonte si contano circa 10 linee di costa fossili10 (lo stesso succede, ma in modo meno spettacolare, sul versante ionico dei Peloritani).

I terrazzi marini sono ben più che un interessante fenomeno geologico. In un territorio aspro e scosceso come quello che circonda lo Stretto l’interazione tra sollevamento e abrasione marina scolpisce letteralmente il paesaggio, creando aree pianeggianti che abbracciano a gradonata tutto il massiccio aspromontano e peloritano. Questo processo ha forti implicazioni storiche, sociali, agricole e di utilizzo del territorio nel senso moderno dell’espressione; vediamone alcune, centrando l’attenzione sul terrazzo che si ritiene essere stato formato durante il picco climatico di 125.000 anni fa e su quello, molto più alto, che potrebbe avere circa un milione di anni.

E’ ormai opinione corrente che quell’ampia superficie che corre lungo tutto lo Stretto dalla sua porta settentrionale, Scilla, alla sua uscita verso sud, Lazzàro, ad una quota di circa 100-150 metri, sia un terrazzo marino creato proprio da quel massimo del livello del mare registrato circa 125.000 anni fa. Gli effetti di questa circostanza tettonico-climatica sono quelli che, ad esempio consentono alla parte alta di Scilla di esistere, seppure precariamente appoggiata su una superficie inclinata non più larga di 500 metri: senza l’abrasione marina di 125.000 anni fa quella spianata non esisterebbe, e Scilla, come Bagnara, si sarebbe sviluppata solo in lungo il mare e in verticale risalendo le pendici dell’Aspromonte. Senza l’azione abrasiva del mare non esisterebbe quel lungo corridoio pianeggiante sfruttato dalla autostrada A3 tra la galleria posta sopra Santa Trada e Punta Pezzo, e non sarebbe stato possibile costruire un’area di servizio proprio in uno dei punti più panoramici dello Stretto e d’Italia. Senza l’azione di abrasione e riorganizzazione dei sedimenti ad opera del mare non esisterebbe il Piano di Arghillà, la cui ossatura è costituita da depositi di fiumara del tutto simili a quelli che la Fiumara Gallico o il Calopinace scaricano oggi in mare, estrazione di inerti a monte permettendo. Quindi, il non esaltante complesso residenziale costruitovi negli anni ’80 avrebbe dovuto trovar spazio altrove. Lo sviluppo urbanistico della parte alta di Reggio, quella a monte dell’autostrada, non avrebbe beneficiato di quelle provvidenziali spianate che ospitano il cimitero e altri grandi complessi. Anche il grazioso e urbanisticamente accattivante centro di Gallina sfrutta un lembo residuo di una superficie di abrasione marina, seppure più vecchia di quella finora descritta; va da sé che senza quel lembo Gallina non esisterebbe, o non sarebbe lì, o non sarebbe stato possibile disegnarla con la stessa razionalità.

Salendo verso i Campi dell’Aspromonte si vedono altre grandi spianate, e chi ha letto con attenzione questa sezione ormai sa perché esistono (potrebbe addirittura provare a ipotizzarne l’età11), sa perché le fiumare sono così profonde, sa quali sono le rocce dominanti e perché si vedono tante piccole frane e scoscendimenti. In cima ci aspetta la regina delle spianate di abrasione marina dello Stretto, quella appunto dei Campi di Reggio. Larga fino a 5 km, estesa per non meno di 20 in senso nord-sud, utilizzata per colture diversissime e per la pastorizia. La prima volta che la vidi da geologo (c’ero stato tante volte da bambino, ma senza coglierne la magnificenza) mi sembrò una specie di Pianura Padana sospesa, una di queste pianure fertili, ricche d’acqua, con un clima temperato e utilizzabili per farvi crescere di tutto, con il vantaggio dell’assenza di inquinamento atmosferico o da insediamenti. Ebbene sia questa enorme superficie, che si raccorda morbidamente con il cosiddetto Dossone della Melia12 e prosegue poi verso le Serre, sia la superficie su cui sorgono Scilla alta, i palazzoni di Arghillà e il cimitero di Reggio non esisterebbero senza l’azione combinata del sollevamento tettonico e delle oscillazioni del livello marino. Ma, volendo essere più estremi, senza il sollevamento tettonico in Calabria e nello Stretto esisterebbe ben poco di emerso, e le colonie della Magna Grecia sarebbero state fondate altrove…

rischio sismico stretto di messina
L’immagine mostra lo sprofondamento indotto nella zona dello Stretto dal Terremoto del 1908. Le isolinee, quotate in centimetri, mostrano come il terremoto abbia prodotto sprofondamento sull’asse dello Stretto e debole sollevamento dell’Aspromonte. Il rettangolo a tratteggio indica la proiezione in superficie di un modello della faglia responsabile di quel terremoto. Le diverse curve parallele alla costa indicano linee di riva fossili, ovvero il punto più alto di terrazzi marini, di cui viene data anche l’età approssimativa. Si noti la tendenza delle linee di riva a migrare verso lo Stretto, conseguenza del fatto che, anche se Calabria e Sicilia in effetti si allontanano, per effetto del sollevamento regionale le due coste prima o poi si salderanno. Si noti infine l’andamento “a tenaglia” delle fiumare sul lato calabrese, conseguenza del loro rispondere prevalentemente al sollevamento nella parte alta del loro corso e allo sprofondamento indotto dalla faglia nella parte bassa [da Valensise, G., e D. Pantosti, 1992, A 125 Kyr-long geological record of seismic source repeatability: the Messina Straits (southern Italy) and the 1908 earthquake (MS 71/2), Terra Nova, 4, 472-483.].

Tettonica dello Stretto II: Calabria e Sicilia si allontanano?

Finora abbiamo parlato di movimenti tettonici essenzialmente verticali. Il rapido sollevamento non è però l’unico tipo di sforzo tettonico a cui è sottoposto lo Stretto, né il più veloce, né tantomeno quello che può avere le conseguenze più nefaste. Tutta la catena appenninica, e lo Stretto con essa come sua estremità peninsulare, è infatti oggi sottoposta ad una estensione trasversale alla catena stessa, estensione che viaggia a una velocità variabile tra 1 e 3 metri per millennio. Ora, mentre il sollevamento può essere accomodato con relativa facilità da una bombatura con raggio più o meno ampio della superficie terrestre, per estendere la crosta bisogna romperla, prima o poi. La rottura avviene in corrispondenza delle faglie, grandi fratture che interessano i primi 10-20 km della crosta e che, a seconda dei casi, possono estendersi fino a 40-50 km di lunghezza. Una faglia soddisfa quindi una richiesta di estensione di una massa continentale, ma non lo fa in modo continuo. Al contrario, il movimento sul piano di faglia è contrastato dall’attrito, ed è solo quando lo sforzo accumulato è estremo che questo attrito viene superato; dapprima la coesione tra i due lati cede in un punto, poi la frattura si propaga per tutta l’estensione della faglia stessa, e si ha un terremoto. Tanto più grande l’area di faglia messa in movimento, tanto maggiore è la severità del terremoto: un terremoto come quello che ha colpito l’Umbria e le Marche nel 1997 ha avuto una rottura lunga circa 10 km, mentre il terremoto del 1908 è stato generato dal movimento di una faglia lunga oltre 40 km, i cui due lembi si sono mossi in modo relativo per 1-2 metri. Stiamo parlando proprio di quella che viene chiamata Faglia dello Stretto di Messina, un importante “accidente” nella struttura crostale dell’Arco Calabro orientato circa nord-sud, pendente verso est e che rappresenta l’elemento più meridionale di un sistema di faglie che hanno determinato terremoti italiani grandi e piccoli.

Cosa fa la Faglia dello Stretto? Dal punto di vista geodinamico, geologico e geomorfologico fa essenzialmente due cose: estende lo Stretto in senso est-ovest, ovvero aumenta progressivamente la distanza netta tra la cresta dei Peloritani e quella dell’Aspromonte, e lo fa sprofondare nella sua zona assiale. Infatti, per un semplice bilancio di volumi se estendiamo una piastra di qualunque materiale ne provocheremo anche l’assottigliamento. Dal punto di vista pratico la faglia produce anche terremoti disastrosi come quello del 1908 ma, paradossalmente, lo scuotimento sismico passa quasi inosservato sotto il profilo geologico. Quello che fa evolvere la geologia e il paesaggio è il movimento di estensione lungo la faglia, non il terremoto in sé: e se l’uomo fosse in grado di ridurre il coefficiente d’attrito sul piano di faglia non avremmo più terremoti, o al massimo avremo degli scricchiolii impercettibili, pur consentendo alla tettonica di esplicarsi normalmente. In effetti non tutte le faglie del mondo producono terremoti, anzi ve ne sono moltissime, soprattutto nei sistemi dove il movimento prevalente è di compressione piuttosto che di distensione, il cui unico effetto è la “firma” lasciata nel paesaggio13. In realtà il terremoto del 1908 ebbe effetti tangibili anche alla scala umana: un tempestivo rilievo condotto nel 1909 dal glorioso Istituto Geografico Militare mostrò che il terremoto aveva prodotto sprofondamenti fino a 70 cm tra Messina e Ganzirri, 50 cm a Reggio Lido, 25 cm nella zona di Villa San Giovanni, ma anche che l’entità della dislocazione si riduceva verso nord e verso sud fino ad azzerarsi a Scilla e a Lazzàro. Tuttavia queste deformazioni erano state in nuce durante tutto il periodo di preparazione del terremoto; in altre parole, il terremoto costituisce un’apparente accelerazione della tettonica, poiché restituisce in un attimo tutto lo sforzo che si è accumulato sulla faglia dal giorno successivo al terremoto precedente.

Visto alla scala geologica quindi – e mi scuso dell’apparente cinismo di questa affermazione – il singolo terremoto scompare, così come nello studio della portata di un fiume si perde traccia dei singoli eventi meteorici che hanno reso disponibile l’acqua trasportata al mare, ma resta evidente l’accumulo delle deformazioni prodotte da ogni singolo evento sismico. Per capire bene come funziona lo Stretto dobbiamo però capire cosa ne è di questa deformazione e come interagisce con gli altri processi attivi. Nella sezione precedente abbiamo parlato di un rapido sollevamento che coinvolge l’Aspromonte, i Peloritani e con essi buona parte dell’Appennino e della Sicilia. In questa sezione abbiamo parlato invece di estensione, che si esprime mediante un’unica grande faglia piuttosto che arealmente in tutto il volume della crosta che sottende lo Stretto. Non è ancora universalmente compreso perché questa estensione ha luogo14, ma sappiamo certamente che esiste, e le moderne misure di geodesia spaziale lo stanno confermando anche su una solida base strumentale. Dalle stime che abbiamo dato si vede che i due processi viaggiano a velocità confrontabili (1-3 metri/millennio), entrambe trascurabili rispetto ai tempi della vita umana ma invece significative su scala geologica. Inevitabilmente questi due movimenti si sommano e si mescolano, come il patrimonio genetico di due genitori, a formare il DNA dello Stretto.

Questa somma di movimenti è la chiave che serviva per dare sostanza ad alcune affermazioni lasciate un po’ in sospeso nella sezione precedente. Lì infatti si parlava di sollevamento dell’Aspromonte e dei Peloritani e di progressivo basculamento delle fiumare verso lo Stretto; ma come può succedere questo se le due sponde dello Stretto erano e sono soggette allo stesso, omogeneo movimento verticale? La spiegazione è appunto nel ruolo della Faglia dello Stretto, ma per comprendere il come bisogna prima capire cosa succede in superficie quando si muove una faglia profonda. Il movimento di masse crostali lungo una faglia è descritto da relazioni analitiche, ben verificate sperimentalmente, che descrivono la dinamica delle rocce sottoposte ad accumulo di sforzo elastico. Il movimento di una faglia estensionale come quella dello Stretto di Messina induce sprofondamento in superficie lungo una zona allungata nella direzione della faglia stessa, in questo caso lungo l’asse dello Stretto, con una entità massima pari a circa un terzo dell’estensione tettonica che “carica” la faglia. L’entità dello sprofondamento si riduce allontandandosi perpendicolarmente alla faglia stessa, fino ad azzerarsi a 15-20 km da essa. Questo meccanismo ha un’interessante conseguenza pratica: i punti della costa che si trovano più vicino all faglia sprofondano maggiormente rispetto ai punti più lontani, e quindi il territorio viene basculato nel suo complesso verso la faglia stessa. Poiché l’entità del sollevamento a grande scala è più o meno costante lungo tutto lo Stretto, e poiché il sollevamento vince sempre sullo sprofondamento indotto dalla faglia, ne discende che alla scala geologica le diverse porzioni dello Stretto registrano velocità di sollevamento leggermente diverse. Questa è la ragione per la quale, ad esempio, la superficie di abrasione marina scende di quasi 50 metri (da circa 150 a circa 100) passando da Scilla a Punta Pezzo, ovvero avvicinandosi alla Faglia dello Stretto; in Sicilia, una differenza analoga si riscontra nel confronto tra l’altezza della stessa superficie a Ganzirri, che si trova vicina alla faglia, e a Milazzo o Taormina, due località ben fuori dallo Stretto. Considerare ora le fiumare del versante calabrese dello Stretto, il basculamento progressivo verso il mare è il meccanismo che giustifica l’andamento “a tenaglia” di quelle poste alle estremità nord e sud dello Stretto stesso, rispettivamente la Fiumara di Catona e la Fiumara Valanidi. Infatti, man mano che le fiumare si avvicinano al mare, il loro corso viene attratto sempre più fortemente verso l’asse dello Stretto, facendogli cambiare direzione in modo progressivo ma deciso (verso sud-ovest la prima, verso nord-ovest la seconda).

Riassumendo, nello Stretto si sovrappongono due segnali tettonici confrontabili dal punto di vista della velocità di deformazione, ma di segno opposto e diversissimi per origine. Lo sprofondamento indotto dalla Faglia dello Stretto “modula” il sollevamento a larga scala che opera nella regione, opponendosi ad esso lungo l’asse dello Stretto stesso. Il riconoscimento della Faglia, della sua geometria di dettaglio e del tipo di modificazioni che induce alla superficie era essenziale per “chiudere il cerchio” del nostro discorso; solo comprendendo individualmente il ruolo del sollevamento e quello della Faglia si può capire veramente l’evoluzione di questa regione. Ancora una volta lo Stretto di Messina registra un primato, perché sono pochi i posti al mondo dove è possibile separare così efficacemente segnali tettonici così diversi. La loro separazione e quantificazione consente anche di fare quello che i geologi fanno per mestiere e anche un po’ per divertimento, e cioè proiettare il passato e il presente nel futuro per anticiparne i tratti essenziali. Trascurando i dettagli, è facile ad esempio prevedere che, se l’attuale andamento degli sforzi tettonici continuerà uguale a se stesso per almeno 200.000 anni, come ci aspettiamo che avvenga, il fondo dello Stretto dovrebbe emergere definitivamente, separando così per sempre lo Ionio dal Tirreno!

rischio sismico stretto di messina due
Confronto tra la quota massima del terrazzo marino (o linea di riva fossile) datato 125.000 anni misurata in una trentina di punti (immagine in basso) e lo sprofondamento indotto dal terremoto del 1908 negli stessi punti. L’immagine mostra che il terrazzo si trova a una quota superiore ai 150 metri al di fuori dello Stretto, dove lo sprofondamento osservato nel 1908 fu minimo, per poi scendere di quota all’interno dello Stretto. La somiglianza delle due curve suggerisce che la quota del terrazzo sia “modulata” dal ripetersi di terremoti simili a quello del 1908, o comunque da ripetuti movimenti sulla faglia che lo ha generato. Sulla base di questo confronto per il terremoto del 1908 è stato ipotizzato un tempo medio di ritorno di circa 1.000 anni [tratta dalla stessa fonte dell’immagine precedente].
Usciamo ora dalla trattazione geologica un po’ astratta e torniamo su temi più vicini alle nostre generazioni, per mostrare come le caratteristiche dello Stretto consentano di dire qualcosa di “forte” – ma allo stesso tempo rassicurante – sui terremoti prossimi venturi.

Terremoti prossimi venturi Quando? Come? Dove?

Tornerà nello Stretto un terremoto simile a quello del 1908? Questa è la domanda che tutti si pongono, con giusta precedenza agli abitanti di Reggio e Messina. Assodato il fatto che sicuramente ci saranno nuovi terremoti, perché l’attività sismica è connaturata con la vita stessa del pianeta, possiamo usare il complesso delle conoscenze fin qui delineate per rispondere a questo inquietante quesito.

Sembrerà strano, ma per affrontare questo problema possiamo partire proprio dal sollevamento, quella caratteristica onnipresente dello Stretto che abbiamo sviscerato ormai in diversi suoi aspetti. Un’osservazione importante è che il sollevamento osservato alla scala geologica appare minimo dove il terremoto del 1908 ha prodotto uno sprofondamento più forte, e viceversa. Inoltre, esiste una sistematica somiglianza tra l’andamento delle deformazioni indotte dal terremoto 1908 e la forma attuale dello Stretto. In altre parole, almeno per la porzione più recente della sua lunga storia evolutiva.

Lo Stretto può essere schematizzato come una struttura geologica dovuta essenzialmente al ripetersi di terremoti simili a quello del 1908, sovraimposti al sollevamento generalizzato di tutto l’Arco Calabro. Questa conclusione equivale a identificare il terremoto del 1908 come terremoto caratteristico per lo Stretto: ovvero il terremoto preferito della Faglia dello Stretto, che decide di rompersi per tutta la sua lunghezza dando terremoti grandi e rari piuttosto che terremoti più piccoli ma più frequenti. Quanto rari? Abbiamo visto che la quota della superficie di abrasione marina datata 125.000 non è costante lungo lo Stretto e immediatamente al di fuori di esso, ma oscilla per circa un terzo del suo valore assoluto. Se queste oscillazioni rispetto a una condizione di quota costante vengono imputate esclusivamente al ripetersi di terremoti come quello del 1908, anche perché gli eventuali terremoti più piccoli hanno effetti in superficie trascurabili, abbiamo a disposizione un modo rapido per calcolare quanti terremoti sono stati necessari per far produrre le fluttuazioni di quota osservate. Su questa base è stato calcolato un tempo di ritorno medio per terremoti come quello del 1908 pari a 1000 anni, seppure questa stima è affetta da un’incertezza di circa 300 anni.

Se le ipotesi geologiche e le osservazioni sperimentali su cui questa stima è basata sono corrette, lo Stretto si troverà dunque in una condizione di relativa sicurezza per molti secoli, sia perché dal 1908 sono passati meno di cento anni, sia per un’altra ragione un po’ più difficile da afferrare. Gli argomenti svolti in precedenza mostrano che, se la Faglia dello Stretto “preferisce” generare terremoti grandi come quello del 1908, che ebbe magnitudo pari a 7.115, la probabilità che la stessa faglia generi terremoti di magnitudo intermedia (ad esempio tra 5.5 e 6.5) è molto bassa. Un ragionamento che ovviamente non esclude che possano verificarsi terremoti minori, ad esempio confrontabili con quello che nella notte del 16 gennaio 1975 scosse Reggio e Messina e per il quale si stima una magnitudo di poco inferiore a 5. Terremoti di queste dimensioni però sono praticamente inevitabili quasi ovunque sul territorio nazionale, e bisogna quindi imparare una volta per tutte a difendersene bene.

Fin qui arrivano le stime geologiche e sismologiche. Ma ci si può fidare ciecamente di questi dati? Siamo sicuri che quello che si osserva non possa essere interpretato in una maniera completamemte diversa? Un aiuto “disinteressato”, perché basato su osservazioni di tutt’altra natura, viene dallo studio della sismicità storica. Già Mario Baratta, autore de “I terremoti d’Italia” nel 1901 e padre indiscusso di questa disciplina in Italia, aveva rimarcato il fatto che la zona dello Stretto sembrava non aver subito forti terremoti prima del 1908. Uniche eccezioni, un terremoto di VII-VIII grado che aveva colpito Reggio e Messina nel 1509, e gli effetti del grande terremoto calabrese del 1783. Il primo, che in termini odierni può essere visto come un terremoto di magnitudo intorno a 5, potrebbe forse servire a misurare di quanto si discosti dalla verità fisica l’ipotesi che il 1908 sia stato un terremoto caratteristico, ovvero che la faglia che esiste sotto lo Stretto generi preferenzialmente terremoti simili a se stessi. Il secondo è stato un terremoto catastrofico, ma localizzato ben al di fuori dello Stretto e quindi non ascrivibile alla faglia attivata nel 1908. Nel secolo appena concluso si è avuto solo un altro terremoto significativo nella zona: quello del 1975, di cui abbiamo già detto. Alla luce del ragionamento appena svolto, quello del 1975 sarebbe dunque appena il secondo di questi terremoti “sfuggiti alla regola” in circa 500 anni.

Dal punto di vista puramente storico il terremoto del 1908 potrebbe quindi essere considerato un terremoto raro ex silentio, ma parlando di grandi terremoti è giusto rimanere scettici. Un aiuto inaspettato è recentemente arrivato dall’Archeosismologia, una disciplina giovanissima che si propone di allungare a ritroso il record sismologico storico tradizionale, quello basato su fonti scritte. In anni recenti un pool di sismologi, storici e archeologi ha studiato a fondo l’evoluzione della rete insediativa nello Stretto, sfruttando il fatto che le diverse civiltà che nell’arco di oltre due millenni lo hanno eletto come propria residenza hanno poi lasciato tracce delle catastrofi che hanno colpito le sue sponde, ovvero del mancato verificarsi di eventi catastrofici naturali. Lo studio puntava a ricostruire il paesaggio archeologico, ovvero il contesto all’interno del quale situare le dinamiche territoriali dei diversi archi cronologici sotto esame, per trovare le eventuali tracce di una significativa perturbazione del quadro territoriale, e in particolare della rete abitativa antica e tardo antica. Lo studio ha messo in evidenza diversi elementi che suggeriscono che lo Stretto abbia subito un grande terremoto intorno alla metà del IV secolo. Questi elementi vanno dal ritrovamento di edifici crollati e di un’epigrafe che ricorda la ricostruzione di un edifico termale a Reggio Lido, a una improvvisa contrazione in numero e dimensioni dei centri abitati delle due sponde dello Stretto non giustificata da circostanze storico-militari, a elementi di decadimento urbano a Messina e a Reggio, al ritrovamento in posizione anomala di depositi sabbiosi che potrebbero essere associati a un maremoto simile a quello che seguì il terremoto del 1908.

Anche se non è possibile avere la certezza assoluta che si sia trattato di un terremoto e che l’evento messo in evidenza dagli studi archeologici abbia avuto le dimensioni catastrofiche del 1908, l’ipotesi è quantomeno suggestiva: essa propone infatti una ripetitività del forte terremoto con una cadenza di circa 1.500 anni, in accordo soddisfacente con i 1.000 ± 300 anni ipotizzati su base esclusivamente geologica. A questo proposito va osservato che fino a non molto tempo fa si riteneva che i tempi di ritorno dei principali terremoti italiani, 1908 compreso, fossero dell’ordine di qualche secolo circa. Tale convinzione, basata sul fatto che durante la loro storia varie città italiane sono state ripetutamente colpite da terremoti, è stata però di recente smentita dai risultati della paleosismologia, una disciplina giovanissima che si propone di scoprire e datare le tracce geologiche dirette dei grandi terremoti del passato. Queste ricerche hanno infatti rivelato che responsabile delle ripetute distruzioni avvenute nel territorio italiano non è tanto, come si credeva, la frequenza intrinseca dei terremoti, quanto piuttosto il fatto che le grandi faglie capaci di generare terremoti distruttivi sono numerose, e che alcune importanti località del centro-sud si trovano nel raggio di azione di almeno tre o quattro di loro. Ne sono un valido esempio le stesse Messina e Reggio, in qualche misura esposte all’azione delle faglie responsabili dei terremoti del 1783 e 1894 nonostante tali faglie si trovino ben al di fuori dello Stretto. La paleosismologia ha mostrato che le principali faglie italiane, come quella responsabile del terremoto dell’Irpinia del 1980, generano grandi terremoti ogni 1000-2000 anni, in accordo con un quadro storico che mostra ben pochi casi di terremoti “gemelli”.

terremoto stretto di messina
Ipotesi archeologica di uno sconvolgimento territoriale dell’area dello Stretto collocabile nella seconda metà del IV secolo. I pallini indicano centri abitati la cui esistenza è documentata per l’intervallo cronologico considerato. La linea a tratteggio indica l’area dei massimi effetti del terremoto del 1908. Si nota una sostanziale riduzione dei centri abitati tra le due fasi, particolarmente nella zona nord dello Stretto, non spiagabile con motivazioni di carattere sociale o bellico. Insieme ad altre evidenze dirette (ad esempio, un riferimento a un terremoto in una epigrafe trovata a Reggio), questa ricostruzione è stata utilizzata per ipotizzare che nel IV secolo sia accaduto un terremoto molto simile a quello del 1908 [da Guidoboni E., Muggia A. & Valensise G., 2000, Aims and methods in territorial archaeology: possible clues to a strong fourth-century AD earthquake in the Straits of Messina (southern Italy), in: The Archaeology of Geological Catastrophes, eds. W.J.McGuire, D.R.Griffith, P.L.Hancock & I.S.Stewart, Geological Society Special Publication no. 171, London, pp. 45-70.].

Conclusioni. L’importanza di essere “unico”

Attraverso un lungo percorso abbiamo delineato i diversi primati geologici che lo Stretto di Messina detiene saldamente. Da molti decenni lo Stretto si dimostra, se non proprio un libro aperto, quantomeno una pila di appunti di cui molti studiosi hanno con entusiasmo ricostruito l’ordine logico e trovato le parti mancanti. Non è esagerato asserire che il livello delle conoscenze acquisite sulla geologia dello Stretto e sulla sua evoluzione è tra i migliori di tutta la penisola. In particolare, le conoscenze ottenute sul comportamento sismico futuro dello Stretto sono forse le più complete tra quelle disponibili in Italia per strutture sismogenetiche analoghe.

Lo Stretto è unico per la ricchezza della sua geologia, per la grandiosità dello spostamento che ha spinto questa scheggia di territorio dal cuore dell’Europa al centro del Mediterraneo, per la velocità e leggibilità dei processi tettonici. Lo Stretto è il luogo della penisola dove si registra il più veloce sollevamento, è al centro del teatro in cui si rappresenta la morte di un ciclo di subduzione, ed è purtroppo famoso in tutto il mondo per aver subito il terremoto più luttuoso della storia europea, secondo solo a certe catastrofi bibliche che avvengono nel lontano Oriente. Ma lo Stretto è unico anche per la sua bellezza, che lo ha fatto apprezzare da una infinità di viaggiatori ed eruditi, e per il suo potere magnetico, che attraverso le epoche lo ha fatto diventare il palcoscenico delle gesta di eroi veri e immaginari (ve lo immaginate Ulisse incantato dalle sirene tra l’Elba e Piombino o di fronte a Cesenatico?). E sembra che stia per diventare unico anche per un’altra ragione: il Ponte. Un’opera controversa, sostenuta e odiata come una squadra di calcio, ma sicuramente unica, come mostrano inequivocabilmente i suoi parametri essenziali, tutti da record: un ponte a campata unica, con 3.300 metri di luce libera, con un impalcato “a profilo alare”, sostenuto da torri di 380 metri e da cavi di 1.4 metri di diametro. Si può essere favorevoli o contrari al Ponte, ma una cosa è certa… dove potrebbe essere costruita l’opera pubblica più grande e più ambiziosa del mondo se non in un posto unico come lo Stretto?

Note

1 In particolare, e non casualmente, somigliano molto alle rocce della Alpi occidentali e dei massicci della Provenza.

2 Questo perché per i geologi, con buona pace di alcuni nostri connazionali che vivono all’ombra della Madunina, tutti i territori della penisola che si trovano a sud della cicatrice che segna la chiusura dello scontro tra Africa e Europa sono di pertinenza africana. Questa cicatrice è nota come Linea Insubrica e taglia in due le Alpi dalla Lombardia all’Austria, tanto che persino le Dolomiti, le Alpi venete e friulane e ovviamente tutta la Padania sono tecnicamente “Africa”.

3 Il grande studioso Mario Baratta, autore della celebre e imponente opera i “La catastrofe sismica calabro messinese (28 dicembre 1908)”, fu in effetti particolarmente preciso a riguardo. Egli sostenne infatti che, mentre nei piccoli centri dei Peloritani e dell’Aspromonte le condizioni di povertà avevano contribuito a diffondere pessime tipologie edilizie e quindi ad amplificare notevolmente gli effetti distruttivi, nelle due città dello Stretto, e in particolare a Messina, ai problemi legati allo stile costruttivo e alla qualità dei materiali si sovrapposero fattori dello sviluppo economico e sociale. Secondo Baratta e molti altri, infatti, nel corso dell’espansione ottocentesca di Messina gli edifici erano stati eccessivamente ampliati e sopraelevati, abbandonando completamente le tecniche e le normative adottate in seguito ai terremoti del 1783 e adottando al loro posto discutibili criteri edificativi “di prestigio”.

4 La Palazzata era una lunghissima ed ininterrotta serie di palazzi che cingevano il porto di Messina con grande effetto scenografico. La costruzione fu iniziata nel 1622 e l’edificio fu immediatamente considerato “l’ottava meraviglia del mondo”. Si trattava di un edificio piuttosto alto per l’epoca, oltre 20 metri, e di pregevole fattura, ma per la cui costruzione venne usato pietrame di recupero dallo smantellamento delle antiche mura della città. Distrutta dal terremoto della Piana di Gioia Tauro del 5 e 6 febbraio 1783, la Palazzata fu ricostruita a partire dal 1809 su modello neoclassico. Nuovamente danneggiata dal terremoto di Palmi e Bagnara del 16 novembre 1894, la Palazzata fu completamente rasa al suolo dal terremoto del 28 dicembre 1908. Nella ricostruzione post-1908 lo spazio della Palazzata è stato inizialmente lasciato inutilizzato, quindi riempito con una pseudo-palazzata di anonimi edifici a parallelepipedo che nasconodono alla vista la bella prospettiva Liberty del resto della città bassa di Messina.

5 Un gruppo di ricercatori americani del Lamont-Doherty Observatory presso la Columbia University, in collaborazione con studiosi dell’I.N.G.V., sta proponendo alla National Science Foundation un grande progetto di ricerca che ha come obiettivo proprio quello di fotografare le fasi finali del processo di subduzione nell’Arco Calabro. L’obiettivo è quello di capire meglio il processo di subduzione dalla sua nascita alla sua conclusione, che avviene quando la parte più avanzata della placca subdotta si spezza e affonda nel mantello terrestre venendone “digerita”.

6 Non esistono altre zone in sollevamento così veloce in tutta l’Italia peninsulare. Valori confrontabili si riscontrano nel Golfo di Corinto e nell’isola di Creta, certamente tra le zone più attive del Mediterraneo. Anche il nucleo delle Alpi si solleva a velocità dell’ordine dei 2 m/millennio, ma si tratta di un sollevamento a grandissimo raggio che ha sul paesaggio effetti decisamente meno estremi di quanto non avvenga nell’Arco Calabro.

7 Le ammoniti sono dei cefalopodi a forma di spirale vissuti nel periodo Giurassico, tra 205 e 135 milioni di anni fa. Le loro conchiglie vuote ricoprirono vastissime aree di fondo oceanico, dando vita a rocce caratteristiche e molto famose da punto di vista applicativo come il Rosso Ammonitico, un calcare rossastro che riveste in lastre molti monumenti e piazze italiane, come la celebre Piazza Bra a Verona.

8 Il veloce sollevamento è una delle concause per cui nella zona dello Stretto non esistono cave di materiali da rivestimento come appunto il Rosso Ammonitico o il travertino o il marmo Coreno, questi ultimi molto diffusi nel centro Italia. Del fatto che anche i graniti calabresi si prestano male per utilizzi decorativi si è detto nelle sezioni precedenti.

9 Le cosiddette “curve eustatiche” o curve del livello marino, ottenute con metodi sperimentali e con metodi indiretti basati sulla storia del clima desunta dal rapporto isotopico dell’ossigeno in sedimenti oceanici, mostrano un alternarsi di periodi di alto e basso del livello marino in relazione al volume di acqua intrappolato nei ghiacci polare. Oltre al massimo di 125.000 anni fa si conoscono massimi collocati intorno a 210.000, 330.000 e 440.000 anni fa.

10 Questa unicità dello Stretto e la presenza di depositi e fossili molto caratteristici ha attirato qui studiosi di tutto il mondo per oltre un secolo. La stratigrafia, la scienza che studia la successione nel tempo delle diverse rocce, mantiene traccia di questo interesse nella sua nomenclatura standard (si parla infatti di Calabriano, Milazziano, Tirreniano, con riferimento a momenti diversi dell’era Quaternaria).

11 Assumendo un rateo di sollevamento medio di 1,5 metri/millennio, una superficie posta a 450 metri potrebbe avere un’età di circa 300.000 anni.

12 Con questa definizione i geografi indicano quel lungo crinale peninsulare regolare e continuo posto a baluardo della Piana di Gioia Tauro che, con quote oscillanti tra gli 800 e i 1000 m, collega l’Aspromonte con le Serre.

13 Un tipico caso di scorrimento asismico si riscontra su molte delle faglie che bordano l’Appennino settentrionale verso la Pianura Padana. L’accumulo di deformazione ha importanti effetti sulla geologia e sul paesaggio, ma la sismicità associata a tali movimenti è tutto sommato limitata.

14 Secondo molti l’estensione che caratterizza la catena appenninica e la Calabria è un fenomeno geodinamico giovane, iniziato non più di un milione di anni fa. Non è chiaro se questa estensione, che si concentra sull’asse della catena appenninica, sia una causa dell’inarcamento della catena stessa, o se invece estensione e sollevamento della catena siano due effetti diversi della stessa causa, da ricercare nella fine della subduzione tirrenica.

15 Si è discusso a lungo sulla vera magnitudo del terremoto del 1908, ma tutte le analisi più recenti convergono ormai sul valore di 7.1, che è comunque una dimensione ragguardevolissima, soprattutto in considerazione del fatto che la faglia responsabile di quel terremoto si trova fisicamente sotto due grandi centri urbani. Poiché esiste un legame diretto tra la magnitudo e la lunghezza della faglia che genera il terremoto, valori di magnitudo più elevati implicherebbero una faglia generatrice che semplicemente “non entra” nello Stretto! Bisogna diffidare quindi dai catastrofisti di professione che ogni tanto pongono la questione del “terremoto di magnitudo 8” nello Stretto. Un terremoto di questa portata implicherebbe una estensione di faglia di centinaia di km, e indurrebbe forte scuotimento ben al di fuori dello Stretto, senza peraltro aumentare di molto gli effetti dinamici all’interno dello Stretto stesso rispetto a quelli attesi per una magnitudo pari a 7.1.