Il patrimonio urbanistico italiano, scrigno di storia e architettura, è spesso minacciato da terremoti. Tradizionalmente, la ricostruzione post-sisma predilige il “come era e dove era“, preservando la memoria culturale. Tuttavia, un recente approfondimento sul blog INGVterremoti, a cura di Marco Neri (INGV, Osservatorio Etneo, Struttura Commissariale Ricostruzione Area Etnea – Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo Italiano – Acireale) ed Emilia Neri (Psicologa e Psicoterapeuta – Aci Castello), solleva una questione cruciale: è sempre geoeticamente ed economicamente accettabile ricostruire in aree ad altissima pericolosità sismica, soprattutto quando gli edifici danneggiati non hanno particolare pregio?
Questa domanda si è posta con forza nella ricostruzione post-sisma del 2018, che ha colpito il fianco orientale dell’Etna con un terremoto di magnitudo Mw 4.9. Come spiegano Marco Neri ed Emilia Neri, la Struttura Commissariale per la ricostruzione ha adottato un approccio innovativo, basato su una dettagliata zonazione del territorio interessato dalle faglie attive. In particolare, per gli edifici situati nella “Zona di Rispetto (ZRFAC)”, ovvero l’area direttamente interessata dalla fagliazione del suolo, è stato elaborato un piano di delocalizzazione.
Questa scelta, come sottolineano gli autori, nasce dalla consapevolezza che ricostruire in tali zone esporrebbe gli edifici a un rischio inaccettabile di futuri danni. “È stato elaborato un piano di delocalizzazione […] per garantire la sicurezza dei cittadini e per evitare di impiegare risorse per la ricostruzione di edifici fortemente a rischio di crollo nel giro di pochi anni o decenni“, evidenziano Marco Neri ed Emilia Neri.
Il piano prevede un contributo economico per i proprietari degli immobili da delocalizzare, offrendo loro la possibilità di acquistare o costruire nuove abitazioni in aree più sicure. Un aspetto importante evidenziato nell’articolo pubblicato sul blog INGVterremoti è l’impatto psicologico della delocalizzazione, che può essere percepita come una perdita economica e sociale. Per questo, sono state previste compensazioni per le comunità che rimangono, con la riqualificazione delle aree liberate attraverso la creazione di spazi pubblici.
Le reazioni della popolazione sono state diverse, oscillando tra l’accettazione e la strenua opposizione, spesso legata a una sottovalutazione del rischio o a un forte attaccamento al luogo. Come osservano gli autori, “abbiamo appurato che, spesso, questa decisione viene adottata sulla base di una mancanza di sufficienti informazioni: molte persone non sono consapevoli della elevata pericolosità del paesaggio geologico italiano ed in particolare delle regioni vulcaniche attive quali quelle etnee“.
Nonostante le difficoltà, l’approccio della delocalizzazione per gli edifici più a rischio si configura come una strategia geoeticamente condivisibile, tanto da essere adottata, con gli opportuni adattamenti, anche in altre aree colpite da terremoti in Italia. Come concludono Marco Neri ed Emilia Neri, “questo approccio alla ricostruzione post-sisma rappresenta, quindi, un modo nuovo, che noi riteniamo logico e geoeticamente condivisibile di pianificare la ripresa socio-economica di aree urbane colpite da fenomeni di fagliazione superficiale in Italia e nel mondo“.









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