Negli ultimi giorni, a seguito delle copiose nevicate che hanno imbiancato le cime dell’Appennino centrale, in particolare il Gran Sasso e la Maiella, si sono registrati diversi distacchi valanghivi. I fenomeni, pur spettacolari dal punto di vista naturale, hanno destato non poche preoccupazioni, soprattutto per l’intensità e la frequenza con cui si sono verificati in zone frequentate da escursionisti e amanti della montagna.
Fortunatamente, nessuno dei distacchi ha coinvolto persone e non si segnalano feriti. Tuttavia, le condizioni del manto nevoso restano estremamente instabili, complice l’alternanza tra precipitazioni, vento forte e repentine variazioni di temperatura che stanno caratterizzando questo inizio di primavera. I tecnici del Soccorso Alpino e gli esperti nivologi hanno confermato che il rischio valanghe rimane elevato su molti versanti esposti, invitando gli appassionati della montagna alla massima prudenza.

Tra le diverse tipologie di valanghe che si verificano nelle regioni montane, quelle da slittamento rappresentano un fenomeno tanto spettacolare quanto complesso da interpretare. Si tratta di eventi in cui l’intero manto nevoso si stacca dal terreno sottostante e scivola lungo il pendio a causa di una perdita di attrito alla base. A differenza di altri tipi di valanga, questo distacco non è provocato da fattori esterni, come il passaggio di sciatori o alpinisti, ma avviene in modo spontaneo.
Alla base di questo meccanismo vi è spesso la formazione di un sottile strato d’acqua tra la neve e il suolo. Tale condizione può verificarsi per effetto del calore residuo emesso dal terreno durante i mesi invernali, oppure, più comunemente, per l’infiltrazione di acqua derivante dalla fusione della neve o dalla pioggia, fenomeni frequenti soprattutto in primavera. I pendii particolarmente lisci – come quelli erbosi o composti da roccia levigata – costituiscono il terreno ideale per il verificarsi di queste valanghe, soprattutto quando l’inclinazione supera i 27 gradi e l’esposizione solare contribuisce ad accelerare il processo di fusione.

Nonostante si possano osservare segnali premonitori – come la formazione delle cosiddette “bocche di balena“, ossia crepe arcuate nel manto nevoso – la prevedibilità di queste valanghe rimane estremamente limitata. Questi segnali, infatti, indicano una potenziale instabilità ma non permettono di determinare con certezza se e quando si verificherà il distacco.
Le valanghe da slittamento si differenziano sensibilmente dalle più note valanghe a lastroni e da quelle a debole coesione. Mentre le prime si originano da fratture all’interno del manto nevoso causate da discontinuità tra strati, e sono spesso innescate dal passaggio umano, le seconde si sviluppano in presenza di neve poco coesa su pendii molto ripidi, dando origine a distacchi puntiformi. Le valanghe da slittamento, invece, coinvolgono tutta la massa nevosa fino al suolo e non richiedono un innesco esterno.
Pur essendo generalmente meno letali rispetto alle valanghe a lastroni – che rappresentano il principale pericolo per sciatori e alpinisti – le valanghe da slittamento possono interessare ampie superfici e spostare grandi volumi di neve, rappresentando così una seria minaccia per strade, infrastrutture e ambienti frequentati. La loro gestione richiede un attento monitoraggio delle condizioni ambientali e del terreno, in particolare durante i periodi critici di inizio e fine stagione invernale.


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