Un recente studio pubblicato su Nature Communications e firmato da Jean-Marc Pétillon e colleghi, getta nuova luce sulle antiche relazioni tra esseri umani e balene durante il Tardo Paleolitico, grazie all’analisi approfondita di 83 strumenti in osso e 90 frammenti ossei provenienti dalla Grotta di Santa Catalina (Spagna). Utilizzando tecniche avanzate come la spettrometria di massa (ZooMS), datazioni al radiocarbonio e analisi isotopiche, i ricercatori sono riusciti a identificare con precisione diverse specie di cetacei e a determinare il periodo d’uso di questi resti. I dati raccolti mostrano che le ossa appartengono ad almeno sei specie diverse di grandi cetacei: capodogli, balenottere comuni, balenottere azzurre, balene grigie, balene franche nordatlantiche o balene della Groenlandia (indistinguibili tramite ZooMS), e focene. I reperti più antichi sono datati a circa 20.000 anni fa, rappresentando le più remote testimonianze conosciute dell’utilizzo di ossa di balena da parte di gruppi umani. Questi strumenti, soprattutto punte di proiettile e aste di lancia, dimostrano che le ossa di balena venivano selezionate non solo per le loro dimensioni, ma anche per le proprietà meccaniche utili alla caccia.
Una finestra sulla biodiversità marina del passato
L’identificazione tassonomica suggerisce che durante il periodo Magdaleniano il Golfo di Biscaglia fosse un’area ecologicamente ricchissima. Alcune specie oggi limitate a zone artiche o al Pacifico, come la balena grigia, erano presenti in quelle acque, testimoniando importanti cambiamenti ecologici e climatici avvenuti nel corso degli ultimi 20.000 anni. Le analisi isotopiche (δ¹³C e δ¹⁵N) rivelano che le abitudini alimentari di questi cetacei differivano da quelle delle popolazioni attuali, suggerendo adattamenti ecologici o ambientali nel tempo. Le firme isotopiche permettono anche di ipotizzare i luoghi di alimentazione e le reti trofiche in cui i cetacei erano inseriti, con importanti implicazioni per lo studio degli ecosistemi marini preistorici.
Acquisizione opportunistica e trasporto
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ci sono prove di caccia organizzata alle balene nel Paleolitico europeo. Le tecnologie necessarie, come la navigazione marittima o le armi specializzate, non erano ancora sviluppate. È molto più probabile che gli esseri umani approfittassero delle carcasse arenate, una strategia opportunistica ma efficace, soprattutto in un ambiente marino ricco come quello del Golfo di Biscaglia. Alcuni resti ossei analizzati provenivano da siti lontani dalla costa, suggerendo che i gruppi umani trasportassero parti selezionate di balene (soprattutto ossa spugnose ricche di grasso) fino ai luoghi abitati, forse per estrarne olio o utilizzarle come combustibile.
Implicazioni culturali e archeologiche
Le balene sembrano aver avuto anche un ruolo culturale nelle società del Paleolitico. La loro ricorrenza nelle rappresentazioni artistiche e l’impiego selettivo dei denti di capodoglio in oggetti scolpiti indicano un riconoscimento simbolico o funzionale da parte di queste comunità. È probabile che la presenza costante di cetacei lungo le coste abbia contribuito a consolidare l’interesse degli esseri umani per l’ambiente marino e abbia favorito lo sviluppo di una vera e propria economia costiera.
Questa ricerca rappresenta un passo fondamentale nella comprensione delle prime interazioni tra esseri umani e balene. I risultati, frutto di un’analisi interdisciplinare e tecnicamente avanzata, mostrano come le risorse marine, comprese le balene, abbiano avuto un ruolo significativo nella vita quotidiana e culturale delle comunità paleolitiche del sud-ovest europeo. L’uso delle ossa di balena non fu soltanto una risposta alle necessità materiali, ma anche un segnale precoce dell’adattamento umano agli ambienti costieri, anticipando dinamiche ecologiche e culturali che si sarebbero consolidate nei millenni successivi.







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