Il mistero della crosta sottile di Venere: il pianeta nasconde un cuore infuocato

Venere torna al centro dell’interesse scientifico: non come un pianeta morto, ma come una macchina geologica ancora viva e pulsante

Per decenni, Venere è stato etichettato come un pianeta geologicamente “morto”, un mondo infernale avvolto da nubi tossiche e privo del dinamismo tettonico che caratterizza la Terra. Eppure, nuove ricerche rivelano una realtà ben diversa: sotto la sua superficie rovente, Venere è molto più attivo di quanto si pensasse. Secondo uno studio recentemente pubblicato su Nature Communications, la crosta venusiana è sorprendentemente sottile, spesso non supera i 65 km e in molte aree potrebbe essere ancora più esigua. Un dato sorprendente, considerando le estreme condizioni di calore e pressione che dominano il pianeta. Questa scoperta potrebbe finalmente spiegare il mistero della sua persistente attività vulcanica.

A differenza della Terra, Venere non possiede la tettonica a placche, il meccanismo che qui sulla Terra ricicla costantemente la crosta, modellando il paesaggio e alimentando terremoti e vulcani. Gli scienziati avevano quindi ipotizzato che la crosta venusiana si accumulasse progressivamente, diventando sempre più spessa. Lo studio guidato da Julia Semprich dell’Open University (Regno Unito) propone un’altra interpretazione.

Attraverso sofisticati modelli computerizzati, il team ha simulato come le rocce venusiane reagiscono all’ambiente estremo del pianeta. I risultati suggeriscono che, man mano che la crosta si ispessisce, gli strati inferiori diventano più densi della roccia del mantello sottostante, portandoli a staccarsi e sprofondare verso l’interno del pianeta in un processo chiamato metamorfismo da affondamento.

Questo processo di rottura o fusione può riportare acqua ed elementi chimici all’interno del pianeta e alimentare l’attività vulcanica”, ha spiegato Justin Filiberto, coautore dello studio e vicedirettore della divisione Astromaterials Research and Exploration Science della NASA.

Questa forma alternativa di “riciclo della crosta” potrebbe dunque rappresentare una sorta di motore interno che, pur in assenza di placche tettoniche, mantiene attivo il vulcanismo venusiano. Le prove stanno iniziando ad accumularsi: recenti analisi dei dati raccolti negli anni ’90 dalla missione Magellan della NASA hanno mostrato segni di attività vulcanica relativamente recente.

Non sappiamo ancora quanto sia intensa l’attività vulcanica su Venere”, ha detto Filiberto, “ma i dati ci portano a credere che ce ne sia parecchia. Abbiamo bisogno di nuovi dati per confermarlo”.

Quei dati potrebbero arrivare nel prossimo decennio. Le missioni DAVINCI e VERITAS della NASA, insieme alla missione EnVision dell’Agenzia Spaziale Europea, partiranno verso la fine degli anni 2020 e promettono di fornire una visione senza precedenti della superficie e dell’atmosfera di Venere. I ricercatori sperano che queste missioni possano confermare la teoria del metamorfismo crostale e gettare nuova luce sul complesso sistema che governa la geologia venusiana.