“L’indiscutibile grandeur dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) dei tempi passati era molto legata all’enorme capacità dell’ESA di sviluppare programmi all’avanguardia, ma i problemi sono iniziati quando si è verificato un disallineamento tra le ambizioni tecnologiche e strategiche, con da un lato la capienza economica complessiva e dall’altro alcune politiche nazionali che hanno avuto il sopravvento su valutazioni di indirizzo”. È quanto dichiaral’esperta spaziale Simonetta Di Pippo in un’intervista a AGEEI/Aerospazionews realizzata in vista del 50° anniversario dell’ESA, che fu costituita il 30 maggio 1975 a Parigi con la firma della convenzione istitutiva di dieci Paesi, tra cui l’Italia. Laureata in Fisica, Di Pippo ha iniziato la sua carriera nel 1986 presso l’allora Piano Spaziale Nazionale, svolgendo poi numerosi incarichi di alto livello, tra cui capo del settore Osservazione dell’Universo all’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), direttore del programma dell’ESA per il Volo Umano nello Spazio e direttore dell’United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA). Oggi insegna Space Economy in SDA Bocconi ed è direttore dello Space Economy Evolution Lab (SEE Lab).
Dott.ssa Di Pippo, nell’attuale contesto geopolitico spaziale come si pone l’ESA a livello globale?
“L’ESA è un ente intergovernativo e, come tale, agisce sotto la guida dei suoi Stati membri. La politica spaziale che l’ESA può mettere in atto dunque non è altro che la politica spaziale di questi Stati, prima su base nazionale e poi armonizzata, sino a dove possibile, che a sua volta risente della situazione geopolitica complessiva. Oltre alla sua spina dorsale, costituita dai programmi obbligatori, la stragrande maggioranza del budget annuale, legato alle decisioni prese dalla riunione del Consiglio ESA a livello ministeriale che si tiene ogni tre anni, è incapsulato nei programmi opzionali, ai quali gli Stati membri contribuiscono in funzione dei loro interessi strategici e industriali, anche forti del principio del georitorno. Il ruolo che può occupare l’ESA, quindi, è direttamente proporzionale al posizionamento politico dei suoi Stati membri e alla consistenza dello sforzo economico profuso. Il ventilato ripensamento o addirittura la cancellazione del georitorno, come ventilato da più parti, porterebbe forse ad un beneficio in termini di snellezza, ma ridurrebbe sul medio termine l’incisività, costringendo i Paesi piccoli contributori a guardare di più ai programmi bilaterali per vedere riconosciuto meglio il loro sforzo. E questo farebbe diminuire, invece che aumentare, la tanto ricercata rilevanza dell’ESA su scala globale. Un bel bivio!”.
L’ESA deve confrontarsi con le sfide della Space Economy e delle attività spaziali commerciali. Secondo lei, è pronta?
“Questa è una questione legata al DNA dell’ESA e a come questo DNA possa modificarsi al mutare delle condizioni al contorno. La grandeur dell’ESA, indiscutibile, dei tempi passati, era molto legata all’enorme capacità dell’Agenzia di sviluppare programmi all’avanguardia, e ne potrei citare numerosi. In altre parole, la credibilità dell’ESA e il suo impatto erano legati all’elevata competenza del suo personale e alle scelte strategiche nei programmi di ricerca e sviluppo. I problemi sono iniziati quando si è verificato un disallineamento tra le ambizioni tecnologiche e strategiche, con da un lato la capienza economica complessiva e dall’altro alcune politiche nazionali che hanno avuto il sopravvento su valutazioni di indirizzo, che io personalmente consideravo necessarie se non indispensabili già allora, intorno al 2010. Le scelte fatte 15 anni fa, in altre parole, sono state forse la causa della situazione attuale. Il mancato forte posizionamento nella Space Economy è frutto della stessa politica”.
Il ritardo tecnologico europeo nel settore dei lanciatori recuperabili è colmabile?
“È sempre una questione di scelte strategiche ed economiche. Possiamo fare dei grossi passi avanti, ma occorre investire e superare le barriere nazionali per un approccio più collaborativo. Recuperare il gap non credo sarà possibile a breve, ma trovare sinergie e cominciare a percorrere la strada verso il riutilizzabile, per quanto impervia e costosa, direi che è imperativo. L’avessimo fatto appunto nel 2010 avremmo costruito un mondo parallelo nel settore spaziale, ben diverso da quello attuale, dove l’ESA e l’Europa sarebbero stati protagonisti assoluti. Non che oggi non lo siano, dico solo che saremmo potuti essere l’esempio da seguire, quando avessimo anche spinto per lo sviluppo del programma ARV (Automated Return Vehicle), che avrebbe cambiato il posizionamento, oggi e nel prossimo futuro. Ma tant’è”.
Secondo lei, come si colloca l’ESA nel programma internazionale di esplorazione della Luna e, in futuro, di Marte?
“Le competenze ci sono, occorre saper trovare le alleanze giuste e procedere spediti. Se guardiamo per esempio al programma ExoMars, un gioiello certamente ma quante volte lo abbiamo rimandato? E non ci dimentichiamo che, ogni volta che lo rimandiamo, dobbiamo aspettare la finestra di lancio successiva, che arriva ogni 26 mesi. E i costi salgono vertiginosamente in conseguenza di ciò. Forse ExoMars andava gestito strategicamente in modo molto diverso, ma anche questo parte tutto dal 2010. Gli storici ci diranno”.
Il ruolo dell’Italia in ESA è adeguato al peso del nostro Paese?
“Avendo svolto ruoli apicali in ambito ESA e avendo anche vissuto l’esperienza come delegato e come rappresentante dell’industria, posso dire che abbiamo esperti di altissimo livello, sia in ambito nazionale che all’interno dell’ESA. È questo sufficiente a farci avere il ruolo che ci compete? Almeno in alcuni momenti storici, non è stato questo il caso. Interrogarsi sul perché aiuterebbe a fare più squadra e a superare divisioni interne, che a mio avviso ancora costituiscono un elemento di rallentamento del posizionamento italiano. Oggi abbiamo in dirittura d’arrivo la Legge nazionale per lo Spazio, siamo il terzo Paese contributore all’ESA, e l’ASI è sempre presente dove deve essere. L’ecosistema nazionale si sviluppa e tutti lavoriamo affinché lo faccia in modo sempre più integratore. Abbiamo le carte in regola!”.
Quali dovrebbero essere i punti principali da affrontare nella prossima Conferenza ministeriale ESA di novembre a Brema?
“Dobbiamo approvare programmi che ci consentono di imparare a fare quello che predicavo già nel 2010: imparare a rientrare e ad atterrare. E poi ovviamente in orbit servicing, cloud computing, spazio per il clima, sviluppi innovativi nei vari settori tecnologici di punta, solo per citarne alcuni. Ho sempre predicato un’attenzione a 360 gradi da parte dell’ESA alle evoluzioni delle attività spaziali, e questo richiede sforzo aggiuntivo, in termini di visione strategica e apporto finanziario. Ma, come dicevo, l’ESA è guidata dagli Stati membri. Se l’Europa è pronta al salto doppio carpiato necessario per raggiungere obiettivi di leadership globale, lo vedremo a Brema. Nei momenti di difficoltà, interni ed oggettivamente esterni, occorre guardare al futuro con coraggio e ambizione”.
Guerriero: “l’Italia ebbe un ruolo-chiave nel 1975”
Cinquanta anni fa nasceva l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). La convenzione istitutiva fu firmata infatti da dieci Paesi, tra cui l’Italia, il 30 maggio del 1975 a Parigi. Da allora, l’ESA è molto crescita ed ora conta 23 Stati membri, 2 membri associati e uno Stato cooperante. Nelle ultime settimane, sono iniziati i festeggiamenti per questo anniversario nei vari centri dell’ESA in tutta Europa: un evento è previsto per il 6 giugno presso il centro ESRIN di Frascati (Roma), punto di riferimento dell’ESA per le attività di osservazione della Terra, mentre un altro evento sarà organizzato dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) per l’8 luglio nella sua sede romana.
Mezzo secolo fa, un ruolo-chiave nell’istituzione dell’ESA fu giocato dall’Italia e, in particolare, dal fisico bolognese Giampietro Puppi, scomparso nel 2006. Puppi era allora Presidente dell’European Space Research Organisation (ESRO), l’organizzazione che insieme all’European Launcher Development Organisation (ELDO) aprì la strada all’impegno europeo nello spazio.
“Tutti riconoscono oggi che il traguardo della creazione dell’ESA è stato raggiunto grazie all’abilità di Puppi, attraverso anni di laboriose trattative”, conferma a AGEEI/Aerospazionews il Prof. Luciano Guerriero, che dal 1979 al 1993 ha avuto la responsabilità delle attività spaziali italiane, prima come direttore del Piano Spaziale Nazionale (PSN) e poi come primo presidente dell’ASI.
Qual è il suo ricordo di quegli anni?
“Già nel 1959, il Prof. Puppi era stato chiamato a far parte della Commissione Ricerche Spaziali del Consiglio Nazionale delle Ricerche per coordinare le iniziative scientifiche italiane in questo campo. Nel 1962 nascevano l’ESRO, ente dedicato alla ricerca pura sul modello del CERN senza alcuna contaminazione militare o finalizzazione applicativa di valenza commerciale, e l’ELDO, che avrebbe dovuto realizzare un lanciatore europeo. Contemporaneamente, però, era cresciuto l’interesse dei vari Paesi membri per curare in proprio i programmi applicativi per le telecomunicazioni, la meteorologia e l’osservazione della Terra con potenziali ricadute commerciali”.
Dunque, la collaborazione europea fu messa alla prova?
“In effetti questi fatti portarono, nella seconda metà degli anni ’60, ad una crisi politico-finanziaria e costrinsero l’ESRO a cancellare le due maggiori missioni scientifiche già programmate. È in questo frangente che emerse il ruolo di Gianni Puppi, allora Presidente dell’ESRO, nella costruzione definitiva nel 1975 dell’ESA, in cui confluirono ESRO e ELDO ed in cui convivono ancora oggi il programma scientifico obbligatorio e i programmi applicativi”.
Cosa accadde con l’istituzione dell’ESA?
“La creazione dell’ESA vide sì il ridimensionamento del programma scientifico, che rimase però obbligatorio, ma contestualmente anche l’introduzione dei programmi applicativi ai quali i Paesi membri potevano volontariamente aderire. Puppi risolse i conflitti d’interesse tra i diversi partner e delineò il ruolo dei Paesi europei in relazione alla collaborazione con la NASA, che già nel 1969 aveva invitato l’Europa a collaborare con gli USA nel programma post-Apollo. Fu così che la Germania e l’Italia iniziarono a collaborare con la NASA con il progetto del modulo spaziale Spacelab e posero le premesse della collaborazione per la realizzazione dell’attuale International Space Station”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?