C’è un vizio sempre più imbarazzante nella narrazione dominante sul clima: ogni ondata di caldo viene utilizzata come grimaldello per martellare l’opinione pubblica con toni apocalittici, alimentando una psicosi climatica che non ha nulla di scientifico e molto di ideologico. Quando invece si verifica un episodio di freddo intenso, gli stessi predicatori del disastro si affrettano a minimizzare, ripetendo come un mantra che “una giornata fredda non significa nulla per il clima globale”. Ma allora perché ogni giornata calda dovrebbe rappresentare la prova inconfutabile dell’imminente collasso climatico?
Questa doppia morale è diventata insostenibile, oltre che intellettualmente disonesta. Ed è ancora più grave quando viene adottata da chi si proclama “paladino della scienza”, salvo poi ignorarne sistematicamente i fondamenti. In meteorologia e climatologia esiste una distinzione netta tra tempo atmosferico (il meteo) e clima. Il clima si misura sulle medie trentennali, non sulle anomalie di una settimana. Eppure basta un termometro che sfiora i +38°C in una città italiana perché parta il solito coro isterico: “È il cambiamento climatico! È colpa dell’uomo! Siamo alla fine!”.
Un uso scorretto dei dati
Questa narrazione si fonda spesso su confronti arbitrari e fuorvianti. I “catastrofisti climatici” — perché è di questo che si tratta — confrontano le temperature odierne non con le medie del trentennio più recente, come prescrivono le linee guida dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), ma con quelle di 50, 70 o addirittura 100 anni fa. Si tratta di un’operazione metodologicamente scorretta e priva di valore scientifico. Paragonare l’estate 2025 con quella del 1940 non ha alcun senso: le condizioni di rilevamento, l’urbanizzazione, le tecnologie e i riferimenti climatici sono profondamente cambiati.
Facciamo un esempio concreto: a Roma si sono recentemente toccati i +37°C. Titoli e articoli parlano subito di “record”, ma rispetto a cosa? I picchi massimi della storia sono tutti superiori. Lo scarto dalle medie è notevole, ma non rispetto alla media 1991-2020, bensì rispetto a quella del 1951-1980 o perfino del primo dopoguerra. È come confrontare la velocità di un’auto moderna con una Fiat Balilla: un gioco truccato che serve solo a drammatizzare.
La realtà scientifica: +1,1°C in due secoli
Nessuno nega l’esistenza del riscaldamento globale. I dati dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) sono chiari: la temperatura media globale è aumentata di circa +1,1°C dal periodo preindustriale. È un trend reale e da monitorare, ma è anche un trend graduale, non una fiammata catastrofica. Questo aumento non giustifica le esagerazioni quotidiane che trasformano ogni anomalia meteorologica locale in una “prova” della fine del mondo.
Al contrario, episodi estremi – freddo o caldo che sia – sono sempre esistiti e continueranno ad accadere. Il clima globale può essere in riscaldamento, ma questo non significa che ogni giornata torrida a Milano o Palermo sia “colpa” del global warming. È meteo, non clima. E lo è anche una nevicata a maggio in Appennino.
Una narrazione selettiva e ideologica
Il problema è che il racconto catastrofista è profondamente selettivo. Quando a gennaio 2024 in Nord America si sono registrati -40°C, i media più allineati alla narrativa dominante hanno precisato: “Attenzione, è solo un episodio isolato, non vuol dire che il riscaldamento globale non esista”. Giusto. Ma dove sono le stesse cautele quando si superano i +40°C in Spagna o in Sicilia? In quel caso l’episodio isolato diventa la bandiera del collasso climatico, il simbolo dell’irreversibilità del disastro.
È una visione antiscientifica, manipolatoria e priva di equilibrio, che scredita la vera battaglia ambientale: quella fatta di dati, studio dei trend, adattamento tecnologico, decarbonizzazione graduale e sviluppo sostenibile. Non serve terrorizzare la popolazione ogni volta che fa caldo in estate: serve informare con rigore, spiegare i fenomeni, distinguere il sensazionalismo dal metodo scientifico.
La scienza merita rispetto. E il rispetto comincia dalla serietà con cui si raccontano i dati, si interpretano i fenomeni e si evitano le strumentalizzazioni. Continuare a urlare al disastro ogni volta che il termometro sale non aiuta la causa climatica, ma anzi la banalizza e la trasforma in propaganda. Facendo perdere di credibilità a tutto il sistema. È ora di dire basta a chi sfrutta il meteo per alimentare la paura: non è scienza, è fanatismo ambientale travestito da informazione.


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