Uno studio pubblicato su Nature e corredato da due ricchi supplementi tecnici (“Supplementary Information”) dimostra che la produzione globale delle principali colture alimentari subirà gravi perdite entro la fine del secolo, anche considerando le strategie di adattamento dei produttori agricoli. L’analisi riguarda sei colture fondamentali: mais, soia, riso, grano, manioca e sorgo. Il team guidato da Andrew Hultgren e Solomon Hsiang ha utilizzato un’enorme base dati su scala subnazionale (oltre 12.658 regioni in 54 Paesi), includendo dati storici su rese agricole, meteo e condizioni socioeconomiche locali per costruire un modello causale capace di simulare l’impatto dei cambiamenti climatici tenendo conto anche delle risposte adattive dei produttori.
I risultati sono chiari:
- La produzione di mais potrebbe crollare fino al 40% in regioni chiave come USA, Cina orientale, Asia centrale, Africa meridionale e Medio Oriente.
- Le perdite di grano variano dal 15–25% in Europa, Africa e Sud America, fino al 30–40% in Cina, Russia, USA e Canada.
- Solo il riso sembra avere maggiore resilienza climatica, mostrando riduzioni meno gravi.
Come si è arrivati a queste conclusioni? L’analisi del metodo
Gli autori hanno sviluppato un modello econometrico ridotto (reduced-form model) che tiene conto di:
- Effetti diretti del clima (es. ondate di calore, siccità);
- Adattamenti dei produttori (varietà resistenti, cambi nei cicli colturali, irrigazione);
- Fattori socioeconomici come reddito e accesso all’irrigazione, usati come proxy per la capacità adattativa.
Il modello include l’interazione tra molteplici variabili:
- meteo a breve termine (piogge stagionali, gradi-giorno, temperature notturne),
- condizioni climatiche medie (temperatura e precipitazioni di lungo periodo),
- fattori strutturali come il reddito e la disponibilità di irrigazione.
Questo approccio permette di simulare in modo realistico come cambierà la risposta delle colture al clima in evoluzione, senza dover modellizzare ogni singolo processo biologico o ogni decisione dei produttori.
Adattamento: non abbastanza per salvare i raccolti
L’adattamento dei produttori, sebbene efficace in parte, non è sufficiente a evitare gravi perdite. I ricercatori stimano che:
- L’adattamento può ridurre le perdite globali del 23% entro il 2050;
- E del 34% entro il 2100, rispetto a uno scenario senza adattamento.
Ma il resto delle perdite resta comunque imponente. Inoltre, le regioni più colpite saranno sia:
- le aree agricole “ricche” (come le grandi pianure statunitensi o le steppe russe), dove l’adattamento è finora stato limitato perché i climi erano ideali;
- le regioni a basso reddito, dove la mancanza di risorse limita l’adattabilità.
Aspetti metodologici innovativi
Secondo quanto illustrato nei supplementi tecnici:
- I modelli sono stati calibrati e testati usando tecniche avanzate di validazione incrociata a due stadi per isolare gli effetti causali.
- Sono stati integrati dati da fonti FAO, Eurostat, Aquastat, e da statistiche nazionali (per es. il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e l’Istituto di Statistica del Brasile).
Lo studio sottolinea che l’aumento del reddito e l’ampliamento delle aree coltivate potrebbero attenuare parte delle perdite, ma solo se accompagnati da una rapida implementazione di strategie adattive sostenibili e globalmente accessibili. Inoltre, la ricerca evidenzia un paradosso: le regioni che oggi sono i “granai del mondo” sono spesso quelle meno abituate a condizioni climatiche estreme, e quindi più vulnerabili ai cambiamenti futuri.
Questo studio fornisce una delle valutazioni più dettagliate e realistiche finora disponibili sull’impatto climatico sulla produzione alimentare mondiale. Il messaggio è inequivocabile: anche con adattamenti, la sicurezza alimentare è a rischio e le politiche climatiche e agricole devono urgentemente integrarsi per affrontare una crisi annunciata.





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