Dalla Lapponia finlandese alla provincia polacca di Lublino, un nuovo e inquietante confine armato si prepara a ridisegnare la geografia della sicurezza europea. Cinque Paesi della NATO – Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia – stanno per abbandonare la Convenzione di Ottawa del 1997, che vieta l’uso delle mine antiuomo. Una scelta estrema, impensabile fino a pochi anni fa, che segna il ritorno di una “cortina di ferro” fatta di esplosivi nascosti tra i boschi di betulle e pini, lungo oltre 3.400 km di confine con la Russia e la Bielorussia. E’ quanto riporta il The Telegraph. Per decenni, le mine antiuomo sono state considerate armi disumane, simbolo di guerre passate e inutili sofferenze civili. L’invasione russa dell’Ucraina ha spinto molti Paesi europei a riconsiderare drasticamente la propria dottrina difensiva.
Nonostante le preoccupazioni internazionali, Helsinki, Tallinn, Riga, Vilnius e Varsavia hanno deciso di dotarsi nuovamente di mine per rispondere alla minaccia di Mosca. Entro la fine di giugno, notificheranno ufficialmente il ritiro dalla Convenzione di Ottawa alle Nazioni Unite, aprendo la strada alla produzione e allo stoccaggio di questi ordigni.
L’incubo nei villaggi sul fronte orientale
Tra i luoghi che potrebbero presto vedere la posa di mine c’è Šadžiūnai, un piccolo villaggio lituano circondato da boschi e abitato da soli 13 anziani. Jadvyga Mackevic, 84 anni, teme di vedere la sua terra d’infanzia trasformata in un campo minato: “non voglio vedere le mine davanti casa. Gli animali potrebbero saltare in aria. Ho paura, ma non posso cambiare nulla”, racconta.
Poco distante, nella località di Didieji Baušiai, una giovane coppia ha scavato un bunker nel giardino e accumulato provviste nel seminterrato. “Temiamo che dopo l’Ucraina possa toccare a noi”, dice Jurate Penkovskiene, madre di un neonato. Ma anche lei esprime dubbi: “per la difesa può avere senso, ma dopo sarà difficile anche solo passeggiare nei boschi”.
La Lituania: tra storia di oppressione e paura del futuro
La decisione di dotarsi di mine non è presa alla leggera. Il ministro della Difesa lituana, Dovile Šakalienė, parla di “necessità esistenziale” e denuncia l’asimmetria con una Russia che non ha mai aderito al trattato e che oggi dispone di oltre 26 milioni di mine. “Non possiamo più permetterci il lusso di vincoli unilaterali. La Russia è già in guerra con metodi ibridi: attacchi informatici, provocazioni ai confini, propaganda. L’aggressione è reale”.
Vilnius prevede di investire l’equivalente di 800 milioni di euro in mine antiuomo e anticarro, nell’ambito di una strategia di “contro-mobilità” che prevede anche barriere fisiche, droni armati e armi a lungo raggio. L’ex ministro Laurynas Kasčiūnas, promotore del piano, spiega: “le mine servono a rallentare l’invasore e guadagnare tempo per riorganizzare la difesa e ricevere rinforzi dagli alleati”. La produzione sarà nazionale e le mine – almeno in tempo di pace – resteranno stoccate e disattivate, pronte ad essere attivate solo in emergenza.
Le ferite delle mine: una lezione dal passato
Secondo Landmine Monitor, nel 2023 le mine hanno causato almeno 2.000 morti nel mondo. Gli effetti a lungo termine sono ben noti: Angola, Cambogia, Afghanistan, Bosnia e altre nazioni ne portano ancora oggi le cicatrici. Ma per i Paesi baltici, la posta in gioco è la sopravvivenza. “La Russia rispetta solo la forza”, dice Šakalienė, figlia di una donna nata in esilio siberiano. “Per troppo tempo abbiamo subito dominazioni. Ora non vogliamo più perdere la nostra libertà”.


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