Domenica 1° giugno, i social media sono stati invasi da immagini impressionanti: colonne di fumo che si alzavano da basi aeree russe e aerei in fiamme. Non si trattava di velivoli qualunque, ma di bombardieri strategici capaci di trasportare testate nucleari e colpire bersagli ovunque nel mondo. Dietro questi attacchi non c’erano jet supersonici o missili ipersonici, ma droni di piccole dimensioni, simili a quelli usati per video panoramici su TikTok, pilotati da remoto da operatori ucraini. Il giorno seguente, alcuni media e personalità russe hanno invocato rappresaglie nucleari. Mercoledì, il presidente Vladimir Putin avrebbe dichiarato in una telefonata con Donald Trump l’intenzione di rispondere all’attacco ucraino. Secondo una lettura rigida della dottrina nucleare russa, un attacco a infrastrutture militari strategiche potrebbe giustificare una risposta nucleare.
L’operazione, ribattezzata “Ragnatela” e pianificata per oltre 18 mesi, rappresenta un punto di svolta. Oltre 100 droni sono stati nascosti all’interno di container caricati su camion civili diretti in profondità nel territorio russo, vicino a basi militari sensibili. Al momento dell’attacco, i tetti dei container si sono aperti simultaneamente, liberando i droni che hanno colpito con precisione gli aerei parcheggiati. Secondo Kiev, sarebbero stati distrutti 41 velivoli strategici. I droni utilizzati, probabilmente dei quadricotteri “Osa” lunghi 30-35 cm, costano tra i 600 e i 1000 dollari ciascuno. Ogni drone trasportava circa 3,2 kg di esplosivo ed era programmato per colpire autonomamente in caso di interruzione del segnale. Si ritiene che le comunicazioni siano avvenute attraverso le reti mobili russe (4G e LTE) e supportate da sistemi d’intelligenza artificiale per l’identificazione dei punti deboli dei bersagli.
Un’operazione storica con droni low-cost
L’”Operazione Ragnatela” rappresenta probabilmente il più grande attacco mai condotto contro le capacità nucleari di uno stato dotato di armi atomiche. È anche la più chiara dimostrazione del potenziale distruttivo dei droni economici nel penetrare aree ad altissima sicurezza con impatti strategici. Tuttavia, non è ancora chiaro se e come questo attacco influenzerà l’atteggiamento della Russia nella guerra in corso. Alcuni osservatori temono un’escalation nucleare. E’ quanto si legge in un articolo del thebulletin.
Per decenni, le grandi potenze hanno perseguito la cosiddetta stabilità strategica, in cui la reciproca minaccia di distruzione nucleare disincentivava attacchi diretti. Ma l’equilibrio si è sempre rivelato vulnerabile a nuove tecnologie: dai microchip ai missili guidati, fino al cyberspazio. I droni, soprattutto quelli piccoli ed economici, rappresentano una minaccia inedita a questa stabilità.
L’era della guerra “low-cost”
A differenza dei caccia o dei missili, che richiedono investimenti elevati, i piccoli droni sono accessibili anche a stati minori o gruppi non statali. Questo ha permesso a realtà come l’Ucraina di condurre efficaci operazioni di guerra asimmetrica contro eserciti molto più potenti. Secondo alcune stime, fino al 70% delle perdite russe di equipaggiamento in Ucraina sarebbero attribuibili a droni di questo tipo.
Una minaccia globale
I droni economici non si limitano al campo di battaglia. Nel 2019, i ribelli Houthi dello Yemen hanno attaccato con droni le infrastrutture petrolifere saudite, colpendo il 5% dell’offerta globale di petrolio. Nel 2024, hanno bersagliato navi commerciali nel Mar Rosso, causando il blocco di circa il 12% del commercio marittimo mondiale. Tuttavia, nessuna operazione è paragonabile a quella del 1° giugno in Russia per portata e significato strategico. Per la prima volta, droni grandi quanto una scatola da scarpe hanno minacciato direttamente la capacità nucleare di una potenza mondiale.
Rischio di escalation
Finora, solo le grandi potenze nucleari possedevano strumenti per minacciare le capacità nucleari altrui. La possibilità che attori minori — o peggio, gruppi non statali — possano colpire infrastrutture strategiche cambia le regole del gioco. Se gli stati dotati di armi nucleari percepissero questi attacchi come minacce esistenziali, potrebbero rispondere in modo sproporzionato, anche con armi nucleari. L’Ucraina, che non dispone di armi atomiche né di una dottrina nucleare propria, potrebbe non considerare pienamente le implicazioni di tali attacchi. Ancora più preoccupante è l’eventualità che attori terzi possano orchestrare operazioni di false flag con droni, tentando di scatenare conflitti nucleari tra grandi potenze.
Verso un controllo globale dei droni?
Le discussioni sul ruolo dei droni nella guerra si sono finora concentrate su aspetti etici e sull’autonomia delle intelligenze artificiali che li governano. Tuttavia, l’urgenza attuale riguarda la loro proliferazione incontrollata. È fondamentale che la comunità internazionale introduca regolamenti simili a quelli già esistenti per le armi da fuoco: controlli all’esportazione, limitazioni all’acquisto, tracciabilità dei dispositivi.
Il problema, però, è che il mercato dei droni commerciali è in rapida espansione e soddisfa una domanda crescente in ambito civile, ricreativo e industriale. Qualsiasi regolamentazione incontrerà inevitabilmente l’opposizione di interessi economici consolidati. Tuttavia, non affrontare il problema significherebbe accettare il rischio di nuove crisi nucleari innescate da dispositivi da mille euro. E questo è un rischio che il mondo non può permettersi.


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