La guerra tra Iran e Israele rischia di avere drammatiche ripercussioni mondiali sui prezzi dell’energia. Il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein ha chiamato ieri sera il ministro degli Esteri della Germania e ha messo in guardia contro la possibilità di “una chiusura dello Stretto di Hormuz“, sostenendo che ciò potrebbe causare un aumento dei prezzi del gas tra i 200 e i 300 dollari al barile. Valori incredibili che non hanno alcun precedente nella storia, e che sono superiori persino alla crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Le ripercussioni sarebbero drammatiche sui prezzi dell’energia in tutto il mondo, con una nuova clamorosa fiammata dell’inflazione.
Nello Stretto di Hormuz, infatti, transitano circa un quarto delle riserve mondiali di petrolio e un terzo della produzione di gas naturale liquefatto. Ovviamente non è così scontato che l’Iran chiuda lo Stretto di Hormuz, ma è certo che adesso a causa della guerra abbia difficoltà a produrre i suoi normali volumi di petrolio. L’Iran è uno dei principali produttori al mondo, anche se esporta principalmente in Cina in quanto è da tempo sotto sanzioni dell’Occidente, ma la chiusura dello Stretto di Hormuz paralizzerebbe anche l’export degli altri Paesi arabi che inviano petrolio e gas in Occidente.
Il prezzo del petrolio già venerdì era cresciuto di oltre il 10%, tornando sopra i 70 dollari al barile. “Se i prezzi del greggio dovessero continuare a salire – spiegano gli analisti – potrebbero scattare le prese di profitto degli investitori” e il rischio è che l’aumento dei costi dell’energia “possa far ripartire l’inflazione“, la quale ultimamente aveva mostrato segni di rallentamento proprio per il calo dei prezzi dei beni energetici.
Perché lo Stretto di Hormuz è così importante per il mondo intero
Lo Stretto di Hormuz è uno dei chokepoint energetici più strategici del mondo per il transito di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). Si trova tra l’Oman e l’Iran e collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e quindi con l’Oceano Indiano. La sua importanza deriva da tre fattori principali:
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Circa un quarto del petrolio mondiale transita ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz.
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Nel 2023, oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno sono passati da lì.
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È anche fondamentale per il GNL: il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali, spedisce quasi tutto il suo gas attraverso questo passaggio.
L’elemento chiave è che non esistono rotte alternative di pari capacità. Alcuni oleodotti (come l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline) permettono di bypassare lo Stretto, ma possono gestire solo una frazione del traffico. Chiudere lo Stretto significherebbe bloccare l’export di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar — tutti grandi produttori del Medio Oriente.
In caso di chiusura, oltre all’aumento esorbitante dei prezzi in tutto il mondo, ci sarebbero anche problemi per gli approvvigionamenti. I paesi asiatici (Cina, Giappone, India, Corea del Sud), fortemente dipendenti dal petrolio mediorientale, sarebbero tra i più colpiti. In Europa, anche se c’è una diversificazione crescente (es. GNL dagli USA), il mercato globale del gas è interconnesso: un effetto domino colpirebbe tutti i continenti. Un aumento duraturo dei prezzi energetici potrebbe alimentare l’inflazione. Le economie più vulnerabili rischierebbero una recessione o gravi squilibri nella bilancia commerciale.
Insomma, lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia essenziale per l’energia mondiale. La sua eventuale chiusura, anche temporanea, rappresenterebbe uno shock energetico globale con conseguenze economiche, strategiche e sociali molto gravi. Per questo motivo, la stabilità nella regione è una priorità per le grandi potenze e per l’intera economia globale.







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