L’inflammaging non è universale: uno studio sfida i paradigmi sull’invecchiamento umano

Lo studio suggerisce che l’inflammaging, come definito da biomarcatori circolanti, non è un fenomeno biologico universale

Una ricerca pubblicata su Nature Aging e condotta da un consorzio internazionale coordinato dalla Columbia University ha messo in discussione l’universalità dell’inflammaging, l’infiammazione cronica di basso grado che si associa all’invecchiamento. Il termine inflammaging descrive un fenomeno noto nella letteratura biomedica: con l’avanzare dell’età, nei paesi industrializzati si osserva un aumento cronico di citochine infiammatorie nel sangue (come IL-6, TNF-α e CRP), che contribuisce allo sviluppo di malattie cardiovascolari, renali, neurodegenerative e tumori. Tuttavia, finora era poco chiaro se tale processo fosse un meccanismo universale dell’invecchiamento umano.

Lo studio: quattro popolazioni, due mondi

Il team di ricerca ha analizzato 19 marcatori infiammatori in quattro coorti:

  • InCHIANTI (Italia) e SLAS (Singapore), due popolazioni industrializzate;
  • Tsimane (Bolivia) e Orang Asli (Malesia peninsulare), due popolazioni indigene non industrializzate.

Nelle popolazioni industrializzate (Italia e Singapore):

  • È stata osservata una chiara correlazione tra età e aumento dell’infiammazione sistemica.
  • L’inflammaging si associa fortemente a malattie croniche legate all’età, in particolare insufficienza renale e malattie cardiovascolari.

Nelle popolazioni indigene (Tsimane e Orang Asli):

  • I livelli infiammatori sono generalmente elevati, ma non aumentano con l’età.
  • L’infiammazione è correlata principalmente a infezioni attive, non a processi degenerativi.
  • Le malattie croniche tipiche dell’invecchiamento industrializzato (diabete, infarto, Alzheimer) sono rare o assenti.

Un’infiammazione diversa: questione di contesto

Lo studio suggerisce che l’inflammaging, come definito da biomarcatori circolanti, non è un fenomeno biologico universale, ma piuttosto una manifestazione specifica dell’ambiente industrializzato. I ricercatori sottolineano che le popolazioni indigene vivono in ambienti ad alta carica infettiva e con stili di vita attivi e a basso contenuto lipidico, condizioni che potrebbero modulare profondamente la risposta immunitaria.

Le implicazioni scientifiche e sanitarie

“Questi risultati mettono in discussione l’idea che l’infiammazione sia di per sé nociva”, dichiara Alan Cohen, Columbia University. Il lavoro invita a rivalutare il concetto stesso di biomarcatori dell’invecchiamento, evidenziando l’importanza di variabili ambientali, culturali e comportamentali. Ciò ha profonde implicazioni per la medicina personalizzata e le politiche sanitarie globali: strategie efficaci in Europa potrebbero non essere applicabili in altre regioni del mondo.

Genetica vs ambiente

Anche se esistono differenze genetiche tra popolazioni (come nei Tsimane), queste non spiegano da sole l’assenza di inflammaging nelle popolazioni non industrializzate. Il fattore determinante sembra essere l’exposoma, ovvero l’insieme delle esposizioni ambientali, alimentari e infettive cui un individuo è sottoposto nel corso della vita.

Le prospettive future

I ricercatori raccomandano:

  • L’utilizzo di pannelli citochinici standardizzati per facilitare i confronti tra popolazioni;
  • L’integrazione di marcatori funzionali e indicatori contestuali, come dieta, attività fisica, esposizione a patogeni;
  • Ulteriori studi su popolazioni in transizione epidemiologica per esplorare i gradienti di inflammaging.

Lo studio rappresenta un importante passo avanti nella comprensione dell’invecchiamento umano. Sottolinea che non esiste un unico modo di invecchiare, e che la fisiologia dell’invecchiamento è profondamente plasmata dal contesto. In un’epoca di globalizzazione e medicina di precisione, questi dati rafforzano l’importanza di approcci su misura per popolazione e ambiente.