Il 12 luglio 2010 Venezia segnava un traguardo storico nel panorama energetico globale con l’attivazione della centrale a idrogeno di Fusina. Con una potenza installata di 15 MW e un investimento di circa 50 milioni di euro, questa struttura non era solo la prima centrale a idrogeno di livello industriale al mondo, ma rappresentava anche un faro per la transizione energetica.
La centrale di Fusina era pionieristica per il suo consumo previsto di 59 milioni di tonnellate di idrogeno all’anno, sufficienti a generare 60 GWh di elettricità e a soddisfare il fabbisogno di circa 20mila famiglie. Si stimava un risparmio significativo di anidride carbonica, pari a 17mila tonnellate annuali, dimostrando il potenziale dell’idrogeno come combustibile pulito.
Integrata nel polo petrolchimico di Porto Marghera, la centrale prelevava l’idrogeno, un prodotto di scarto della produzione di cloro e del cracking dell’etilene, attraverso una condotta di 4 km. Il suo funzionamento si basava sulla combustione diretta dell’idrogeno in un impianto a ciclo combinato. I fumi di scarico ad alta temperatura venivano riutilizzati per produrre vapore, contribuendo ulteriormente all’efficienza energetica del complesso.
La chiusura della centrale nel 2018, avvenuta a seguito della cessazione del ciclo produttivo del cloro che la alimentava, ha segnato la fine di un’importante esperienza. Nonostante la sua dismissione, la centrale di Fusina rimane un esempio emblematico delle possibilità offerte dall’idrogeno per un futuro energetico più sostenibile.


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