Un nuovo studio dell’Unesco pubblicato oggi avverte che circa tre quarti dei circa 1.200 siti patrimonio dell’umanità “sono minacciati dalla mancanza o dall’eccesso di acqua“, e talvolta “da entrambe le situazioni alternativamente”. Questa tendenza, spiegano gli esperti, può tuttavia essere rallentata o addirittura invertita se si attuano le giuste politiche, a livello locale (piantando alberi, proteggendo le zone umide), nazionale o internazionale (riconoscendo l’acqua come un “bene comune” dell’umanità), sottolinea il rapporto del World Resources Institute e dell’Unesco.
In totale, il 73% dei 1.172 siti non marini classificati come ‘Patrimonio dell’umanità’ sono soggetti ad almeno un “grave rischio idrico” (mancanza di acqua rispetto al fabbisogno o “stress idrico” per il 40%, rischio di inondazione fluviale per il 33%), specifica lo studio. Un sito su cinque (21%) “affronta un duplice problema: troppa acqua un anno, troppo poca quello successivo“, continua il testo. La tendenza peggiorerà almeno nel medio termine, con il 44% dei siti che subirà uno stress idrico elevato o molto elevato entro il 2050, rispetto al 40% attuale.
Le aree più minacciate si trovano in Medio Oriente, Nord Africa, parti dell’Asia meridionale e nella Cina settentrionale.
Focus su 4 siti
Il rapporto descrive dettagliatamente la situazione di quattro siti particolarmente esposti. Due di queste sono minacciate dalla scarsità d’acqua: gli Ahwar nell’Iraq meridionale, zone paludose che ospitano resti di città mesopotamiche, e le Cascate Vittoria (o Mosi-Oa-Tunya) al confine tra Zambia e Zimbabwe. Al contrario, altri due siti sono minacciati dalle inondazioni: il sito archeologico di Chan-Chan in Perù, a causa della recrudescenza del fenomeno climatico El Niño, e le riserve di uccelli migratori lungo la costa del Mar Giallo e del Golfo di Bohai in Cina. Queste riserve di uccelli migratori in Cina sono minacciate sia dal rischio di inondazioni marittime – come quasi altri 50 siti Patrimonio dell’Umanità – sia dal rapido sviluppo degli insediamenti umani. “La Cina ha risposto nel 2018 vietando i progetti immobiliari nella baia di Bohai, una decisione accolta con favore dai gruppi ambientalisti”, si legge nel testo.
Anche il Taj Mahal si trova ad affrontare una scarsità d’acqua che sta aumentando l’inquinamento e impoverendo le falde acquifere, due fattori che stanno danneggiando il mausoleo.
Nel 2022, invece, una violenta alluvione ha chiuso l’intero Parco Nazionale di Yellowstone e la sua riapertura è costata oltre 20 milioni di dollari in riparazioni infrastrutturali.
“Luoghi che vanno dal Parco nazionale del Serengeti in Tanzania, ricco di biodiversità, ai tesori culturali come la città sacra di Chichén Itzá in Messico, fino ai vivaci centri urbani come la Medina di Fez in Marocco, si trovano ad affrontare crescenti rischi idrici che mettono a repentaglio non solo i siti stessi, ma anche i milioni di persone che dipendono da essi per il cibo, il sostentamento, il legame con la loro cultura o che semplicemente amano viaggiare in queste destinazioni”, spiega lo studio.


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