Un nuovo studio rivoluzionario pubblicato su Nature getta luce sull’evoluzione e la diffusione dei patogeni umani nell’Eurasia antica, rivelando come i cambiamenti nello stile di vita abbiano favorito l’esplosione di malattie infettive. Negli ultimi decenni, l’archeogenetica ha trasformato la nostra comprensione della storia umana. Ma fino ad ora, mancava una visione d’insieme della presenza e distribuzione spaziotemporale dei patogeni che hanno accompagnato le nostre società. Lo studio condotto da Martin Sikora e colleghi ha colmato questa lacuna, analizzando i dati di sequenziamento di 1.313 individui antichi provenienti da tutta l’Eurasia e risalenti a un arco temporale di circa 37.000 anni. L’analisi ha identificato 5.486 “hit” genetici riconducibili a 492 specie microbiche, tra cui 3.384 appartenenti a patogeni noti per infettare l’uomo. Ciò dimostra che i batteri, i virus e i parassiti erano già presenti in popolazioni preistoriche. Tuttavia, un elemento chiave emerso dallo studio è il picco di patogeni zoonotici circa 6.500 anni fa, in concomitanza con la transizione verso l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Questa “prima transizione epidemiologica” è stata associata a un aumento dell’incidenza di malattie dovute al contatto con animali domestici.
Epidemie antiche e migrazioni
I ricercatori hanno trovato tracce diffuse di Yersinia pestis, il batterio della peste, con 42 casi identificati, molti dei quali risalenti al Neolitico e all’Età del Bronzo. Queste scoperte estendono di millenni la presenza conosciuta del patogeno, suggerendo che la peste fosse già endemica in Eurasia prima delle famigerate pandemie medievali. Anche Borrelia recurrentis, responsabile della febbre ricorrente trasmessa dai pidocchi, è stata rilevata in 34 nuovi casi. La diffusione di questa malattia sembra essere stata favorita da condizioni di vita affollate e scarsa igiene, elementi comuni nelle comunità agricole e pastorali.
Malattie meno note e coinfezioni
Lo studio ha documentato anche la presenza di altri patogeni come Mycobacterium leprae (lebbra), Plasmodium spp. (malaria) e Hepatitis B virus (HBV). Un aspetto particolarmente interessante è la scoperta di coinfezioni in diversi individui antichi, tra cui un caso di variola virus (vaiolo) e M. leprae nello stesso soggetto vichingo. Utilizzando modelli bayesiani, il team ha individuato fattori come longevità, mobilità umana e cambiamenti climatici che hanno influenzato la diffusione delle malattie. Il campione più antico con un patogeno zoonotico risale a circa 6.500 anni fa, periodo che coincide con una maggiore mobilità umana grazie all’introduzione di carri e cavalli.
Implicazioni per il presente
Oggi, le zoonosi rappresentano oltre il 60% delle malattie infettive emergenti. Lo studio suggerisce che l’inizio dell’allevamento intensivo abbia amplificato il rischio di trasmissione, un fenomeno che continua a manifestarsi con pandemie moderne. Questo lavoro pionieristico offre la prima mappa dettagliata della distribuzione di patogeni umani antichi in Eurasia, dimostrando che la trasformazione dello stile di vita umano durante l’Olocene ha avuto un impatto duraturo sulla salute delle popolazioni. La ricerca suggerisce che future analisi genomiche di resti antichi potrebbero svelare ulteriori dettagli sull’evoluzione delle malattie e sulle interazioni tra microbi, ambiente e genetica umana.


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