Un recente studio condotto dai ricercatori dell’HAVIC Lab della Flinders University, guidati dal neuroscienziato cognitivo Nathan Caruana, ha gettato nuova luce su una delle forme più istintive di comunicazione umana: il contatto visivo. La scoperta rivoluzionaria non riguarda solo il fatto di guardare, ma il momento esatto in cui lo facciamo, rivelando il suo impatto profondo su come interpretiamo e rispondiamo agli altri, inclusi i robot.
La sequenza segreta dello sguardo
La ricerca ha coinvolto 137 partecipanti, impegnati in un compito di costruzione con un partner virtuale. Il team ha identificato una sequenza di sguardo sorprendentemente efficace per segnalare una richiesta: guardare un oggetto, stabilire un contatto visivo, e poi tornare a guardare lo stesso oggetto. Questo specifico tempismo ha aumentato significativamente la probabilità che i partecipanti interpretassero lo sguardo come una richiesta di aiuto.
“Abbiamo scoperto che non è solo la frequenza con cui qualcuno ti guarda, o se ti guarda per ultimo in una sequenza di movimenti oculari, ma il contesto dei movimenti oculari che rende quel comportamento comunicativo e rilevante“, spiega Caruana, del College of Education, Psychology and Social Work.
Umani e robot: la stessa risposta
Ciò che ha affascinato maggiormente i ricercatori è stata la risposta coerente dei partecipanti, indipendentemente dal fatto che il comportamento dello sguardo fosse osservato da un essere umano o da un robot. “I nostri risultati hanno contribuito a decodificare uno dei nostri comportamenti più istintivi e come può essere utilizzato per costruire migliori connessioni, sia che tu stia parlando con un compagno di squadra, un robot o qualcuno che comunica in modo diverso“, aggiunge il Dr. Caruana.
Questa scoperta rafforza precedenti lavori del laboratorio, suggerendo che il cervello umano è predisposto a elaborare e rispondere alle informazioni sociali, e che siamo naturalmente inclini a comunicare e comprendere i robot e gli agenti virtuali se questi esibiscono i gesti non verbali a cui siamo abituati nelle nostre interazioni quotidiane.
Implicazioni per la tecnologia e oltre
Gli autori sottolineano come questa ricerca possa fornire informazioni dirette per la progettazione di robot sociali e assistenti virtuali, che stanno diventando sempre più diffusi nelle nostre scuole, luoghi di lavoro e case. Ma le implicazioni vanno ben oltre il settore tecnologico.
“Comprendere come funziona il contatto visivo potrebbe migliorare l’addestramento alla comunicazione non verbale in ambienti ad alta pressione come lo sport, la difesa e i luoghi di lavoro rumorosi“, afferma Caruana. “Potrebbe anche supportare le persone che fanno molto affidamento sui segnali visivi, come i non udenti o le persone autistiche“.
Il team dell’HAVIC Lab sta ora espandendo la ricerca per esplorare altri fattori che modellano l’interpretazione dello sguardo, come la durata del contatto visivo, gli sguardi ripetuti e le nostre credenze su chi o cosa stiamo interagendo (umano, intelligenza artificiale o controllato dal computer).
“Questi segnali sottili sono i mattoni della connessione sociale“, conclude Caruana. “Comprendendoli meglio, possiamo creare tecnologie e training che aiutino le persone a connettersi in modo più chiaro e sicuro“.


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