La lotta biologica contro le piante invasive – una strategia ecologica che prevede l’introduzione di predatori naturali per contenere specie infestanti – potrebbe avere un effetto controproducente. È quanto emerge da una ricerca dell’Università del Nuovo Galles del Sud (UNSW), pubblicata su Trends in Ecology & Evolution, che suggerisce come questa pratica possa inavvertitamente favorire la cooperazione tra le piante invasive, aumentando la loro capacità di occupare vasti territori. “L’obiettivo del biocontrollo è ridurre le popolazioni di specie invasive per consentirci di gestirle meglio”, spiega il professor Stephen Bonser, autore principale dello studio. “Ma ciò che abbiamo scoperto è che i predatori naturali possono sopprimere i tratti competitivi delle singole piante, inducendole invece a strategie cooperative”. In altre parole, quando gli insetti introdotti per contenere la crescita delle piante attaccano le strutture che conferiscono loro un vantaggio competitivo – come le punte dei germogli o i fusti verticali – le piante smettono di lottare tra loro per luce e nutrienti. Così facendo, invece di crescere in altezza per prevalere sulle vicine, ridistribuiscono l’energia nella riproduzione e nella diffusione collettiva.
“Stiamo assistendo a un fenomeno sorprendente: le piante invasive, solitamente aggressive e in competizione tra loro, iniziano a comportarsi come comunità cooperative. E quando cooperano, possono colonizzare superfici ancora più estese di prima”, aggiunge Bonser.
Successi e fallimenti del biocontrollo
In Australia il biocontrollo ha registrato successi notevoli, come l’introduzione della falena del cactus per combattere i fichi d’India, che avevano invaso 24,3 milioni di ettari in Nuovo Galles del Sud e Queensland. Tuttavia, non tutti i tentativi hanno avuto esito positivo. Nel 1987, ad esempio, l’introduzione della falena bitou tip non è riuscita a contenere la crescita del bitou bush (Chrysanthemoides monilifera), un arbusto sudafricano invasivo che continua a diffondersi rapidamente lungo le coste australiane, producendo fino a 48.000 semi per pianta ogni anno.
“Un singolo bruco può frenare la crescita di una pianta di bitou bush, ma ciò non basta a controllare l’intera popolazione”, osserva Bonser. “Nonostante la falena si sia ben insediata, le popolazioni di bitou bush continuano a espandersi come un incendio”.
Strategie di sopravvivenza: competizione vs cooperazione
In natura, la competizione tra le piante è dominante: le più alte fanno ombra alle vicine, mentre quelle con radici più ampie assorbono più nutrienti. Ma l’attacco di insetti alle strutture competitive delle piante potrebbe “ingannarle” spingendole a cooperare. “Quando gli erbivori limitano la crescita verticale, le piante smettono di sprecare energia in conflitti interni e iniziano a lavorare insieme. È una strategia di sopravvivenza collettiva che, ironicamente, le rende più difficili da eliminare”, spiega il ricercatore.
Una lezione dall’agricoltura
Il fenomeno non è del tutto nuovo: anche l’agricoltura moderna ha fatto leva sulla cooperazione delle piante. Durante la Rivoluzione Verde del XX secolo, gli scienziati svilupparono varietà di colture più basse e meno competitive, che producevano più cibo perché non sprecavano risorse per prevalere sui vicini. “Allo stesso modo, introducendo insetti contro alcune infestanti, stiamo inavvertitamente incoraggiando le erbacce a comportarsi come una coltura agricola cooperativa – più robuste e prolifiche”, commenta Bonser.
Ripensare il successo del biocontrollo
Finora l’efficacia del biocontrollo è stata misurata valutando il danno inflitto ai singoli esemplari. Ma secondo Bonser è necessario un cambio di prospettiva: “dobbiamo osservare il comportamento di interi gruppi di piante. Ciò che danneggia un individuo può, paradossalmente, avvantaggiare il collettivo”. I ricercatori stanno ora studiando nuovi metodi per interrompere queste alleanze vegetali, ad esempio combinando il biocontrollo con la piantumazione di specie native competitive.
“Le piante invasive sottraggono spazio e risorse alle comunità native e all’agricoltura”, conclude Bonser. “Capire la complessità delle interazioni ecologiche è fondamentale per sviluppare strategie di gestione più efficaci”.


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