Le ultime proiezioni del North American Multi-Model Ensemble (NMME) stanno delineando un quadro potenzialmente significativo per il clima globale tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Secondo queste stime aggiornate, infatti, si sta consolidando la possibilità di un passaggio verso condizioni di La Niña nel corso dell’autunno, con una probabilità che oscilla tra il 41% e il 48% nel periodo tra novembre e gennaio.
Nonostante questa tendenza, gli esperti invitano alla cautela. La maggior parte dei modelli indica ancora una condizione di ENSO-Neutral come lo scenario più probabile, con percentuali intorno al 48-50%. Questo significa che, almeno per ora, la transizione verso La Niña non è ancora certa, anche se la probabilità continua a crescere.
Secondo le attuali proiezioni, qualora La Niña dovesse svilupparsi, si tratterebbe comunque di un episodio debole e di breve durata, con effetti meno marcati rispetto a eventi più intensi osservati in passato.
Un dato particolarmente interessante riguarda le acque del Pacifico occidentale, che si mantengono su valori eccezionalmente alti. Questo comportamento è spiegato dal cosiddetto “termostato dinamico oceanico”, un meccanismo che fa sì che il Pacifico occidentale resti caldo anche quando le acque centrali e orientali tendono a raffreddarsi durante La Niña.

Questa configurazione è alimentata dal riscaldamento globale, che continua a spingere le temperature oceaniche verso livelli record. A gennaio 2025, ad esempio, la temperatura media superficiale degli oceani ha toccato i 20,78 °C, uno dei valori più alti mai registrati secondo i dati Copernicus.
Il 2025 si prospetta come uno degli anni più caldi mai osservati, con un’anomalia termica stimata tra +1,29 °C e +1,53 °C rispetto all’epoca preindustriale. Questa tendenza evidenzia come la presenza di oceani caldi stia diventando una costante capace di influenzare profondamente le dinamiche climatiche globali.
Nonostante La Niña sia storicamente associata a un temporaneo raffreddamento globale, quest’anno il suo effetto potrebbe risultare attenuato. Il persistente riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico occidentale, unito al calore accumulato nei bacini oceanici mondiali, potrebbe infatti limitare la capacità di La Niña di abbassare in modo sensibile le temperature medie globali.
Questo significa che il classico “respiro fresco” che La Niña porta solitamente al pianeta potrebbe risultare meno incisivo. In concreto, ciò potrebbe tradursi in inverni meno rigidi e condizioni atmosferiche potenzialmente più estreme in diverse regioni del mondo.
Un Pacifico occidentale così caldo potrebbe inoltre amplificare fenomeni come tifoni e cicloni tropicali in Asia, influenzare le piogge in America Latina e Oceania, e alimentare ondate di caldo persistenti in molte aree.
La comunità scientifica monitora con attenzione questi segnali. L’interazione tra oscillazioni naturali come l’ENSO e gli effetti del cambiamento climatico rende oggi più complesso che mai prevedere con certezza gli scenari stagionali futuri.
In sintesi, sebbene la tendenza verso La Niña sembri rafforzarsi per la fine del 2025 e l’inizio del 2026, il contesto di oceani eccezionalmente caldi potrebbe attenuarne l’impatto. Il risultato? Un inverno che, nonostante La Niña, potrebbe risultare meno freddo del previsto e un 2026 che rischia di confermare la sequenza di anni tra i più caldi mai registrati.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?