In mezzo all’oceano Atlantico, a oltre 2.400 km dalle coste del Sudafrica e circa 3.360 km dal Sud America, sorge Tristan da Cunha, l’isola abitata più remota della Terra. Un puntino verde in un mare infinito, un luogo che sembra uscito da un romanzo di avventura. Ma Tristan da Cunha non è solo un simbolo di isolamento: è anche un laboratorio naturale straordinario, un angolo di mondo dove l’uomo ha imparato a convivere con una natura potente e imprevedibile.
Tristan da Cunha è l’isola principale di un piccolo arcipelago britannico d’oltremare che comprende anche le isole disabitate di Inaccessible, Nightingale e Gough. Geologicamente, Tristan da Cunha è la sommità emergente di un grande vulcano sottomarino che si innalza per oltre 2.000 metri dal fondale oceanico, culminando nei 2.062 m del Queen Mary’s Peak, il suo vulcano attivo.
L’isola ha una superficie di soli 98 km², ma ospita una biodiversità sorprendente. Le sue coste frastagliate e le scogliere a picco sono battute da onde imponenti, mentre l’interno è un alternarsi di prati rigogliosi, zone umide e pendii scoscesi ricoperti da felci giganti e piante endemiche come il Phylica arborea, detto anche “albero di Tristan”.
Attorno all’isola, il mare pullula di vita: colonie di foche subantartiche, pinguini (in particolare il pinguino di Moseley) e un numero impressionante di uccelli marini, tra cui l’albatro urlatore e il petrello di Tristan, specie uniche e a rischio.
Clima e fenomeni meteorologici estremi
Il clima di Tristan da Cunha è oceanico temperato freddo: le temperature oscillano tra i 10°C in inverno (luglio-agosto) e i 20°C in estate (gennaio-febbraio). Piove frequentemente, con precipitazioni distribuite durante tutto l’anno, e le tempeste atlantiche sono frequenti, soprattutto in inverno.
I venti possono raggiungere velocità devastanti, rendendo difficoltoso l’attracco delle navi e accentuando l’isolamento dell’isola. Nebbie fitte e repentini cambiamenti meteorologici aggiungono ulteriore fascino – e pericolo – a questo ambiente.
Gli abitanti: una comunità piccola e coesa
Nonostante la distanza abissale da qualsiasi altra terra abitata, a Tristan da Cunha vive una piccola comunità di circa 240 persone. La loro casa è Edinburgh of the Seven Seas, unico villaggio dell’isola, situato su una piccola pianura costiera ai piedi del vulcano.
Gli abitanti sono discendenti di pochi coloni europei e naufraghi del XIX secolo: inglesi, olandesi, italiani e americani. I cognomi della comunità – come Glass, Green, Repetto, Lavarello – raccontano una storia di mescolanze culturali.
La lingua ufficiale è l’inglese, ma nel parlato quotidiano emerge un dialetto locale unico, arricchito da inflessioni e termini derivanti da altre lingue, tra cui il ligure ma anche olandese, afrikaans e gaelico.
La società è fortemente cooperativa: l’economia si basa sulla pesca dell’aragosta (il principale prodotto di esportazione), l’allevamento di pecore, la coltivazione di ortaggi e una gestione comunitaria delle risorse. Non esistono classi sociali rigide né disoccupazione; tutti contribuiscono al bene comune. Non esiste neanche la proprietà privata: tutto è di tutti.
Tristan da Cunha ha una storia fatta di scoperte, colonizzazioni, disastri naturali e storie umane straordinarie.
La scoperta e le prime colonie
L’isola fu avvistata nel 1506 dal navigatore portoghese Tristão da Cunha, da cui prende il nome, ma non fu colonizzata fino al 1810, quando il marinaio Jonathan Lambert si autoproclamò “sovrano” dell’arcipelago, ribattezzandolo “Isole delle Riflessioni”. La sua avventura terminò poco dopo con la sua morte misteriosa.
Nel 1816, i britannici occuparono Tristan da Cunha per prevenire un possibile uso come base di soccorso per Napoleone esiliato a Sant’Elena. Da allora, l’isola è rimasta sotto amministrazione britannica.
Una storia bellissima
Tristan, per la sua peculiare posizione geografica, ha sollecitato la curiosità di svariati cartografi, esploratori e avventurieri che, in epoche più o meno recenti, hanno scritto dei resoconti sulla storia e le particolarità del luogo. L’opera più esaustiva è stata scritta da un italiano, precisamente da Arnaldo Faustini, che non resistette alla tentazione di riportare fatti più vicini alla leggenda che alla realtà, parlando di un certo Patten, sbarcato sull’isola nell’800. Patten è un personaggio tratto dalle Avventure di Arthur Gordon Pym, di E. A. Poe per cui è molto probabile che non sia mai esistito.
Ma a parte queste sporadiche concessioni all’estro della letteratura, il lavoro di Faustini è stato estremamente accurato e scrupoloso ed è grazie a lui che ora sappiamo ciò che sappiamo sulla storia di Tristan da Cunha, un’isola battuta da venti feroci, spesso avvolta dalla nebbia, tanto che le poche navi che la raggiungono, quasi solo pescherecci sudafricani, attraccano alla fonda a volte per giorni, prima che una barca possa fare la spola dall’isola per scaricare posta, beni di prima necessità e rarissimi passeggeri. A Tristan da Cunha qualcuno, in effetti, vive. Glass lo scozzese, Green l’olandese, i liguri Lavarello e Repetto, gli inglesi Swain e Patterson e gli americani Hagan e Rogers fondarono nel 1827 una piccola comunità di 280 persone.
Gli abitanti lavoravano duramente: coltivavano a mano patate, pescavano e allevavano montoni. La loro peculiarità, però, stava nella loro volontà di vivere a Tristan da Cunha e non altrove. Nessuno, infatti, era condannato a restare sull’isola. Per difendere questa loro scelta lottarono con fermezza. Nel 1961 un’eruzione devastò Tristan da Cunha e l’amministrazione dei territori britannici d’oltremare, di cui l’isola fa parte, decise di far evacuare tutta la popolazione. Gli abitanti vennero portati in Inghilterra e le autorità cercarono di offrire loro una vita nuova. Per due anni la piccola comunità si trovò catapultata nel XX secolo. Scoprì l’automobile, la bicicletta, le ferrovie, la radio e tutte le ricchezze dell’industrializzazione. Non solo, si dovette scontrare anche con le regole della vita collettiva: la polizia, le tasse, le ineguaglianze di reddito, di educazione, di patrimonio.
Fu difficile per gli isolani accettare questo stravolgimento. Dal 1827 erano abituati a farsi regolamentare da un’unica forma costituzionale, breve quanto semplice: “nessuno prenderà superiorità alcuna su un altro e ognuno sarà considerato come un eguale sotto tutti gli aspetti”. Come reagire, dunque, ad un mutamento tanto destabilizzante? Isolandosi nuovamente e aspettando. Dopo due anni, passato il pericolo del vulcano, si concertarono e obbligarono le autorità britanniche a riportarli a Tristan de Cunha.
Le meraviglie della modernità non fecero altro che rafforzare il loro unico desiderio di ritornare indietro nel tempo. Gli abitanti si dedicano prevalentemente al commercio di gamberi e aragoste, oltre che alla vendita di francobolli e monete a sporadici collezionisti. La vita nell’unico centro dell’isola, Edimburgo dei Sette Mari (dalla visita del Principe Alfred di Scozia, nel 1867) segue ritmi precisi. All’alba le donne escono dalle loro case e si occupano della mungitura; i secchi di latte vengono distribuiti a tutte le famiglie e agli anziani. Su Tristan da Cunha non esistono conflitti o casi di abbandono sociale: la piccolezza del territorio e la lontananza dal resto della civiltà ha contribuito a rafforzare i già forti legami di solidarietà.
Naufragi e tempeste
Numerosi naufragi hanno segnato la storia di Tristan. Celebre quello della nave Henry B. Paul nel 1882, che portò sull’isola nuovi coloni e rifornimenti. Le tempeste hanno spesso isolato Tristan per mesi, mettendo alla prova la resilienza degli abitanti.
Nel 1824 l’artista Augustus Earle, pittore inglese celebre per i viaggi in tutto il mondo, attento ritrattista di meraviglie naturali e popoli sconosciuti, cui si deve un’importante documentazione degli effetti della colonizzazione europea all’inizio del XIX secolo – si imbarcò da Rio de Janeiro sulla nave del Duca di Gloucester alla volta di Calcutta. Investita da una tempesta in mezzo all’Atlantico, la nave fa sosta in un’isola dove Earle sbarcò con il cane e un membro dell’equipaggio, attratto dall’idea di un luogo mai esplorato da un artista. Tre giorni dopo, il Duca salpò inspiegabilmente senza aspettarli. Nell’attesa di un’altra nave, su un’isola abitata allora da 6 persone, Earle dipinse 16 quadri che offrono una fotografia della vita e del paesaggio locale. Earle dovette aspettare otto mesi prima che passasse un’altra nave, si trovava proprio a Tristan da Cunha di cui ha lasciato una testimonianza unica con i suoi dipinti dell’epoca, poi raccolti in una serie di francobolli preziosissima.
Oggi Tristan da Cunha è un Patrimonio dell’Umanità UNESCO per la sua importanza ecologica. L’isola si impegna nella conservazione della fauna, nella lotta alle specie invasive e nella gestione sostenibile della pesca. Alcune curiosità sull’isola:
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Non ci sono aeroporti: l’unico accesso è via nave, un viaggio di 6 giorni da Città del Capo.
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Tristan da Cunha è uno dei pochi luoghi al mondo senza criminalità: non esiste una prigione, e raramente si verifica un reato.
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Gli abitanti condividono un solo codice postale: TDCU 1ZZ.







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