La ricerca scientifica ha da tempo associato il consumo di cibi ultra-processati (UPF, ultra-processed foods) all’aumento di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Ma fino a oggi mancavano prove sperimentali che valutassero l’impatto di tali alimenti nel contesto di una dieta nutrizionalmente corretta. Lo studio pubblicato su Nature Medicine colma questa lacuna e dimostra che il grado di lavorazione degli alimenti gioca un ruolo chiave nella regolazione del peso corporeo e nella salute metabolica, anche quando le linee guida dietetiche sono seguite scrupolosamente.
Il disegno dello studio: una prova sul campo
Condotto nel Regno Unito da ricercatori dell’University College London, lo studio ha coinvolto 55 adulti in sovrappeso o obesi, divisi in due gruppi. Ogni partecipante ha seguito per otto settimane una dieta a base di alimenti ultra-processati o minimamente processati (MPF, minimally processed foods), entrambe conformi alle linee guida britanniche Eatwell Guide. Dopo un periodo di washout di quattro settimane, i partecipanti hanno seguito l’altra dieta, consentendo un confronto incrociato all’interno dello stesso individuo.
A tutti sono stati forniti pasti pronti per ogni fase: lasagne e cereali per la dieta UPF, avena notturna e spaghetti fatti in casa per quella MPF. I partecipanti potevano mangiare a piacere, senza restrizioni caloriche.
I risultati: meno peso, meno grasso, più salute
Perdita di peso: la differenza è tangibile
Entrambe le diete hanno portato a un dimagrimento, ma con risultati significativamente diversi:
- Dieta MPF: −2,06% di peso corporeo
- Dieta UPF: −1,05% di peso corporeo
In termini pratici, la dieta MPF ha portato a una perdita di peso quasi doppia rispetto a quella UPF. Proiettando questi dati su un anno, si stima una riduzione del 13% di peso negli uomini e del 9% nelle donne con la dieta MPF, contro il 4–5% con quella UPF.
Miglioramenti nella composizione corporea
Solo la dieta a base di cibi minimamente processati ha comportato una significativa riduzione di:
- massa grassa (−0,98 kg)
- percentuale di grasso corporeo (−0,76%)
- grasso viscerale
- massa di acqua corporea totale.
La massa muscolare e ossea è rimasta invariata, segno che la perdita di peso era di qualità, ovvero prevalentemente a carico del tessuto adiposo.
Indici metabolici: UPF non è neutro
Entrambe le diete hanno mostrato effetti positivi su alcuni biomarcatori come colesterolo totale e HDL. Tuttavia:
- La dieta MPF ha ridotto significativamente i livelli di trigliceridi e glicemia (HbA1c).
- La dieta UPF, pur sorprendentemente efficace nel ridurre il colesterolo LDL, non ha ridotto significativamente la massa grassa né migliorato la pressione arteriosa.
Fame, sazietà e gusto: il lato comportamentale
I partecipanti hanno riferito un miglior controllo delle voglie nella dieta MPF, nonostante i cibi ultra-processati risultassero più saporiti. In particolare, è emerso:
- Migliore controllo del desiderio di cibo salato e dolce.
- Maggiore capacità di resistere agli alimenti più desiderati.
Ciò suggerisce che i cibi MPF, pur meno appetibili, favoriscono un comportamento alimentare più regolato e sostenibile.
Implicazioni politiche e sanitarie
Lo studio ribalta un paradigma: non è solo la composizione nutrizionale a contare, ma anche il grado di trasformazione degli alimenti. Le attuali linee guida, come l’Eatwell Guide, non tengono conto del livello di processazione, ma i dati suggeriscono che andrebbe integrato un criterio di qualità legato alla lavorazione industriale.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e Paesi come il Brasile hanno già raccomandato di limitare l’assunzione di cibi ultra-processati. In un’epoca in cui più del 50% dell’apporto calorico in UK, USA ed Europa proviene da questi alimenti, le politiche nutrizionali devono spostarsi dal concetto di “nutrienti” a quello di “sistemi alimentari”.
Sebbene entrambi i regimi abbiano mostrato risultati favorevoli, una dieta a base di cibi minimamente processati si dimostra significativamente più efficace nel promuovere il dimagrimento e il miglioramento della salute metabolica, anche quando i nutrienti sono equivalenti. Questo studio fornisce una solida base sperimentale per rivedere le linee guida dietetiche e per politiche pubbliche più incisive contro l’obesità.


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