L’Iran sta affrontando una crisi idrica senza precedenti, frutto di decenni di cattiva gestione, urbanizzazione incontrollata e costruzione eccessiva di dighe, il tutto aggravato dal cambiamento climatico. Il Paese è al 5° anno consecutivo di siccità, con una riduzione delle precipitazioni del 40% rispetto alla media storica. A Teheran, le dighe che riforniscono oltre 10 milioni di abitanti sono al 21% della loro capacità, spingendo le autorità a ridurre drasticamente la pressione dell’acqua e a ricorrere a rifornimenti tramite autobotti.
Secondo Mohsen Ardakani, responsabile della rete idrica, il temuto “giorno zero”, in cui i bacini si prosciugheranno del tutto, si avvicina rapidamente. Intanto, circa l’80% delle famiglie vive quotidianamente senza acqua corrente sufficiente, e chi può permetterselo installa cisterne private per far fronte ai rubinetti a secco.
Gli esperti, come Kaveh Madani dell’Istituto universitario delle Nazioni Unite, avvertono che la crisi non è solo ambientale o tecnica, ma politica e sistemica. Una riforma radicale del settore agricolo, che oggi consuma circa il 90% dell’acqua, sarebbe necessaria per salvare il Paese dalla “bancarotta idrica”. Tuttavia, le difficoltà economiche e le sanzioni internazionali rendono improbabile un cambiamento a breve termine.


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