La fine della “Porta dell’Inferno”: il Turkmenistan vuole chiudere il cratere di Darvaza

L'ultima fiamma della "Porta dell'Inferno": il Turkmenistan si prepara a spegnere il suo cratere

Nel cuore del deserto del Karakum, in Turkmenistan, si trova un luogo che per oltre mezzo secolo ha alimentato leggende e paure: il cratere di Darvaza, meglio noto come la “Porta dell’Inferno“. Dopo decenni in cui le sue fiamme sono divampate ininterrottamente, questo iconico pozzo di fuoco potrebbe presto essere spento. Dietro a questa decisione però non ci sono solo motivi ambientali, ma anche economici.

Un simbolo del disastro ambientale, ma non solo

Da lontano, il cratere, che ha un diametro di 70 metri e una profondità di 20, sembra un’immensa ferita infuocata nella sabbia. Eppure, le fiamme che da cinquant’anni risplendono di notte sono solo un pallido riflesso di un problema ben più grande. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), il Turkmenistan detiene un preoccupante primato: nel 2024 è stato il Paese con il maggior numero di super-emissioni di metano, ovvero fughe massive di questo gas. Il cratere di Darvaza, pur essendo una fonte di metano, contribuisce in modo marginale a queste emissioni, ma è diventato il simbolo di una catastrofe ambientale che il Paese sta affrontando.

Il metano, infatti, è un gas serra che, sebbene abbia una vita più breve nell’atmosfera rispetto alla CO₂, ha un potere di riscaldamento globale circa 25 volte superiore su un periodo di 100 anni. È responsabile di circa il 30% del riscaldamento globale dalla Rivoluzione Industriale. L’impatto di queste emissioni incontrollate, che si verificano nonostante le autorità mantengano un velo di segretezza sulle informazioni, ha spinto il governo a intervenire.

porta inferno darvaza

Da problema ambientale a questione economica

Nel 2022, il leader Gurbanguly Berdymukhamedov ha dato un ordine perentorio: il cratere deve essere chiuso. La motivazione ufficiale, oltre al potenziale impatto negativo sull’ambiente e sulla salute dei residenti, era principalmente economica. “Si stanno perdendo preziose materie prime“, ha dichiarato il leader. “La loro esportazione potrebbe generare profitti significativi e contribuire al benessere del nostro popolo“. In un Paese la cui economia si regge sulle immense riserve di gas naturale, la chiusura del cratere non è solo un atto ambientale, ma una strategia per recuperare risorse preziose.

Le autorità turkmene, in particolare l’azienda statale Turkmengaz, hanno annunciato di aver già compiuto progressi. A giugno, hanno dichiarato di aver ridotto l’intensità della combustione di oltre tre volte, riuscendo a “controllare l’approvvigionamento di gas” e aumentando così la possibilità di estrazione. La lunga e continua combustione, infatti, è dovuta alle peculiari caratteristiche geologiche del deserto del Karakum, dove il gas è intrappolato in numerosi strati sottili intervallati da strati d’acqua.

Un dipendente anonimo di Turkmengaz ha spiegato che, una volta che il flusso di gas diminuirà, sarà possibile isolare la superficie del cratere per eliminare completamente le emissioni incontrollate. Tuttavia, come riportato da AFP, è impossibile visitare gli impianti dell’azienda senza permessi speciali, e le informazioni fornite dalle autorità sono spesso non verificabili.

Un’attrazione turistica a rischio

La storia del cratere inizia nel 1971, quando i geologi sovietici, in cerca di gas naturale, perforarono accidentalmente una sacca. L’enorme quantità di gas fuoriuscita minacciava di avvelenare la popolazione e gli animali. La soluzione che trovarono fu quella di dargli fuoco, sperando che si esaurisse in pochi giorni. Quel fuoco però non si è mai spento. Per anni questa storia ha reso il cratere una delle rare attrazioni turistiche del Turkmenistan, un Paese altrimenti molto chiuso e controllato.

Per la manciata di stranieri che riescono a ottenere un visto, il cratere di Darvaza è un’esperienza imperdibile. Ora, con la prospettiva della sua chiusura, il nascente settore turistico locale rischia di subire un duro colpo. Come ha affermato Ovez Muradov all’AFP, “se Darvaza smetterà di bruciare completamente, molte agenzie di viaggio perderanno fatturato“.

Resta da vedere se la “Porta dell’Inferno” si chiuderà davvero per sempre, e se la chiusura rappresenterà la fine di un simbolo o l’inizio di una nuova era per il Turkmenistan.