Chi ha i pollici più lunghi potrebbe avere anche un cervello più sviluppato. È quanto emerge da una ricerca condotta dalle Università di Reading e Durham, pubblicata sulla rivista Communications Biology. Lo studio ha analizzato 95 specie di primati, tra cui l’uomo, rivelando una correlazione costante: a pollici più lunghi corrispondono cervelli più grandi. Secondo i ricercatori, questa connessione affonda le radici nell’evoluzione. La crescita parallela di cervello e pollice avrebbe consentito ai primati di perfezionare la manipolazione degli oggetti, sviluppando nel tempo abilità manuali sempre più sofisticate. Come spiega l’autrice principale Joanna Baker, “man mano che i nostri antenati imparavano a raccogliere e manipolare gli oggetti, il loro cervello ha dovuto svilupparsi per poter gestire queste nuove abilità”.
L’analisi ha incluso sia specie moderne che estinte: dagli esseri umani agli scimpanzé, dai gorilla ai lemuri, fino a babbuini e oranghi. I risultati rafforzano l’idea che la manualità non sia stata soltanto una conseguenza, ma anche un motore dell’evoluzione cerebrale. In altre parole, l’intelligenza dei primati potrebbe essere nata dalla necessità di usare meglio le mani. Un tassello che arricchisce la comprensione di come il nostro cervello – e la nostra intelligenza – si siano formati.


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