Per la prima volta, un team di ricercatori del Center for Climate Physics (ICCP) di Pusan National University ha quantificato il rischio di eventi di scarsità idrica estrema, noti come Day Zero Droughts (DZD). Lo studio, guidato da Vecchia Ravinandrasana e Christian L.E. Franzke, introduce il concetto di Time of First Emergence (ToFE), cioè il decennio in cui tali eventi diventano attribuibili con certezza statistica al cambiamento climatico antropico. I risultati sono allarmanti: entro il 2100, circa il 74% delle regioni vulnerabili alla siccità rischia di trovarsi in condizioni di scarsità idrica senza precedenti, con hotspot già nei decenni 2020–2030 nel Mediterraneo, in Africa australe e in parte del Nord America.
Le cause: siccità pluriennali e consumi in crescita
Gli eventi DZD non derivano da un singolo fattore, ma da una combinazione di estremi idrologici:
- deficit prolungato di precipitazioni,
- riduzione dei flussi fluviali,
- calo delle riserve idriche,
- aumento dei consumi legati a crescita demografica e sviluppo economico.
Questa natura “composta” rende le DZD particolarmente pericolose, perché il tempo di recupero tra un evento e l’altro è spesso più breve della durata stessa della crisi, riducendo la capacità dei sistemi idrici e sociali di riprendersi.
Le regioni più esposte
Le simulazioni climatiche (CESM2-LE e CNRM) mostrano pattern coerenti di rischio in più scenari emissivi (SSP3-7.0 e SSP2-4.5). Gli hotspot emergono in aree già oggi fragili:
- Mediterraneo: massima esposizione urbana, con circa 196 milioni di abitanti a rischio entro la soglia di +1,5°C.
- Africa settentrionale e meridionale: impatti più severi nelle zone rurali, con forte dipendenza dall’agricoltura pluviale.
- Asia e Nord America: vulnerabilità crescente, soprattutto in bacini idrografici chiave e nelle grandi città.
Entro il 2030, il 35% delle regioni a rischio potrebbe già sperimentare crisi idriche gravi, con impatti immediati su agricoltura, energia e approvvigionamento urbano.
La dimensione umana: oltre 750 milioni di persone a rischio
Lo studio stima che entro il 2100 i Day Zero Droughts potrebbero colpire 753 milioni di persone, pari a circa il 9% della popolazione mondiale.
- 467 milioni vivranno in aree urbane, più vulnerabili per densità abitativa e forte dipendenza da infrastrutture centralizzate.
- 286 milioni in aree rurali, dove i rischi si tradurranno in insicurezza alimentare e instabilità socio-economica.
Il picco di esposizione si registra già con un riscaldamento globale di +1,5°C, soglia che il mondo potrebbe superare nei prossimi due decenni.
Il ruolo critico dei bacini idrici
I bacini artificiali e naturali, spesso considerati un “cuscinetto” contro la siccità, rischiano di trasformarsi in punti deboli:
- 14% delle grandi dighe globali potrebbe prosciugarsi già durante il primo evento DZD, aggravando la vulnerabilità locale.
- L’eccessiva fiducia nei bacini idrici può ritardare l’adattamento e mascherare segnali di stress idrico, rendendo più improvvise e devastanti le crisi.
Implicazioni e strategie di adattamento
Gli autori sottolineano che i DZD non sono scenari futuri lontani: alcuni eventi sono già in corso. Crisi come quella di Cape Town (2018) o Chennai (2019) hanno mostrato la fragilità dei sistemi urbani.
Le politiche richieste includono:
- gestione integrata delle risorse idriche,
- pianificazione anticipata e sistemi di allerta,
- investimenti in infrastrutture resilienti (desalinizzazione, riuso delle acque reflue, raccolta di acqua piovana),
- cooperazione regionale e governance equa, per evitare conflitti e garantire sicurezza alimentare ed energetica.
Lo studio su Nature Communications offre la prima stima globale e quantitativa della tempistica e della localizzazione dei futuri eventi di scarsità idrica estrema. Il messaggio è chiaro: senza interventi immediati, i “Day Zero Droughts” diventeranno un elemento strutturale del XXI secolo, minacciando società, economie e stabilità geopolitica.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?