Negli ultimi decenni il consumo di cannabis è aumentato in maniera significativa a livello globale, complice anche la crescente legalizzazione. Parallelamente, la concentrazione di tetraidrocannabinolo (THC) nei prodotti disponibili sul mercato è salita dal 3% degli anni ’80 a valori medi intorno al 15%, con punte fino al 30%. Gli effetti di questa sostanza sugli spermatozoi sono stati documentati da tempo: alterazioni del DNA, riduzione della motilità e della morfologia. Molto meno si sapeva invece sul possibile impatto sugli ovociti e sugli embrioni, soprattutto nei trattamenti di fecondazione assistita.
Lo studio: oltre mille campioni analizzati
Il gruppo di ricerca guidato da Cyntia Duval (CReATe Fertility Centre, Toronto) ha condotto un’analisi su 1.059 campioni di fluido follicolare provenienti da pazienti sottoposte a fecondazione in vitro (IVF).
In 62 campioni (6%) sono stati rilevati metaboliti del THC, confermando la presenza della sostanza direttamente nell’ambiente in cui gli ovociti maturano. Un dato rilevante è che il 73% delle pazienti positive non aveva dichiarato il consumo di cannabis nei questionari pre-trattamento, evidenziando come la sola autovalutazione rischi di sottostimare l’esposizione.
Risultati principali: maturazione più rapida ma più errori cromosomici
Dall’analisi clinica e dai successivi esperimenti in vitro emergono alcuni punti chiave:
- Maturazione ovocitaria accelerata: la presenza di THC nel fluido follicolare è risultata positivamente correlata al tasso di maturazione degli ovociti. In laboratorio, l’aggiunta di THC ha mostrato una tendenza simile, con più ovociti che raggiungevano lo stadio maturo (metafase II).
- Riduzione della qualità cromosomica: il tasso di embrioni euploidi (con corretto numero di cromosomi) è stato significativamente più basso nel gruppo positivo al THC (60%) rispetto ai controlli (67%). Gli ovociti esposti hanno mostrato una maggiore incidenza di errori nella segregazione cromosomica e un incremento di anomalie del fuso meiotico, soprattutto alle dosi più elevate.
- Alterazioni molecolari: l’analisi trascrittomica su singoli ovociti (86 campioni da 24 pazienti) ha evidenziato centinaia di geni deregolati dall’esposizione al THC, con effetti su vie biologiche legate a citoarchitettura, segnalazione GPCR, infiammazione e metabolismo.
Implicazioni cliniche e limiti dello studio
Secondo gli autori, i risultati mostrano come l’esposizione a THC possa indurre un’apparente maturazione accelerata ma non ottimale degli ovociti, aumentando il rischio di aneuploidie negli embrioni. Questi difetti cromosomici rappresentano una delle principali cause di fallimento dell’impianto e di aborto spontaneo.
Tuttavia, gli stessi ricercatori sottolineano alcuni limiti:
- i dati derivano da ovociti immaturi raccolti durante procedure di IVF, non da ovociti fisiologici;
- non è stato possibile analizzare in modo approfondito l’effetto dell’età materna, noto fattore di rischio per anomalie cromosomiche;
- lo studio non ha valutato direttamente gli esiti di gravidanza, quindi non si può stabilire un legame diretto con la probabilità di concepire o portare avanti una gravidanza.
Perché questi risultati sono importanti
La ricerca rappresenta la prima evidenza diretta dell’impatto della cannabis sulla fertilità femminile a livello di ovocita umano. Finora la maggior parte degli studi si era concentrata sugli effetti sul sistema riproduttivo maschile. Questi dati hanno implicazioni concrete per la consulenza clinica: medici e specialisti della fertilità potrebbero dover includere l’uso di cannabis tra i fattori di rischio da considerare e discutere con le pazienti che intraprendono percorsi di procreazione medicalmente assistita.
Lo studio pubblicato su Nature Communications apre una nuova prospettiva sul legame tra cannabis e salute riproduttiva femminile. Se da un lato il THC sembra favorire la maturazione ovocitaria, dall’altro aumenta le probabilità di errori cromosomici, riducendo il numero di embrioni sani. Queste evidenze non stabiliscono ancora un collegamento diretto con gli esiti di gravidanza, ma rappresentano un passo importante per comprendere meglio i rischi e offrire alle pazienti un’informazione più completa e basata sull’evidenza scientifica.


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