Dalle profondità del Pacifico al cielo: la NASA rileva gli tsunami osservando l’atmosfera

Paradossalmente, non è il mare a dirci per primo che sta arrivando uno tsunami, ma il cielo sopra di noi

Alla fine di luglio, un terremoto magnitudo 8.8 al largo della penisola di Kamčatka, in Russia, ha scosso il Pacifico. Le onde dello tsunami che ne sono scaturite si sono propagate per migliaia di km, raggiungendo persino le coste delle Hawaii. Stavolta però, oltre ai sensori oceanici e ai sismografi terrestri, c’era un nuovo osservatore in campo: l’atmosfera stessa, monitorata da un sistema sperimentale della NASA. Si chiama GUARDIAN (GNSS Upper Atmospheric Real-time Disaster Information and Alert Network) ed è un progetto pionieristico del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA. La sua forza non risiede nell’acqua, bensì nel cielo. Quando un’enorme massa d’acqua si muove – come accade durante uno tsunami – comprime l’aria sovrastante, generando onde di pressione invisibili che risalgono fino alla ionosfera, uno strato dell’atmosfera a centinaia di chilometri di quota, fondamentale per le comunicazioni satellitari.

Queste onde deformano i segnali dei satelliti di navigazione globale (come il GPS). GUARDIAN, intercettando e analizzando in tempo reale tali distorsioni, è in grado di “vedere” il passaggio dello tsunami prima che raggiunga le coste.

Tsunami, una corsa contro il tempo

Nel caso dello tsunami del 29 luglio, GUARDIAN ha registrato i primi segnali atmosferici già 20 minuti dopo il sisma. Ancora più impressionante: quando le onde marine si stavano avvicinando alle Hawaii, il sistema aveva già rilevato le loro tracce nell’atmosfera con 30-40 minuti di anticipo. Un margine preziosissimo, se si considera che pochi minuti possono fare la differenza tra un’evacuazione ordinata e una catastrofe.

Quei minuti in più per sapere che qualcosa sta arrivando potrebbero fare davvero la differenza quando si tratta di allertare le comunità lungo il percorso“, ha spiegato lo scienziato del JPL Siddharth Krishnamoorthy.

Un sistema complementare

Gli attuali sistemi di allerta tsunami si basano su una combinazione di sismografi, che rilevano i terremoti, e boe oceaniche, che misurano il livello del mare. Questi strumenti però non sono distribuiti ovunque e spesso forniscono dati limitati.

GUARDIAN non sostituisce queste tecnologie, bensì le integra: offre un livello aggiuntivo di osservazione “spaziale”, in grado di coprire vastissime aree dell’oceano senza bisogno di dispositivi fisici in mare. Secondo Christopher Moore, direttore del NOAA Center for Tsunami Research, “GUARDIAN della NASA può contribuire a colmare le lacune. Fornisce un’ulteriore informazione, un ulteriore dato prezioso, che può aiutarci a stabilire se è necessario evacuare l’area“.

Un test riuscito, quasi per caso

L’episodio di luglio è arrivato appena un giorno dopo un aggiornamento critico del software della rete di terra che supporta GUARDIAN. Un banco di prova inatteso, che però ha dimostrato l’affidabilità del sistema.

Nonostante lo tsunami non abbia provocato danni significativi, l’evento ha mostrato al mondo la potenzialità di una tecnologia che, con ulteriori sviluppi, potrebbe trasformare la gestione dei disastri naturali. Oggi GUARDIAN è già tra gli strumenti di rilevamento più rapidi: bastano circa 10 minuti dall’acquisizione dei dati satellitari per identificare i segnali atmosferici di uno tsunami nascente.

Un futuro più sicuro

In un’epoca in cui gli tsunami diventano una minaccia sempre più seria, avere un margine di preavviso anche solo di mezz’ora può significare migliaia di vite salvate. Guardando verso il futuro, la combinazione di osservazioni satellitari, sensori oceanici e reti sismiche potrebbe dar vita a un sistema di allerta globale sempre più efficiente e capillare. Così, paradossalmente, non sarà il mare a dirci per primo che sta arrivando uno tsunami, ma il cielo sopra di noi.