Ecuador, sciopero nazionale e settore floricolo in crisi. Cosa sta succedendo?

Quarto giorno di proteste in Ecuador. La popolazione scende in strada per manifestare contro l’aumento del diesel paralizzando le vie di esportazione: milioni di dollari persi, coltivatori isolati e reputazione internazionale a rischio

L’Ecuador si ribella alla decisione del governo del presidente Daniel Noboa di eliminare il sussidio statale al diesel, una misura che ha aumentato il prezzo del carburante da 1,80 a 2,80 dollari al gallone. Lo sciopero nazionale, convocato dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE) sta colpendo duramente anche il settore floricolo del Paese. L’Ecuador è tra i principali produttori ed esportatori di fiori – soprattutto rose – a livello mondiale, fornendo lavoro a milioni di ecuadoriani. Secondo Eduardo Letort, direttore dell’Associazione degli Esportatori di Fiori (Expoflores), le perdite ammontano ad almeno un milione di dollari al giorno, per un totale di quattro milioni nei primi quattro giorni di proteste.

La gestione della crisi

Le manifestazioni, hanno provocato un’impennata nei costi del trasporto e dei beni essenziali, spingendo i manifestanti a bloccare snodi fondamentali come Otavalo-Cotacachi, Tabacundo-Cajas e Cusubamba-Cayambe. Questi assi viari sono cruciali per il trasporto dei prodotti agricoli verso le città e, soprattutto, verso i mercati esteri. “Nella zona di Otavalo e del Carchi abbiamo fincas da cui non siamo riusciti a far uscire nemmeno un fiore da quattro giorni”, ha dichiarato Letort, sottolineando che più della metà delle coltivazioni floricole nazionali si trovano proprio nelle province interessate dallo sciopero.

Per far fronte al blocco stradale, Expoflores ha attivato un piano di emergenza in coordinamento con i militari, pianificando convogli scortati per trasportare le merci verso gli aeroporti. “I manifestanti mostrano più rispetto verso i militari che verso la polizia”, spiega Letort, evidenziando come questa strategia consenta almeno una parziale ripresa delle esportazioni. Le vie bloccate ritardano infatti la consegna ai clienti internazionali in paesi come Stati Uniti, Canada e Unione Europea, danneggiando l’immagine dell’Ecuador come fornitore affidabile e riducendo la sua competitività rispetto a rivali come Colombia e Africa. “Ci provoca una perdita di competitività nel medio e lungo termine”, lamenta Letort. Il milione di dollari al giorno riguarda solo le esportazioni, ma le perdite reali sono probabilmente molto superiori, considerando l’impatto sui piccoli produttori e sui lavoratori incentivati a lasciare il lavoro per partecipare alle proteste. In totale, il Paese conta 6.400 ettari coltivati a fiori e rose, con oltre la metà localizzati nelle aree colpite dalle mobilitazioni.

Un passo indietro verso le origini dello sciopero

Le nuove misure imposte dal presidente Noboa hanno colpito duramente le comunità indigene e rurali, rappresentate dal CONAIE. Le zone più danneggiate sono le province di Carchi, Imbabura, Pichincha e Cotopaxi, dove, ad oggi, si concentrano le proteste e i blocchi stradali. Oltre alle ragioni economiche, le comunità indigene sollevano da tempo preoccupazioni ecologiche legate alla tutela dei loro territori e delle risorse naturali, minacciate da politiche che favoriscono l’estrazione di risorse e l’industrializzazione senza garanzie di sostenibilità ambientale. Lo sciopero quindi non è solo una protesta contro l’aumento dei prezzi, ma l’ennesimo tentativo di ottenere una maggiore protezione ambientale e il rispetto dei diritti indigeni, che vedono nella salvaguardia degli ecosistemi una condizione imprescindibile per la loro sopravvivenza culturale e sociale. In questo contesto, le misure governative sono percepite come un pericolo per la biodiversità e per il fragile equilibrio ambientale, alimentando così la richiesta di un modello di sviluppo più equo e sostenibile.