Nell’agosto del 1945 Hiroshima e Nagasaki furono devastate dalle esplosioni atomiche che cancellarono in pochi istanti intere città, riducendo a cenere migliaia di vite e gran parte dell’ambiente circostante. Le temperature superarono i mille gradi, le onde d’urto spazzarono via edifici e persone, e ciò che non venne distrutto dalla bomba fu contaminato dalle radiazioni. In un paesaggio che sembrava condannato alla sterilità, si verificò però un fenomeno sorprendente: alcuni alberi, anneriti e privi di foglie, apparentemente ridotti a carcasse carbonizzate, riuscirono a sopravvivere. Dopo poche settimane dai bombardamenti, sui tronchi reduci cominciarono a spuntare nuovi germogli verdi. Per le persone sopravvissute, la vista di quelle foglioline delicate fu un segnale di speranza e rinascita in un mondo dominato dalla distruzione: la prova tangibile che la natura, nonostante tutto, era più forte della morte. Oggi questi esemplari sono conosciuti come Hibakujumoku ovvero “gli alberi sopravvissuti”, e sono venerati come monumenti viventi. I tronchi deformati e le cortecce segnate dal fuoco custodiscono una memoria dolorosa, ma le chiome, che si rinnovano ogni primavera, continuano a raccontare una storia di resilienza, rinascita e bellezza. A Hiroshima sono circa 170 di 32 differenti specie. L’albero più vicino alla zona dell’esplosione è un salice piangente, rinato dalle sue radici dopo essere stato quasi completamente distrutto.
Uno studio condotto negli anni ’70 riportava un fatto che all’epoca aveva dell’incredibile: alcuni alberi erano sopravvissuti trovandosi solo a 500 metri dall’epicentro dell’esplosione nucleare, in un’area inadatta a ogni forma di vita. A posteriori le ricerche scientifiche hanno dimostato che alcune parti interrate degli alberi erano state protette dallo strato di terra, e che alcuni tronchi erano stati meno danneggiati perchè non direttamente irradiati.
Ma la spiegazione più affascinante risiede nella natura stessa delle piante, come spiega il professore Stefano Mancuso, neuroscienziato e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze. “Quegli esemplari sono rinati perché le piante non sono un “unico organismo”, come gli animali: si sono invece evolute in uno schema che potremmo definire “modulare” per sopravvivere alla predazione di animali capaci di nutrirsi anche del 90% di una pianta. Con una semplificazione, potremmo paragonarle a colonie di insetti”.
Resistenza e rigenerazione
La sopravvivenza degli Hibakujumoku ha alimentato per decenni la curiosità di scienziati, botanici e gente comune. Già nelle prime settimane dopo l’esplosione, dalle ricerche condotte sul campo, emerse che alberi apparentemente morti celevano già le prime gemme vitali sotto la corteccia. I danni più evidenti colpirono le parti aeree dell’albero: corteccia, foglie, gemme apicali esposte al calore vennero carbonizzate. Tuttavia, laddove la rete vascolare non era stata completamente compromessa, la pianta aveva mantenuto la sua capacità rigenerativa, dando vita a rami nuovi ma spesso deformi, come documentato dagli studi di Katsuda già nel settembre 1945.
Le osservazioni di natura empirica raccolte allora e confermate più tardi – come quelle relative al ginkgo del giardino Shukkeien, inclinato verso l’ipocentro, effetto dovuto all’onda d’urto che spostò l’aria e creò tensioni meccaniche sul tronco – mostrano come gli alberi avessero integrato i danni subiti nel proprio sviluppo, continuando a crescere nonostante i danni riportati. Ad esempio, un esemplare di Camphor tree (Cinnamomum camphora), pur trovandosi a meno di mezzo chilometro dall’ipocentro presentava dopo poche settimane i primi germogli, e specie come il Ginkgo biloba e il Cachi mostrarono doti di eccezionale rigenerazione producendo polloni e nuovi fusti dalla parte ipogea. La terra aveva preservato i tessuti vitali e sfruttando la riproduzione vegetativa (o agamica) le piante stavano reagendo a un evento traumatico mai affrontato prima.
Meccanismi di resilienza vegetale: struttura e funzioni
La sopravvivenza degli Hibakujumoku prima ancora di diventare simbolo di rinascita è un caso di studio di grande rilevanza biologice e botanica che ha permesso di osservare da vicino i meccanismi di resilienza delle piante in condizioni estreme. Molti alberi sopravvissuti hanno potuto rigenerarsi grazie alle strutture sotterranee – radici, rizomi, colletto – e ai meristemi latenti, ossia gemme dormienti che custodiscono cellule capaci di riattivarsi quando quelle superficiali vengono distrutte. Queste zone, spesso protette dal terreno, hanno immagazzinato riserve nutritive e ormoni di riparazione che hanno consentito la nascita di nuovi germogli, anche quando tronco e chioma erano carbonizzati.
Le differenze tra specie sono notevoli: le latifoglie (ginkgo, cachi, camphor tree) hanno mostrato una maggiore capacità di rigenerarsi rispetto a molte conifere, più sensibili al danno nei meristemi apicali. Questa variabilità è confermata anche da studi condotti su altri siti contaminati da radiazioni, come Chernobyl e Fukushima, dove specie differenti hanno accumulato radionuclidi con modalità diverse, evidenziando livelli variabili di danno citogenetico e morfologico. Sebbene alcune piante abbiano mostrato mutazioni cellulari nei tessuti in rapida attività, in molti casi non si sono rilevati incrementi significativi di mutazioni ereditarie nelle generazioni successive: i semi raccolti dagli Hibakujumoku sono sani, come dimostrato dai programmi di Green Legacy Hiroshima. Ciò suggerisce che meccanismi di riparazione del DNA, sistemi antiossidanti e regolazioni ormonali abbiano contribuito a mitigare i danni cronici, permettendo non solo la sopravvivenza immediata, ma anche la trasmissione della vita a nuove generazioni.
Catalogazione e diffusione nel mondo
Con il passare del tempo, Hiroshima e Nagasaki hanno deciso di riconoscere di elevare questi superstiti a simbolo della forza del popolo giapponese. A Hiroshima ad oggi sono stati censiti centinaia di Hibakujumoku, segnalati con targhette che raccontano la loro storia, mentre a Nagasaki spicca il monumentale Kusunoki del Santuario Sannō, sopravvissuto a soli pochi metri dall’ipocentro. Le amministrazioni locali hanno creato database, mappe e programmi di cura e tutela, trasformando questi alberi in parte integrante del patrimonio nazionale.
Gli studi sugli anelli di crescita hanno permesso di leggere nelle loro fibre le tracce della tragedia: un rallentamento negli anni immediatamente successivi alla bomba, seguito da una ripresa. La stessa produzione di semi si è in alcuni casi ridotta per anni, con piante che hanno impiegato più tempo a fruttificare; ma la generazione successiva, i semi raccolti dai progetti di conservazione, ha dimostrato buone capacità di germinazione. Proprio su questa vitalità si fonda il progetto internazionale Green Legacy Hiroshima, che raccoglie semi e talee per inviarli in tutto il mondo. Oggi i discendenti di quei ginkgo e cachi crescono in scuole, giardini botanici e piazze dall’Europa agli Stati Uniti, fino all’Asia, trasformandosi in ambasciatori di pace.
Un patrimonio di scienza e memoria
Gli Hibakujumoku rappresentano un intreccio unico tra biologia, storia e società. Dal punto di vista scientifico, hanno permesso di analizzare la capacità delle piante di rispondere a traumi estremi, mostrando processi di riparazione del DNA, rigenerazione dei tessuti e attivazione di gemme dormienti. Le cicatrici permanenti sulla corteccia, le inclinazioni dei tronchi, la documentazione sugli anelli di crescita e la fertilità ridotta di alcuni semi costituiscono una testimonianza tangibile di ciò che significa sopravvivere a un’esplosione atomica. Ma dal punto di vista umano, questi alberi hanno assunto un valore che va oltre la scienza: sono diventati luoghi di raccoglimento, simboli educativi, presenze quotidiane, che chiamano alla preghiera e alla meditazione, ricordando alle nuove generazioni l’importanza della memoria e il legame tra vita e morte. Custodirli significa proteggere non solo un patrimonio storico e naturale, ma anche contribuire alla diffusione di un messaggio universale: la vita può rifiorire persino dalle ceneri della distruzione.



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