La svolta geoeconomica della decarbonizzazione: tra competizione industriale e cooperazione globale

Il nuovo volto della transizione energetica si gioca tra politiche industriali verdi, rivalità geopolitiche e il rischio di nuove disuguaglianze globali

Negli ultimi trent’anni, le politiche climatiche internazionali si sono concentrate soprattutto sulla cooperazione multilaterale per la riduzione delle emissioni, attraverso accordi globali e obiettivi condivisi. Oggi, però, siamo entrati in una nuova fase: la decarbonizzazione non è più solo un costo da dividere, ma anche un terreno di competizione economica e strategica. Secondo lo studio pubblicato su Nature da Jonas Meckling (Università di Berkeley e Harvard), stiamo assistendo a un vero e proprio “turno geoeconomico” nella lotta al cambiamento climatico, in cui le politiche industriali verdi (Green Industrial Policy, GIP) diventano lo strumento principale per conciliare sviluppo economico, sicurezza energetica e riduzione delle emissioni.

Dalla cooperazione alla competizione: la nascita della GIP

Per decenni, la logica dominante è stata quella del “burden sharing”, ovvero la condivisione dei costi della transizione. Oggi, invece, la spinta è verso la competizione per i benefici economici della decarbonizzazione.

Tre fattori hanno favorito questo cambio di paradigma:

  • Il calo dei costi delle tecnologie pulite, come solare, eolico ed elettrico, che hanno raggiunto o stanno raggiungendo la parità con i combustibili fossili.
  • Il dominio industriale della Cina, che controlla oltre due terzi della produzione mondiale di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, nonché gran parte della raffinazione di minerali critici come litio e cobalto.
  • I cambiamenti politici negli Stati Uniti e in Europa, che hanno introdotto pacchetti legislativi di grande portata (come l’Inflation Reduction Act e il Clean Industrial Deal europeo) per sostenere l’industria verde domestica e ridurre la dipendenza da Pechino.

Politiche industriali verdi: strategie e sfide

Le politiche industriali verdi si articolano in tre strategie principali:

  • Sviluppare industrie competitive per l’export, come accade in Cina, UE, Giappone e Corea del Sud.
  • Creare industrie nazionali per sostituire le importazioni, come nel caso di Brasile e India nel solare.
  • Utilizzare le rinnovabili per abbattere i costi energetici interni, stimolando competitività in altri settori (come il Messico nel manifatturiero).

La progettazione di queste politiche è cruciale: possono essere “aperte”, favorendo commercio e catene globali del valore, oppure “chiuse”, basate su tariffe e contenuti locali. Tuttavia, la riuscita dipende anche dalla capacità istituzionale e fiscale degli Stati e dalla loro abilità nel bilanciare gli interessi di grandi imprese fossili, nuovi attori verdi e opinione pubblica.

Spillover globali: opportunità e rischi

Il “turno geoeconomico” produce effetti contrastanti sul piano internazionale.

  • Spillover positivi: una corsa globale agli investimenti può accelerare il calo dei costi tecnologici, stimolare la diffusione delle rinnovabili e rafforzare la cooperazione internazionale su obiettivi climatici più ambiziosi.
  • Spillover negativi: l’aumento di barriere commerciali e conflitti rischia di far lievitare i prezzi delle tecnologie verdi (ad esempio i pannelli solari potrebbero costare fino al 30% in più entro il 2030 con catene di fornitura frammentate), rallentando la decarbonizzazione. Inoltre, cresce il divario tra Paesi avanzati e in via di sviluppo, che rischiano di rimanere esclusi dai benefici economici della transizione.

Il futuro della decarbonizzazione geoeconomica

Tre grandi incertezze condizionano il futuro delle politiche industriali verdi:

  • La continuità degli investimenti pubblici.
  • La capacità degli Stati di implementare efficacemente le politiche, evitando sprechi e fallimenti che potrebbero scatenare reazioni politiche negative.
  • Il grado di cooperazione internazionale, indispensabile per trasformare la competizione in un motore di decarbonizzazione globale anziché in una “guerra verde fredda”.

Se ben gestita, questa competizione industriale può generare benefici economici, posti di lavoro e innovazione, stimolando al tempo stesso una più rapida riduzione delle emissioni. In caso contrario, il rischio è quello di una transizione frammentata, segnata da tensioni geopolitiche e nuove disuguaglianze globali.