Il Mar Baltico custodisce circa 1,6 milioni di tonnellate di munizioni sommerse, residui soprattutto della Seconda guerra mondiale. Questi ordigni, composti in larga parte da esplosivi come TNT e RDX, sono notoriamente tossici per la fauna marina. Eppure, uno studio condotto nell’ottobre 2024 in Lübeck Bay (Baia di Lubecca) ha mostrato un fenomeno sorprendente: le superfici metalliche dei residuati bellici ospitano comunità bentoniche molto più ricche rispetto ai sedimenti circostanti. I ricercatori, guidati da Andrey Vedenin, hanno identificato i resti come testate di V1 (Fi 103 A-2), i famigerati ordigni tedeschi noti come “bombe volanti”.
Le analisi con veicoli subacquei telecomandati hanno rilevato fino a 43.000 organismi per metro quadrato sulle superfici metalliche, contro appena 8.200 organismi per metro quadrato nei sedimenti vicini. Le comunità erano dominate da policheti Polydora ciliata, anemoni Metridium dianthus e stelle marine Asterias rubens. Nonostante le elevate concentrazioni di TNT misurate (fino a 2,7 mg/l, valori prossimi a livelli letali per molte specie), le strutture dure si sono dimostrate un habitat competitivo, paragonabile alle rocce naturali della regione. La fauna preferiva le parti metalliche dei gusci piuttosto che le zone in cui l’esplosivo era esposto, suggerendo un comportamento di minimizzazione del rischio chimico.
La crociera ALKOR e il monitoraggio dei fondali contaminati
Queste osservazioni si inseriscono nel più ampio progetto CONMAR (CONsequences of Marine Munition), parte della missione tedesca sustainMare, che monitora gli effetti ecologici delle munizioni sommerse. Nel 2024, la nave da ricerca ALKOR (crociera AL622) ha operato in tre aree chiave: Kolberger Heide, Lübeck Bight e il poligono militare di Schönhagen.
Durante la missione, sono stati impiegati:
- AUV e ROV per mappature sonar e fotogrammetriche;
- campionamenti di acqua e sedimenti per la rilevazione di composti esplosivi;
- reti a strascico per analizzare contaminanti nei pesci;
- molluschi sentinella ancorati vicino agli ordigni per monitorare bioaccumulo.
Uno degli aspetti più delicati è la gestione delle attività di bonifica. La crociera AL622 ha documentato siti di sgombero pilota dove le munizioni sono state spostate in contenitori subacquei. Tuttavia, i ricercatori hanno osservato nuove corrosioni e rilascio di sostanze tossiche, a conferma del dilemma: rimuovere o lasciare le munizioni? Ogni intervento comporta rischi sia per la sicurezza sia per l’ecosistema.
Il “Ghost Fleet” del Potomac: un santuario nato dal disastro
Se nel Baltico il problema principale è la contaminazione chimica, sulle sponde del Potomac, nel Maryland (USA), i relitti della “Ghost Fleet di Mallows Bay” raccontano un’altra storia. Qui si trovano i resti di oltre 100 navi della Prima guerra mondiale, costruite tra il 1917 e il 1919 e poi abbandonate e incendiate nel 1929. Questi relitti, inizialmente percepiti come un pericolo ambientale e per la navigazione, sono diventati nel tempo un ecosistema straordinario: i loro scafi ospitano vegetazione acquatica e terrestre, nidi di falchi pescatori (Pandion haliaetus) e aree di nursery per lo storione atlantico (Acipenser oxyrinchus oxyrinchus).
Un recente progetto ha impiegato droni e fotogrammetria per creare ortomosaici ad altissima risoluzione (fino a 0,6 cm/pixel) di tutti i 147 relitti presenti nella baia. Questi dati costituiscono un patrimonio digitale per l’archeologia e l’ecologia, consentendo di monitorare l’evoluzione dei relitti sotto l’impatto di erosione, sedimentazione e innalzamento del livello del mare. Grazie alla loro importanza storica ed ecologica, nel 2019 Mallows Bay è stata dichiarata National Marine Sanctuary dalla NOAA.
Il paradosso ecologico dei relitti di guerra
Le due storie – le munizioni del Baltico e la Ghost Fleet americana – convergono in una riflessione comune: la guerra, pur distruttiva, ha lasciato strutture sommerse che si sono trasformate in habitat vitali. In Europa, il rischio maggiore è la tossicità: ordigni arrugginiti rilasciano esplosivi e metalli pesanti, con potenziali effetti di lungo periodo sulla catena alimentare. Negli Stati Uniti, i relitti rappresentano invece un caso di rinaturalizzazione: ferro e legno sono stati colonizzati da comunità che hanno arricchito la biodiversità locale.
In entrambi i casi, le strutture create dall’uomo offrono superfici dure che favoriscono l’insediamento di specie in ambienti altrimenti dominati da sabbia o fango.
Tra bonifica e conservazione
I risultati delle ricerche pongono interrogativi cruciali per il futuro:
- È meglio rimuovere o conservare? Nel Baltico, sostituire le munizioni con substrati artificiali sicuri potrebbe preservare l’habitat senza rischi chimici.
- Come bilanciare memoria e natura? Relitti come quelli del Potomac sono al contempo testimonianze storiche, attrazioni culturali e riserve ecologiche.
La lezione è chiara: il mare ricicla anche i detriti della guerra, ma l’uomo deve decidere come gestirne le conseguenze.


















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