La ricerca di pianeti al di fuori del nostro sistema solare, gli esopianeti, ha appena fatto un balto da gigante. Un team di scienziati dell’Università di Berna, in collaborazione con il DLR di Berlino, ha sviluppato un modello di intelligenza artificiale (AI) che può predire l’intera architettura di un sistema planetario, partendo dalla conoscenza di un solo pianeta. Questo modello, che opera milioni di volte più velocemente rispetto ai metodi tradizionali, potrebbe accelerare notevolmente la scoperta di “gemelli della Terra”.
Da simulazioni complesse a previsioni istantanee
Per oltre due decenni, i ricercatori hanno utilizzato il “modello di Berna“, una suite di programmi che simula la formazione dei sistemi planetari. Queste simulazioni, sebbene accurate, richiedevano settimane di calcolo su supercomputer. Ora, grazie all’uso di tecniche di AI ispirate ai modelli di linguaggio estesi (LLM), come quelli usati da ChatGPT, il team guidato dal professor Yann Alibert e dalla dottoranda Sara Marques ha trasformato questo processo. “La chiave è stata capire che i sistemi planetari possono essere visti come sequenze di pianeti, proprio come le frasi sono sequenze di parole“, spiega Alibert.
Il nuovo modello, basato sull’architettura “Transformer“, può generare previsioni accurate sull’esistenza e le proprietà di pianeti aggiuntivi in un sistema. Partendo da un solo pianeta, il modello è in grado di predire l’intera sequenza degli altri pianeti, un risultato che ha lasciato gli stessi scienziati “scettici all’inizio” data la sua precisione.
Ottimizzare le osservazioni
Questa innovazione è cruciale per le future missioni spaziali. La prossima missione dell’ESA, PLATO, che sarà lanciata nel 2026, scoprirà migliaia di nuovi sistemi. Alibert sottolinea l’importanza di sapere “dove osservare” per risparmiare tempo prezioso e costoso. Il nuovo modello AI servirà proprio a questo: dare priorità i sistemi più promettenti, aumentando le probabilità di trovare pianeti simili alla Terra.
Come sottolinea Davoult, “l’intelligenza artificiale è ormai presente nella vita di tutti, e sono convinto che diventerà sempre più fondamentale per le scoperte scientifiche, nella planetologia e non solo“. Questo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Astronomy and Astrophysics, non è solo un trionfo della tecnologia, ma un promettente passo verso la risposta a una delle domande più antiche dell’umanità: siamo soli nell’universo?


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